In silenzio davanti alla Sindone

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Davanti alla Sindone l’unico discorso possibile è il silenzio. Che è la lingua del cuore, l’alfabeto dell’amore vero, quello che non si nutre di frasi fatte o paroloni ma cresce nel dono, si nutre di testimonianza. Perché l’uomo dei dolori è uno specchio che riflette quel che siamo, che ci legge dentro alla luce del Vangelo.

Per questo “andare a vedere ” la Sindone non è un pellegrinaggio come gli altri ma innanzitutto un viaggio dentro noi stessi, in fondo e ancora più giù, fino alle ferite che non riusciamo a curare, al peccato che non ammettiamo neppure con noi stessi, alle lacrime che non arrivano agli occhi.

Nel volto dell’uomo dei dolori, nelle piaghe del suo corpo martoriato, ci sono anche le nostre piccole grandi sofferenze, le frasi che non abbiamo detto, le persone trascurate, il tempo buttato via per un po’ di falsa gloria, per un pizzico di prestigio che svanisce. Mentre il dolore resta, e così il bene che non abbiamo fatto, il male di cui il nostro tacere è complice.

Nella Sindone contempliamo chi siamo e cosa potremmo essere, il male estremo, la violenza disumana e insieme l’amore piu grande, quello di chi dona la propria vita per gli altri, per ciascuno di noi, per ogni uomo.

Un miracolo d’amore di fronte a cui non resta che il silenzio. Silenzio che non significa rassegnazione, ma è grazia, è alfabeto d’infinito, è porta aperta sull’eterno presente di Dio.
 
(fonte: Avvenire, 18.04.15)