Vangeli e Sindone, una coincidenza straordinaria

Sacra Sindone

di Francesco Agnoli
 
Professore di storia e filosofia in un prestigioso istituto veronese paritario, Marco Fasol studia da anni la questione dell’autenticità dei Vangeli canonici alla luce delle più moderne conoscenze filologiche e documentali. Un argomento di nicchia, che è esploso ai tempi de Il codice da Vinci di Dan Brown, quando milioni di persone hanno appreso, per la prima volta, dell’esistenza dei cosiddetti Vangeli apocrifi, e, con il gusto classico delle cose proibite, si sono fatti guidare da un narratore americano in un percorso romanzesco ed immaginifico che però non ha, con i fatti, alcun collegamento.

L’idea che i veri Vangeli siano quelli apocrifi (o qualcuno di essi), non era nuova: Dan Brown, notoriamente vicino ad ambienti esoterici, poteva trovarne traccia in altri passaggi della storia. Vari gerarchi nazisti, per esempio, erano convinti dell’esistenza di un Quinto Vangelo, nascosto dalla Chiesa, in cui erano contenute verità coerenti con l’ideologia nazional-socialista, e in conflitto, invece, con la dottrina cattolica. Proprio per fornire a molti lettori conoscenze scientifiche sui Vangeli canonici ed apocrifi, Fasol scrisse un libretto, Il codice svelato, che fu un autentico best seller. Oggi ritorna sull’argomento, in tutt’altro contesto: infatti il suo saggio sull’autenticità dei Vangeli, pubblicato da Fede & Cultura, esce insieme ad un saggio della scienziata Emanuela Marinelli, sulla Sindone. Il titolo: Luce dal sepolcro. Indagine sull’autenticità della Sindone e dei Vangeli. Fasol e Marinelli offrono ai lettori una panoramica completa degli studi sui Vangeli e delle ricerche scientifiche svolte, nel corso dei decenni, sulla Sindone. Abbiamo intervistato Marco Fasol per capire meglio cosa vi sia dietro lo studio dei Vangeli.

Professor Fasol, anzitutto, qualcosa sulla lingua dei Vangeli.
Gli studi più recenti sui Vangeli hanno messo in evidenza che la lingua greca, in cui è stato scritto tutto il Nuovo Testamento, rivela chiarissimi riferimenti ad una originale predicazione in lingua aramaica, la madrelingua di Gesù di Nazareth. Almeno 26 parole dei Vangeli sono rimaste in aramaico, perché gli evangelisti non hanno voluto tradurle in greco. Volevano che risuonassero ai lettori proprio nella massima fedeltà alla voce del Maestro. Tra queste parole possiamo ricordare l’importantissima parola aramaica “Abbà”, un vocativo singolarissimo con cui il Maestro si rivolgeva al Padre, chiamandolo “papà” (Abbà appunto), con la massima confidenza e familiarità filiale. Si pensi poi che i Vangeli ripetono  per cinquanta volte il termine ebraico “amen”, che significa “in verità”, altro uso singolare del Maestro, che introduceva abitualmente il suo discorso ripetendo per due volte “in verità, in verità”. Altri esempi celeberrimi sono le ultime parole sulla croce “Eloì, Eloì, lama sabactani?”, “Talita qum”, “rabbì”, “effatà”. Tutti segni di massima fedeltà storica.

Quando si è cominciato ad applicare i principi della filologia al testo sacro?
È stato soprattutto nel Novecento che si è approfondita la ricerca su “forme linguistiche”,  “generi letterari” e “contesto storico” che stanno alla base dei testi evangelici. Per fare un riferimento preciso, possiamo ricordare il documento della Pontificia Commissione Biblica De historica Evangeliorum veritate,(LEV, Città del Vaticano, 1964). In questo testo si riconosce la legittimità del metodo storico-critico nello studio dei Vangeli. Anche il Concilio Vaticano II, nella Dei Verbum (1965), al n. 19, afferma senza esitazione la storicità dei quattro Vangeli, a dimostrazione del fatto che gli studi filologici hanno confermato la fedeltà storica dei testi.

