Perché nella Bibbia Dio fa morire così tante persone?

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La Rivelazione è stata progressiva per adattarsi alla comprensione umana
 
di DON ANTONIO RIZZOLO
 
Ma se Dio è Amore e contrario a ogni violenza perché nell’Antico Testamento fa morire così tante persone?

Mauro
 

È un problema che molti si pongono, leggendo la Bibbia. Nell’antichità l’eretico Marcione aveva trovato una soluzione semplicista: basta non considerare parola di Dio l’Antico Testamento e parte del Nuovo. Come superare, invece, questo contrasto e considerare tutta la Bibbia rivelazione di Dio? La costituzione conciliare Dei Verbum ci fornisce i due criteri fondamentali.

Il primo è la pedagogia divina: la rivelazione di Dio è stata progressiva perché il Signore ha manifestato “l’ammirabile condiscendenza della eterna Sapienza” adattando il suo parlare alla nostra comprensione. “Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al parlare dell’uomo, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile all’uomo”. In altri termini, “Dio nella Sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini, in maniera umana”. Il cardinale Ravasi lo spiega bene nel libro I comandamenti (Edizioni San Paolo): la Bibbia “non è una collezione di tesi teologiche e morali perfette e atemporali, come sono i teoremi in geometria, bensì è la storia di una manifestazione di Dio all’interno delle vicende umane. È dunque un percorso lento di illuminazione dell’umanità perché esca dalle caverne dell’odio, dell’impurità, della falsità e s’incammini verso l’amore, la coscienza limpida e la verità. Sant’Agostino definiva appunto la Bibbia come il libro della pazienza di Dio che vuole condurre gli uomini e le donne verso un orizzonte più alto”.

Il secondo criterio è l’unità della Sacra Scrittura: la Bibbia va letta nel suo insieme. Afferma ancora la Dei Verbum che Dio, “il quale ha ispirato i libri dell’uno e dell’altro Testamento e ne è l’autore, ha sapientemente disposto che il Nuovo fosse nascosto nel Vecchio e il Vecchio fosse svelato nel Nuovo”. Anzi, nella visione cristiana, i libri dell’Antico Testamento “acquistano e manifestano il loro pieno significato nel Nuovo Testamento, che essi a loro volta illuminano e spiegano”. Anche limitandoci alla Bibbia ebraica, poi, sono molti i passi contro la violenza. Cito solo un esempio: “Non confidate nella violenza, non illudetevi della rapina” (Salmo 62,11).

Consideriamo ora due casi in cui Dio appare violento: quando chiede di punire con la morte alcune trasgressioni della legge (come la profanazione del sabato: Esodo 31,14) e quando sollecita lo sterminio dei popoli vinti (Giosuè 6,21). Nella mentalità del tempo, era un modo di manifestare la santità di Dio: ogni impurità andava estirpata, sia nel popolo, sia presso i vicini idolatri. I profeti e poi lo stesso Gesù ci hanno insegnato che cosa sia veramente la santità di Dio, cioè la sua perfezione: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Luca 6,36). Questo significa rispondere al male con il bene, alla violenza con il perdono, come il servo preannunciato da Isaia, il quale “si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori, […] per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (53,4-5).
 
(fonte: Aleteia)

 
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La violenza nella Bibbia

(tratto da Ecce homo! Omelia venerdì santo 3 aprile 2015, di Padre Raniero Cantalamessa)
 
(…) Il problema della violenza ci assilla, ci scandalizza, oggi che essa ha inventato forme nuove e spaventose di crudeltà e di barbarie. Noi cristiani reagiamo inorriditi all’idea che si possa uccidere in nome di Dio. Qualcuno però obietta: ma la Bibbia non è anch’essa piena di storie di violenza? Non è, Dio, chiamato “il Signore degli eserciti”? Non è attribuito a lui l’ordine di votare allo sterminio intere città? Non è lui che prescrive, nella Legge mosaica, numerosi casi di pena di morte?

Se avessero rivolto a Gesù, durante la sua vita, la stessa obiezione, egli avrebbe sicuramente risposto ciò che rispose a proposito del divorzio: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così” (Mt 19, 8). Anche a proposito della violenza, “al principio non era così”. Il primo capitolo della Genesi ci presenta un mondo dove non è neppure pensabile la violenza, né degli esseri umani tra di loro, né tra gli uomini e gli animali. Neppure per vendicare la morte di Abele, dunque per punire un assassino, è lecito uccidere (cf Gn 4, 15).

Il genuino pensiero di Dio è espresso dal comandamento “Non uccidere”, più che dalle eccezioni fatte ad esso nella Legge, che sono concessioni alla “durezza del cuore” e dei costumi degli uomini. La violenza, dopo il peccato, fa parte purtroppo della vita, e l’Antico Testamento, che riflette la vita e deve servire per la vita, cerca almeno, con la sua legislazione e con la stessa pena di morte, di incanalare e arginare la violenza perché non degeneri in arbitrio personale e non ci si sbrani a vicenda.

Paolo parla di un tempo caratterizzato dalla “tolleranza” di Dio (Rm 3, 25). Dio tollera la violenza, come tollera la poligamia, il divorzio e altre cose, ma viene educando il popolo verso un tempo in cui il suo piano originario verrà “ricapitolato” e rimesso in onore, come per una nuova creazione. Questo tempo è arrivato con Gesù che, sul monte, proclama: “Avete inteso che fu detto: ‘Occhio per occhio e dente per dente’; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra… Avete inteso che fu detto: ‘Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico’; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5, 38-39; 43-44).

Il vero “discorso della montagna” che ha cambiato il mondo non è però quello che Gesù pronunciò un giorno su una collina della Galilea, ma quello che proclama ora, silenziosamente, dalla croce. Sul Calvario egli pronuncia un definitivo “No!” alla violenza, opponendo ad essa, non semplicemente la non-violenza, ma, di più, il perdono, la mitezza e l’amore. Se ci sarà ancora violenza, essa non potrà più, neppure remotamente, richiamarsi a Dio e ammantarsi della sua autorità. Farlo significa far regredire l’idea di Dio a stadi primitivi e grossolani, superati dalla coscienza religiosa e civile dell’umanità.
(…)
 
(fonte: cantalamessa.org)