Aleph, il Teatro come servizio alla Bellezza

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di Costanza Signorelli
 
Mi avvicino ad un vecchio capannone silenzioso, il civico sembra essere giusto. Sorpasso, dunque, un portone di ferro semi-aperto e scosto il pesante tendaggio rosso che mi ciondola davanti. Varcato l’ingresso del Teatro dell’Aleph (clicca qui), mi pare di metter piede in un altro mondo. E non tanto perché davanti a me si palesano un piccolo palcoscenico di legno, costumi e altri elementi di scena che fanno lavorare la fantasia, è piuttosto la vita reale che si svolge qui dentro a rievocare altri orizzonti.

Entrare in questa insolita compagnia teatrale, a Bellusco (mezz’ora di auto da Monza) è come immergersi nella sacralità degli antichi templi d’oriente, dove tutta la vita è sacrificata per celebrare l’arte divina. E poi riemergere nella carnalità di una vera famiglia in cui si fecondano, partoriscono ed educano le opere teatrali, proprio come figli.

Ma cosa significa oggi vivere per il teatro? «Significa fare una vita di grandissimi sacrifici fisici, economici e psicologici» spiega Giovanni Moleri, regista e padre del Teatro dell’Aleph. «Significa comprendere che tutto ciò che hai – la tua voce, il tuo corpo, i tuoi talenti, le tue sofferenze e persino i tuoi limiti – tutto di te è per te, ma non è per te. È al servizio di un altro. Ma, soprattutto, vivere per il teatro significa capire dove ci porta questa ansia che abbiamo dentro. Questa domanda d’infinito che portiamo dentro, per cui nulla mai ci basta. Per cui non siamo mai tranquilli. Noi spendiamo tutta la nostra vita e la nostra arte, noi viviamo per rispondere a questo Mistero».

Dal Manzoni alle opere di Dostoevskij, dagli scritti di Edith Stein al Requiem di Mozart, la compagnia del Teatro dell’Aleph ha portato i suoi spettacoli in oltre 500 città in giro per l’Italia. Non solo sale e teatri, la loro arte si riversa anche nelle piazze con scenografie suggestive che fanno rivivere le antiche tradizioni d’oriente e d’occidente: danze sacre e profane, giochi di fuoco e parate di trampolieri, sono solo alcuni esempi. Il prossimo appuntamento è fissato per il 26 e27 giugno, ore 21, al teatro Manzoni di Monza, dove andrà in scena lo spettacolo: “Renzo e Lucia, i promessi sposi”.

Moleri facciamo un passo indietro, come nasce la sua passione per il Teatro?
Già a dodici-tredici anni ero un ragazzino totalmente sbandato, al limite della delinquenza. Era circa la fine degli anni Sessanta e la mia vita era così storta da essere una fonte di grande preoccupazione per i miei genitori, specialmente per mia madre che era una donna di Chiesa e non si aspettava di avere un figlio così. Un giorno non sapendo più dove sbattere la testa, mia mamma va da un prete di Biassono, il mio paese di origine, e lo supplica di fare qualcosa per questo figlio disperato. Succede che il parroco, semplicemente, mi invita ad una vacanza a Ceresole Reale, organizzata dal movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione. Ci vado e, devo dire, che non mi trovo nemmeno molto bene. In quei giorni si facevano cose che, per la mia vita di allora, erano a dir poco incomprensibili. Si pregava spesso, poi c’erano dei tizi che tenevano delle lezioni su Dio e sulla Chiesa. Nel resto del tempo, invece, si cantava e si giocava, allora io – che amavo il pallone – mi univo volentieri. Fatto sta che torniamo a casa e accade una cosa strana: inizio a sentire un profondo disagio a stare nella mia compagnia, o meglio nella banda di delinquenti con cui mi accompagnavo. Un disagio talmente forte che mi spinge ad andare a cercare quei ragazzi con cui ero stato in vacanza. Incontrando uno di loro, mi esce subito di chiedergli: “Come posso rimanere con voi? Devo pagare una tessera, devo darvi dei soldi? Cosa devo fare?”. “Vieni e basta” mi risponde lui. E così accadde tutto. Spesso mi capitava di rincontrare per strada i ragazzi della vecchia banda: “Ecco il visionario! Giovanni oggi hai visto Dio?” mi sfottevano, ma a me non interessava nulla: la mia vita aveva iniziato a cambiare radicalmente.

E il Teatro?
La passione per il Teatro nasce proprio incontrando questa gente. In quegli anni, infatti, secondo il suggerimento di don Giussani, nel movimento di Comunione e Liberazione si leggevano diversi testi che venivano poi messi in scena, durante le vacanze del Movimento oppure in altre occasioni, per esempio: “L’annuncio a Maria” di Paul Claudel,  “Miguel Mañara” di Oscar Milosz,  “Assassinio nella cattedrale” di Thomas Eliot, “I cori da ‘La Rocca’ ” sempre di Eliot etc. Iniziano a coinvolgermi nella realizzazione di queste opere teatrali, forse perché vedono in me del talento, forse per altri motivi. Di certo da quel momento la mia passione per il teatro comincia a crescere, fino a diventare tutta la mia vita. Se non fosse per l’incontro con don Giussani, non ci sarebbe nulla di tutto questo.

