Papa Francesco a giovani e famiglie: no a cultura dello scarto e teoria gender

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Napoli, 21 Marzo 2015 (Zenit.org) – di Luca Marcolivio
 
Una chiacchierata con tre generazioni di napoletani sul lungomare di Caracciolo. Così si è conclusa la visita pastorale a Napoli di papa Francesco, accolto da uno sventolio di bandierine vaticane, da vari “benvenuto France’” ripetuti in coro, e dall’evergreen Torna a Surriento, eseguito da un’orchestra di ottoni.

La prima persona a dialogare con il Santo Padre è stata la giovane Bianca che ha confidato la difficoltà di coniugare i “valori cristiani che portiamo dentro, con gli orrori, le difficoltà e la corruzione che ci circondano nel quotidiano”.

Il Pontefice ha risposto ricordando che il nostro Dio è “il Dio delle parole, il Dio dei gesti, il Dio dei silenzi”, come testimonia la Bibbia stessa, a partire dal “silenzio nel cuore di Abramo, quando non osava dire qualcosa al figlio, che non era uno sciocco”, fino ad arrivare al silenzio più importante: quello di Dio Padre al grido di Gesù in Croce.

“Il nostro è anche un Dio dei silenzi, e non si possono spiegare se non guardando il Crocifisso”, ha proseguito il Papa, aggiungendo: “Perché soffrono i bambini? È uno dei grandi silenzi di Dio. Dio ci ha creato per essere felici, ma tante volte tace”.

Si è rivolta poi al Santo Padre, Erminia, una signora di 95 anni, testimoniando le sofferenze della terza età, in particolare dopo la perdita del marito ma anche la gioia per una vita così lunga.

“Se lei ha 95 anni, io sono Napoleone…”, ha scherzato Francesco, indicando l’arzilla vecchietta come un baluardo contro la cultura dello “scarto” che vorrebbe escludere gli anziani (così come, spesso, anche i bambini), che invece sono una grande risorsa. “Quello che non è utile, si getta”, ha detto Pontefice, descrivendo questa mentalità oggi così diffusa.

“Noi anziani abbiamo degli acciacchi, portiamo un po’ i problemi agli altri e la gente ci scarta, c’è questa abitudine di farli morire. La miglior medicina per vivere a lungo è l’affetto. Tutti abbiamo bisogno di questa medicina”, ha detto il Papa, denunciando poi la cosiddetta “eutanasia nascosta”, per la quale gli anziani sono privati di “medicine” e “cure”, quindi destinati a “una vita triste, e così si muore”.

Il terzo intervento è stato da parte di Angelo e Caterina, 40 anni tra fidanzamento e matrimonio, attivi nella pastorale familiare diocesana, altro settore carico di difficoltà, in primo luogo per la crisi della famiglia.

“La famiglia è in crisi, non è una novità. I giovani non vogliono sposarsi non è una cosa di moda, preferiscono convivere”, ha detto il Papa, denunciando poi, ancora una volta, la “colonizzazione ideologica”, che, diffondendo quello “sbaglio della mente che è la teoria del gender, crea “tanta confusione”.

La preparazione al matrimonio, ha aggiunto, non è un semplice “corso”, con cui si diventa “sposi in otto lezioni”. Questo sacramento è, piuttosto, “come un frutto, che matura”. Inoltre, nel matrimonio, non conta l’“io” ma il “noi”, mentre “la gioia in due è tre volte gioia, il dolore in due è metà dolore”.

Poco prima del commiato, il Papa ha sottolineato che la sua visita pastorale si è tenuta nel “primo giorno della primavera”, che è un po’ “il giorno dei giovani”. E ha ribadito che “un popolo che non cura giovani e anziani non ha futuro”, avendo i primi la “forza” e i secondi la “saggezza”.

Chiedendo, come sempre, di pregare per lui ha infine ripetuto per l’ultima volta l’adagio partenopeo che ha scandito tutta la visita odierna: “E ca ‘a Maronna v’accumpagne!”.
 
(fonte: Zenit, 21.03.15)

 

“Sì alla speranza, no a corruzione, ideologia e gender”

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di Massimo Introvigne

da lanuovabq.it, 21.03.15
 
Il 21 marzo 2015 Papa Francesco ha visitato Napoli, in una lunga giornata incentrata sulla nozione di speranza e sulla denuncia di chi «ruba la speranza»: la criminalità, lo sfruttamento e le ideologie, tra cui ha voluto ricordare come particolarmente pericolose – e non è la prima volta – la cultura che «scarta» gli anziani e li elimina con l’eutanasia e «quello sbaglio della mente umana che è la teoria del gender».

Francesco ha iniziato la sua giornata con la Madonna, al Santuario di Pompei, e ha quindi incontrato la popolazione del rione di Scampia, la grande folla della Messa di Piazza Plebiscito, i detenuti, i malati, il clero, i giovani, a tutti proponendo una «teologia della città». In un discorso del 7 febbraio 2015, Francesco aveva ricordato che più di metà della popolazione mondiale vive nelle grandi città. Ognuna di esse contiene una «anti-città» oscura dello sfruttamento, delle ideologie e della criminalità, ma in ognuna restano anche la speranza e, nonostante tutto, la gioia di vivere. È il messaggio che il Papa ha portato a Napoli.