A quali risultati si è giunti?
La filologia ha approfondito lo studio delle “forme linguistiche” antiche individuando alcune strutture tipiche dell’aramaico (lingua orale, il dialetto della Galilea) ed ebraico (lingua scritta, utilizzata dagli scribi della Giudea), le lingue originali parlate da Gesù. Queste strutture linguistiche sono estranee alla letteratura greca, quindi sono un segno evidente dell’origine semitica dei Vangeli. Possiamo dire che i vangeli sono stati pensati in aramaico e poi tradotti in greco. Il corpo è greco, ma l’anima è semitica. Nel testo Luce dal sepolcro vengono citati ad esempio i parallelismi che sono un raddoppio della frase, perché si imprima meglio nella memoria, tecnica utilizzata proprio dai rabbini nelle scuole dell’antico Israele. I quattro Vangeli ci riportano più di cento parallelismi. Distinguiamo parallelismi antitetici, dove il raddoppio della frase vede una prima forma negativa ed una positiva (es. “non sono venuto per essere servito, ma per servire”. “I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”). Vi sono poi i parallelismi sintetici dove il raddoppio della frase si presenta nella stessa forma (“non date le perle ai porci, non date le cose sante ai cani”).  Altro stilema semitico è la ripetizione di termini simili, per facilitare la memoria: “rimetti … i nostri debiti … come li rimettiano ai nostri debitori”.  “Il seminatore uscì per seminare il seme, una parte del seme…”  Altra novità linguistica, oltre che contenutistica, è l’uso sistematico delle parabole, racconti concreti, presi della vita quotidiana, unici in tutte le letterature antiche, efficacissimi per comunicare un messaggio morale sconvolgente,: l’amore misericordioso, il perdono, la cura verso i deboli ed i malati, l’aiuto verso i poveri …  Insomma si è visto, grazie alla filologia che i Vangeli non sono certo elaborazioni di comunità ellenistiche lungo due secoli, come aveva pensato Bultmann nella prima metà del Novecento, ma sono fedeli trasmissioni orali della predicazione originaria del Maestro.

Cosa sono i Vangeli apocrifi?
“Apocrifo” in greco significa “nascosto”, ed in effetti sono almeno una ventina i vangeli “apocrifi” rimasti nascosti fino all’Ottocento. La Chiesa o il Vaticano non hanno niente a che vedere con presunte operazioni di “insabbiamento” o di “censura” di questi testi. Semplicemente i rarissimi manoscritti apocrifi erano rimasti sepolti in villaggi isolati soprattutto dell’antico Egitto, dove a partire dal secondo secolo si andava diffondendo la gnosi, una dottrina filosofica neoplatonica, con infiltrazioni cristiane, copte, persiane… Da notare che questi apocrifi non smentiscono gli eventi principali della vita di Gesù; ad esempio il Vangelo apocrifo di Pietro descrive in termini spettacolari il momento della risurrezione. Altri vangeli apocrifi raccontano spesso alcuni miracoli.

Come facciamo a distinguere i Vangeli autentici da quelli apocrifi?
Le prime comunità cristiane hanno adottato alcuni criteri di autenticità che sono accettati anche dagli storici laici. Anzitutto il criterio dell’antichità. Siamo certi che i quattro vangeli furono scritti entro il primo secolo; le recenti scoperte papirologiche (Papiro Rylands, Papiri Bodmer) ce lo assicurano. Al contrario gli apocrifi sono tutti di composizione tardiva. Un altro criterio è la “cattolicità”, ossia il fatto che i vangeli canonici erano diffusi in tutto il mondo antico, quindi nelle comunità di Roma, Atene, Damasco, Antiochia, Gerusalemme, Alessandria d’Egitto, Efeso ecc. Al contrario gli apocrifi avevano un uso locale, ristretto alla cerchia elitaria di pochi filosofi gnostici. Altro criterio era l’apostolicità, cioè l’insegnamento conforme alla predicazione originaria degli apostoli. È nell’applicazione di questo criterio che diventa decisiva l’analisi linguistica. Mentre i Vangeli autentici o canonici (= conformi al canone o regola apostolica) hanno continui ed evidenti riferimenti all’aramaico ed ebraico, invece gli apocrifi sono privi di questi riferimenti. Anzi, presentano un lessico tipico della filosofia neoplatonica e gnostica ellenistica, che non ha niente a che vedere con l’ebraico. Il Vangelo di Giuda, ad esempio, parla di “Barbelo, Saklas, arconti, sizigie…” tutta una terminologia gnostica assolutamente estranea alla cultura ebraica.

