La Bellezza, la via che porta l’uomo verso il Cielo

Dante e Beatrice

di Giovanni Fighera
 
Dante sta facendo un’esperienza nuova, quella di «transumanar», ovvero di andare oltre la condizione umana, di sentirsi più pienamente uomo o, meglio, senza i vincoli e i limiti della corporeità. Inizia a vedere una luce intensa come se un Sole si fosse aggiunto ad un altro Sole e ode un’armonia musicale bellissima, mai udita in Terra. Come abbiamo visto, Beatrice previene il dubbio di Dante anticipando la sua possibile domanda e chiarendogli che lui non si trova più in Terra, ma si sta muovendo verso il Cielo con una repentinità maggiore di quella di un fulmine che scende dall’alto verso il basso.

A questo punto al primo dubbio se ne sostituisce uno nuovo ancor più irretente e imprigionante: come è possibile che un essere umano, ancor dotato di corpo, possa salire con il suo peso attraverso l’atmosfera che è più leggera? Ammiriamo la bellezza del nuovo linguaggio dantesco del Paradiso, caratterizzato dalla sintesi e da una forte materialità, inaspettata.  Il poeta così descrive la nuova e sorprendente condizione di sospensione: «S’io fui del primo dubbio disvestito/ per le sorrise parolette brevi,/ dentro ad un nuovo più fu’ inretito». «Disvestito» (ovvero è stato tolto il vestito del primo dubbio) e «irretito» (ossia catturato nella rete di un altro dubbio) sono verbi fortemente icastici, mentre l’espressione  «sorrise parolette brevi» ci descrive l’essenzialità della facondia di Beatrice, connotata dalla letizia e dal sorriso che trabocca dal suo sguardo. La bellezza di Beatrice proviene dal fatto che è bella e anche buona. La bontà straripante che c’è nel suo animo la rende ancor più bella. Beatrice diventa qui il compimento di quanto Dante aveva già anticipato vent’anni prima nella Vita nova quando scriveva: «Tanto gentile e tanto onesta pare/ la donna mia». C’è un legame molto profondo tra la bellezza e la bontà. La bellezza non è slegata dalla bontà. Nel bambino questa coincidenza tra bellezza e bontà è chiarissima. Non siamo noi adulti ad avere insinuato in lui la nozione di una identità tra bontà e bellezza. Per un bambino la mamma è bella sempre, perché è buona, è il suo punto di riferimento. Quindi la mamma è bella e buona.

Allora Beatrice guarda Dante senza rimproveri, ma con «un pio sospiro», come una mamma di fronte ad un figlio «deliro», ovvero che esce dal solco, che dice stranezze e sciocchezze. La Beatrice del Paradiso si è tramutata in maestra prima e in madre poi. Ora si tramuta in filosofa tomista che spiega con dovizia di particolari, esemplificazioni e ricchezza di argomentazione le ragioni di quanto sta accadendo. Il discorso di Beatrice è ampio e conclude il canto primo dell’ultima cantica: «Le cose tutte quante/ hanno ordine tra loro, e questo è forma/ che l’universo a Dio fa somigliante». La donna afferma, poi, che, in realtà, tutte le cose sono belle nella loro misura: «Ne l’ordine ch’io dico sono accline/ tutte nature, per diverse sorti,/ più al principio loro e men vicine;/ onde si muovono a diversi porti/ per lo gran mar de l’essere, e ciascuna/ con istinto a lei dato che la porti». Ciò vuol dire che c’è qualcosa che è eminentemente bello, ma in realtà tutta la realtà è bella, perché in tutta la realtà c’è l’impronta di Dio. Siamo noi che, spesso, non siamo in rapporto giusto con la realtà, perché se fossimo in questo rapporto giusto coglieremmo la bellezza di tutta la realtà, come afferma san Tommaso.