Che cosa si impara qui al teatro dell’Aleph?
Si studia e si lavora molto, praticamente tutto il giorno. Si impara a fare un lavoro sul proprio corpo, un lavoro espressivo vocale, si studiano la musica e gli strumenti musicali. Si fanno diversi allenamenti che preparano l’attore all’impatto con il personaggio per poi affrontare tutta la fase interpretativa. Ma c’è un lavoro che si impara in questo posto, che è più importante di tutte le tecniche. La cosa veramente fondamentale a cui siamo educati è che l’opera d’arte non è nostra. L’opera d’arte non è nostra, non è un nostro prodotto!

E di chi è?
In fondo, la vera domanda che noi mettiamo in scena è: Dio tu sei qui o non sei qui? Facci vedere il tuo volto. Alla radice, il nostro lavoro è sondare senza tregua questo Mistero. L’arte del teatro è lo strumento che ci permette di vivere, incarnare, approfondire questa domanda sul mistero della vita.

E cosa significa concretamente fare teatro così?
Io dico sempre ai miei attori: quello che avete dentro, il fuoco che vi brucia dentro, che può essere rabbia, passione, paura, tenerezza, preghiera, mancanza… quello che vi arde dentro, non spegnetelo, ma tiratelo fuori! Guardatelo, ascoltatelo, andate fino in fondo, perché è quello che va messo in scena! Poi possiamo metterlo in scena con il nome di Carmen, di Giulietta e Romeo, di don Chisciotte, non importa. E poi c’è un modo diverso di realizzare lo spettacolo: qui lo spettacolo è una scoperta, è un incontro imprevedibile. Non siamo noi a produrre lo spettacolo, ma è come se noi capissimo di servire  qualcosa di misterioso che poi si manifesta nelle nostre opere.

Cioè?
Facciamo un esempio: Strehler (il regista Giorgio Strehler, ndr) faceva i piani di regia: decideva prima l’impianto dello spettacolo, stabiliva cosa andava messo in una scena, cosa in un’altra, cosa doveva esprimere l’attore in quel tale momento e via dicendo. Il mio metodo è il contrario: lo spettacolo si crea nell’istante. Che non significa improvvisare, tutt’altro. Ma significa che io stesso che sono il regista, scopro lo spettacolo. Non lo creo, è una scoperta. Gli attori provano ore, ore e ancora ore, è un lavoro duro fatto di carne, lacrime e di sangue. E io solo lì, che guardo e osservo incessantemente, fino a che arriva il momento in cui il bambino nasce. È proprio come quando arriva un figlio, che la moglie, dopo un atto di amore, scopre di essere incinta. Quando la madre e il padre possono vedere l’esito di questa fecondazione? Quando il bambino nasce. Loro possono pensarlo in un modo, oppure in un altro, ma non possono sapere chi è, fino a che non lo vedono in volto. Ed è proprio quando incontrano quel bimbo, che scoprono che in fondo non hanno fatto nulla perché sia com’è. Scoprono che è tutta grazia. Ecco per noi è esattamente così, accade esattamente così. Alla fine, quando io guardo lo spettacolo, scopro che non è nulla di quello che potevo immaginare. È altro da quello che io potevo produrre, pensare, creare. E ogni volta mi domando: ma sono davvero io ad averlo fatto?
C’è poi un lavoro intenso che serve a pulire l’opera in modo tale che lo spettatore la possa percepire con tutta la potenza che questa contiene. Ma il senso che l’opera contiene non è tuo: è di un altro!

Parlava di sacrifici: quali sono i sacrifici di un attore, di un regista?
È una vita di sacrifici. Sono sacrifici fisici, psicologici, affettivi. Perché essere educati a non lasciar correre, a non dormire, ma andare alla radice di chi sei comporta sacrificio, porta gioie ma anche tanta sofferenza. Per esempio capita che ti innamori dell’attrice con cui lavori mentre a casa hai due figli che ti aspettano, capita che scopri dolori, rabbie che non conoscevi. Poi ci sono anche grandi sacrifici economici: non sempre si arriva alla fine del mese con uno stipendio, che già di per sé è ridotto all’osso, a volte si tratta di accettare “mance giovanili”.  Non si fa questo lavoro per soldi, e nemmeno per fama o gloria personale.

Per cosa allora?
Grotowski (Jerzy Grotowski, regista polacco del XX secolo) diceva che l’attore è una “specie di santo”, cioè colui che è chiamato a vivere qualcosa che sta aldilà del suo desiderio, qualcosa di più grande. È chiamato a sacrificare tutto se stesso, tutto ciò che ha, per servire la bellezza. Ecco io penso che questo non valga solo per l’attore. Tutti noi possiamo essere santi se scegliamo o accettiamo il compito per cui siamo chiamati al mondo. Ciascuno di noi è al mondo con preciso compito: sarebbe tragico pensare che una vita vedesse la luce senza uno scopo preciso. Allora diventiamo santi quando diventiamo consapevoli di questo compito, lo accettiamo e lo viviamo fino in fondo. Quando sacrifichiamo la nostra vita per ciò a cui siamo chiamati. Noi non siamo qui per fama, non siamo qui per gloria, non siamo qui per i soldi, ma siamo qui perché ognuno sa che il suo compito è servire la Bellezza.

 
(fonte: lanuovabq.it 30-05-2015)