Il Papa delle periferie ha cominciato a ribadirlo in una periferia, Scampia. Qui ha detto che «la vita a Napoli non è mai stata facile, però non è mai stata triste!». Le periferie spesso hanno una «grande risorsa: la gioia, l’allegria. Il cammino quotidiano in questa città, con le sue difficoltà e i suoi disagi e talvolta le sue dure prove, produce una cultura di vita che aiuta sempre a rialzarsi dopo ogni caduta, e a fare in modo che il male non abbia mai l’ultima parola». Nonostante tutto, nelle grandi città e nelle stesse periferie resta la speranza, «questo grande patrimonio, questa “leva dell’anima”, tanto preziosa, ma anche esposta ad assalti e ruberie.».

Qui è risuonata forte la condanna della criminalità organizzata: «chi prende volontariamente la via del male ruba un pezzo di speranza, guadagna qualcosina ma ruba speranza a sé stesso, agli altri, alla società. La via del male è una via che ruba sempre speranza, la ruba anche alla gente onesta e laboriosa, e anche alla buona fama della città, alla sua economia».

Il male e la criminalità arruolano gli immigrati e i senza fissa dimora. La risposta è l’accoglienza. «Dobbiamo far sentire ai nostri fratelli e sorelle migranti che sono cittadini, che sono come noi, figli di Dio, che sono migranti come noi, perché tutti noi siamo migranti verso un’altra patria, e magari arriveremo tutti. E nessuno si perda per il cammino!». La criminalità arruola anche i giovani, in una città dove «più del 40 per cento dei giovani dai 25 anni in giù non ha lavoro! Questo è grave! Cosa fa un giovane senza lavoro? Che futuro ha? Che strada di vita sceglie?». Nella cultura dello scarto tante volte denunciata da Francesco, «adesso è il turno dei giovani a essere scartati, cioè senza lavoro», o con forme di lavoro nero che sono l’anticamera della criminalità. Per la dottrina sociale della Chiesa «lo sfruttamento del lavoro in nero – tu lavori senza contratto e ti pago quello che voglio – è sfruttamento delle persone», «non è umano e non è cristiano».

Il Presidente della Corte di Appello di Napoli, nel suo saluto al Papa, ha ricordato il motto di san Giovanni Bosco: siate «buoni cristiani e onesti cittadini». Don Bosco, ha commentato il Papa, proponeva l’educazione come antidoto alla corruzione. E la corruzione non è solo un problema di poche persone note di cui si parla sui giornali. No, «tutti abbiamo la possibilità di essere corrotti, nessuno di noi può dire: “io non sarò mai corrotto”. No! E’ una tentazione, è uno scivolare verso gli affari facili, verso la delinquenza, verso i reati, verso lo sfruttamento delle persone». «Quanta corruzione c’è nel mondo! E’ una parola brutta, se ci pensiamo un po’. Perché una cosa corrotta è una cosa sporca! Se noi troviamo un animale morto che si sta corrompendo, che è “corrotto”, è brutto e puzza anche. La corruzione puzza! La società corrotta puzza! Un cristiano che lascia entrare dentro di sé la corruzione non è cristiano, puzza!».

Il Pontefice ha ammonito a non legare la corruzione alla politica, allontanandosene. «La buona politica è una delle espressioni più alte della carità, del servizio e dell’amore». Il cristiano deve abbandonare la politica corrotta, non la politica in sé. Ma per fare buona politica, per essere i «buoni cittadini» di Don Bosco, tutti devono anzitutto «andare avanti nella pulizia della propria anima, nella pulizia della città, nella pulizia della società perché non ci sia quella puzza della corruzione!».

Nell’omelia in Piazza del Plebiscito, Francesco ha rivelato come si supera la corruzione: ascoltando la Parola di Dio e trasformandola in azione e vita. «La parola del Signore, ieri come oggi, provoca sempre una divisione: la parola di Dio divide, sempre! Provoca una divisione tra chi la accoglie e chi la rifiuta». Anche qui, non si tratta di abbandonarsi al facile pensiero che noi siamo i buoni e gli altri sono i corrotti. «A volte un contrasto interiore si accende anche nel nostro cuore; questo accade quando avvertiamo il fascino, la bellezza e la verità delle parole di Gesù, ma nello stesso tempo le respingiamo perché ci mettono in discussione, ci mettono in difficoltà e ci costa troppo osservarle».

Eppure quando riconosciamo che Gesù è il Signore non ci sentiamo più deboli ma forti. «La parola di Cristo è potente: non ha la potenza del mondo, ma quella di Dio, che è forte nell’umiltà, anche nella debolezza». Il Vangelo «è la parola che dà forza ed è capace di cambiare il mondo. Non c’è un’altra strada per cambiare il mondo». Ma perché lo cambi è necessario annunciarla. Noi «che abbiamo avuto la grazia di ricevere questa Parola di Vita – è una grazia ricevere la parola di Dio! – siamo chiamati ad andare, a uscire dai nostri recinti e, con ardore di cuore, portare a tutti la misericordia, la tenerezza, l’amicizia di Dio». «Vai, accogli! – ha incitato il Pontefice –. Vai, cerca! Vai, porta amore, misericordia, tenerezza.Quando i cuori si aprono al Vangelo, il mondo comincia a cambiare e l’umanità risorge! Se accogliamo e viviamo ogni giorno la Parola di Gesù, risorgiamo con Lui».