Può farci un altro esempio?
Mentre i vangeli apostolici fanno continui riferimenti alle Scritture dell’Antico Testamento, che per ogni ebreo avevano un valore fondamentale, invece nei vangeli apocrifi non c’è alcun riferimento alle Scritture antiche. Per dare cifre concrete: nei vangeli canonici il patriarca Abramo viene citato 33 volte, Mosè 37 volte, Davide 38 volte. Nei vangeli apocrifi non troviamo invece nessuna citazione di questi patriarchi importantissimi per ogni israelita. Inoltre il messaggio dei vangeli apocrifi gnostici risente della filosofia platonica dualista, che svaluta e ritiene addirittura malvagia la materia e quindi la corporeità. Per cui viene svalutata anche la femminilità e la salvezza viene riservata a pochi privilegiati in base ad un criterio discriminatorio tra sapienti ed ignoranti. Insomma gli apocrifi saranno utili per conoscere la filosofia gnostica del secondo o terzo secolo, ma non certo per conoscere il messaggio originario di Gesù di Nazareth, che è quello che ha cambiato il mondo. Ha portato infatti la più grande rivoluzione etica della storia, ha dato dignità ad ogni essere umano, in un mondo dove c’erano milioni di schiavi, dove le donne ed i bambini venivano discriminati, dove i malati non venivano curati con l’amore fraterno.

Perché uno studio filologico sui Vangeli, insieme ad uno studio sulla Sindone?
Abbiamo pensato, Emanuela Marinelli ed il sottoscritto, di valorizzare l’ostensione della Sindone che si terrà a Torino dal 19 aprile al 24 giugno 2015, offrendo ad ogni onesto ricercatore della verità storica, in un unico libro, le conoscenze storiche più importanti su Gesù di Nazareth. È chiaro infatti che la Sindone senza i racconti evangelici rimane un enigma indecifrabile. Solo i racconti evangelici costituiscono la chiave di lettura capace di decodificare ed interpretare la Sindone. Allora diventa indispensabile un’indagine scientifica e documentata non solo sul telo sindonico, ma anche sull’autenticità dei Vangeli. In altre parole, con questo testo abbiamo voluto rispondere alle esigenze dell’uomo moderno, in particolare dei giovani che crescono con una cultura scientifica ed illuminista. Una docente di storia all’Università la Sapienza di Roma, Lucetta Scaraffia, ha detto che i due terzi dei suoi studenti credono che tra Gesù e Giove non ci sia differenza quanto a documentazione storica. Allora diventa indispensabile per il mondo contemporaneo offrire al lettore una ricerca aggiornata sull’immensa documentazione dei Vangeli che sono il testo storico più documentato del mondo antico, quanto a numero di manoscritti ed alla loro antichità. Si pensi che abbiamo più di quindicimila manoscritti del Nuovo Testamento, mentre solo poche decine di manoscritti degli autori classici più celebri quali Cesare, Platone, Tacito. Se manca questa competenza storica, le giovani generazioni rischiano di rimanere analfabete proprio sui temi più importanti per dare un senso alla nostra vita.

 
(fonte: lanuovabq.it, 09-04-2015)