È quello che comprende un genitore quando guarda il figlio. Il figlio può commettere qualsiasi azione anche negativa, ma la mamma nei suoi confronti prova sempre un sentimento di amore e sa cogliere la bellezza del suo animo. È quello che racconta Antoine De Saint-Exupery quando parla della rosa e del principe. Il principe, quando vede che ci sono altre rose, si sente un po’ tradito perché era convinto che la sua fosse la sola rosa e che fosse bellissima perché era l’unica. A quel punto è chiamato a riconoscere che la rosa è bella perché lui le ha dedicato del tempo: è il tempo che lui ha dedicato a quella rosa che la fa diventare unica per lui, che la fa diventare importante. La bellezza è la forma che rende l’universo simile a Dio, possiamo anche dire che la bellezza è segno di Dio. Esiste, cioè, una via pulchritudinis cioè una «via della bellezza» che porta verso il Cielo. L’esempio dei fiori può essere utile per capire meglio quanto detto: se una ragazza trovasse sul proprio banco un mazzo di rose, non si fermerebbe ad osservare i fiori, ma si domanderebbe chi le abbia portate e sarebbe tutta piena di domanda e di curiosità finché non scoprisse l’identità del mittente. Di fronte alla bellezza del creato non può non sorgere nell’uomo la domanda su Chi ci abbia donato questa bellezza. Beatrice poi aggiunge: «Qui veggion l’alte creature l’orma/ de l’etterno valore, il qual è fine/ al quale è fatta la toccata norma». L’uomo, che è alta creatura, è l’unica che sa cogliere la bellezza e stupirsi di fronte a lei. Questa è per Dante una delle peculiarità dell’essere umano: la meraviglia di fronte al bello. Osserviamo quello che la bellezza suscita in noi. Quando noi vediamo qualcosa che è davvero bello, la prima reazione è uno stupore, una meraviglia, che ci fa rimanere estasiati, in contemplazione, come quando ascoltiamo una musica bella (la sinfonia 40 di Mozart) o contempliamo la Cappella Sistina di Michelangelo. Nel momento in cui noi cerchiamo di definire la bellezza, noi già la stiamo deturpando, la stiamo in un certo senso corrompendo, perché siamo presi come da un desiderio di possesso della bellezza stessa.

Tutte le cose tendono verso l’ordine, verso la perfezione, verso Dio, in modo diverso. L’ordine e le leggi che lo scienziato scopre nell’universo sono segno e sigillo dell’impronta di Dio dell’universo. Gli studi scientifici portano ad approfondire la maestosità del Mistero che ci sovrasta e, nel contempo, a sorprendere la bellezza dell’armonia del cosmo. Insomma, ancora una volta Dante ci fa comprendere la verità delle parole di san Tommaso: credo ut intelligam (credo per comprendere meglio) e intelligo ut credam (comprendo e vado in profondità alla realtà per accrescere la fede).

Beatrice spiega a Dante che il sigillo di Dio è presente in tutte le leggi della natura e questa luce di perfezione divina è ancor più evidente nell’Empireo. Proprio lì si stanno dirigendo Dante e Beatrice, attraversando prima la Sfera del fuoco (collocata tra la Terra e il primo Cielo, ovvero la Luna) e poi passando attraverso gli altri Cieli dove Dante incontrerà i santi. Ogni creatura tende per natura verso l’alto, verso Dio. Il cuore di ogni uomo è fatto per la bontà, per l’amore e per la felicità. Questo significa la frase biblica che attesta che l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio. Quando ci purifichiamo dal peccato, non possiamo che tendere verso il Cielo e l’assoluto.

Perché allora accade spesso che l’uomo si corrompa, decada e si soffermi solo su beni effimeri? Perché l’uomo è libero e fragile. Spiega Beatrice con immagine prelevata dal mondo della scultura: «Vero è che, come forma non s’accorda/ molte fïate a l’intenzion de l’arte,/ perch’ a risponder la materia è sorda,/ così da questo corso si diparte/ talor la creatura, c’ha podere/ di piegar, così pinta, in altra parte». Talvolta, il marmo non risponde al progetto dell’artista. Il fuoco tende verso il Cielo, prosegue ancora la donna filosofa, eppure si vedono i fulmini che scendono verso Terra.

Insomma, a conclusione della sua argomentazione, Beatrice dissolve ogni dubbio attestando che Dante dovrebbe meravigliarsi se ora non salisse verso il Cielo, una volta che ogni velo del peccato è stato purificato in lui durante il viaggio nel Purgatorio.

 
(fonte: lanuovabq.it, 14.06.15)