Il Papa ha ricordato il motto della sua visita: «Largo alla speranza». «Cari napoletani, largo alla speranza e non lasciatevi rubare la speranza! Non cedete alle lusinghe di facili guadagni o di redditi disonesti: questo è pane per oggi e fame per domani. Non ti può portare niente! Reagite con fermezza alle organizzazioni che sfruttano e corrompono i giovani, i poveri e i deboli, con il cinico commercio della droga e altri crimini. Non lasciatevi rubare la speranza!». E se avvertite la tentazione, ha detto Francesco, «lasciatevi trovare dalla misericordia di Dio! Siate consapevoli che Gesù vi sta cercando per abbracciarvi, per baciarvi, per amarvi di più. Con la grazia di Dio, che perdona tutto e perdona sempre, è possibile ritornare a una vita onesta. Ve lo chiedono anche le lacrime delle madri di Napoli, mescolate con quelle di Maria, la Madre celeste». La speranza è sempre un punto di partenza. «Sperare è già resistere al male. Sperare è guardare il mondo con lo sguardo e con il cuore di Dio. Sperare è scommettere sulla misericordia di Dio che è Padre e perdona sempre e perdona tutto».

Il Papa lo ha ribadito a un uditorio particolare, i detenuti del carcere di Poggioreale, con cui ha pranzato. «Anche se nella vita abbiamo sbagliato, il Signore non si stanca di indicarci la via del ritorno e dell’incontro con Lui. L’amore di Gesù per ciascuno di noi è sorgente di consolazione e di speranza». Ai detenuti Francesco indica «una certezza fondamentale per noi: niente potrà mai separarci dall’amore di Dio! Neanche le sbarre di un carcere. L’unica cosa che ci può separare da Lui è il nostro peccato; ma se lo riconosciamo e lo confessiamo con pentimento sincero, proprio quel peccato diventa luogo di incontro con Lui».

Il peccato c’è anche nel clero. Il Papa lo ribadisce spesso e lo ha detto ai sacerdoti napoletani nell’incontro con loro: «Il vescovo ha detto che il sangue [di san Gennaro] è metà sciolto: si vede che il Santo ci vuole a metà. Dobbiamo convertirci un po’ più tutti perché ci voglia più bene». Consegnando – ma non leggendo – un discorso con il consueto invito a «uscire», Francesco ha preferito parlare a braccio ai sacerdoti, stigmatizzando l’affarismo, la mondanità e soprattutto le maldicenze. Il sacerdote «che chiacchiera – ha detto – è un terrorista che butta una bomba, distrugge e lui è fuori».

Il diavolo «ci tenta sempre con gelosie, invidie, lotte interne, antipatie», e qualche volta comincia dal seminario. Ai seminaristi il Pontefice ha raccomandato: «Se voi non avete Gesù al centro, ritardate l’ordinazione. Se non siete sicuri che Gesù è il centro della vostra vita, aspettate un po’ più di tempo, per essere sicuri. Perché al contrario, incomincerete un cammino che non sapete come finirà». O si finirà con l’essere sacerdoti noiosi, che allontanano i fedeli. «I consacrati o i sacerdoti noiosi, con amarezza di cuore, tristi hanno qualcosa che non va e devono andare da un buon consigliere spirituale».

Il Papa ha concluso la sua giornata napoletana incontrando prima gli ammalati, dopo avere sostato sulla tomba del medico santo san Giuseppe Moscati, poi centomila giovani sul Lungomare Caracciolo. Agli ammalati ha detto che «se non potete capire il Signore, chiedo al Signore che vi faccia capire nel cuore che siete la carne di Cristo, che siete Cristo Crocifisso fra noi, che siete i fratelli molto vicini a Cristo». Nel dialogo con i giovani ha condannato ancora una volta la «cultura dello scarto» che emargina o elimina con l’eutanasia gli anziani e – lanciando un ponte verso il prossimo Sinodo – ha parlato della bellezza del matrimonio: «matrimoni: gioia in due, tre volte gioia; pena, dolore in due: metà pena, metà dolore».

La famiglia e il matrimonio, ha concluso Papa Francesco, sono minacciati dalle «colonizzazioni ideologiche». E, come aveva fatto tornando dalle Filippine, ha voluto chiarire quali sono le «colonizzazioni ideologiche» più pericolose oggi. Il Papa ha raccomandato ai giovani di Napoli di contrastare «quello sbaglio della mente umana che è la teoria del gender, che fa tanta confusione».

«E ca ‘a Maronna v’accumpagne»: così il Papa ha concluso, in napoletano, due dei suoi interventi, raccomandando alla Vergine Napoli, i giovani e tutte le grandi città del mondo.
 
(fonte: lanuovabq.it,21.03.15)