San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia

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Oggi, 4 ottobre, la Chiesa fa memoria di San Francesco d’Assisi, un “gigante della santità” (Benedetto XVI). Il Santo a cui il Pontefice regnante, Francesco, ha voluto ispirarsi prendendone il nome. Una straordinaria figura alla quale anch’io mi sento molto legata. E’ doveroso però conoscere il vero volto di S. Francesco, quello della storia e non quello del mito che oggi circola.

 
[…] Oggi vorrei presentarvi la figura di Francesco, un autentico “gigante” della santità, che continua ad affascinare moltissime persone di ogni età e di ogni religione.

“Nacque al mondo un sole”. Con queste parole, nella Divina Commedia (Paradiso, Canto XI), il sommo poeta italiano Dante Alighieri allude alla nascita di Francesco, avvenuta alla fine del 1181 o agli inizi del 1182, ad Assisi.
Appartenente a una ricca famiglia – il padre era commerciante di stoffe –, Francesco trascorse un’adolescenza e una giovinezza spensierate, coltivando gli ideali cavallereschi del tempo. A vent’anni prese parte ad una campagna militare, e fu fatto prigioniero. Si ammalò e fu liberato. Dopo il ritorno ad Assisi, cominciò in lui un lento processo di conversione spirituale, che lo portò ad abbandonare gradualmente lo stile di vita mondano, che aveva praticato fino ad allora. Risalgono a questo periodo i celebri episodi dell’incontro con il lebbroso, a cui Francesco, sceso da cavallo, donò il bacio della pace, e del messaggio del Crocifisso nella chiesetta di San Damiano. Per tre volte il Cristo in croce si animò, e gli disse: “Va’, Francesco, e ripara la mia Chiesa in rovina”. Questo semplice avvenimento della parola del Signore udita nella chiesa di S. Damiano nasconde un simbolismo profondo. Immediatamente san Francesco è chiamato a riparare questa chiesetta, ma lo stato rovinoso di questo edificio è simbolo della situazione drammatica e inquietante della Chiesa stessa in quel tempo, con una fede superficiale che non forma e non trasforma la vita, con un clero poco zelante, con il raffreddarsi dell’amore; una distruzione interiore della Chiesa che comporta anche una decomposizione dell’unità, con la nascita di movimenti ereticali. Tuttavia, in questa Chiesa in rovina sta nel centro il Crocifisso e parla: chiama al rinnovamento, chiama Francesco ad un lavoro manuale per riparare concretamente la chiesetta di san Damiano, simbolo della chiamata più profonda a rinnovare la Chiesa stessa di Cristo, con la sua radicalità di fede e con il suo entusiasmo di amore per Cristo.

Questo avvenimento, accaduto probabilmente nel 1205, fa pensare ad un altro avvenimento simile verificatosi nel 1207: il sogno del Papa Innocenzo III. Questi vede in sogno che la Basilica di San Giovanni in Laterano, la chiesa madre di tutte le chiese, sta crollando e un religioso piccolo e insignificante puntella con le sue spalle la chiesa affinché non cada. E’ interessante notare, da una parte, che non è il Papa che dà l’aiuto affinché la chiesa non crolli, ma un piccolo e insignificante religioso, che il Papa riconosce in Francesco che Gli fa visita.

Innocenzo III era un Papa potente, di grande cultura teologica, come pure di grande potere politico, tuttavia non è lui a rinnovare la Chiesa, ma il piccolo e insignificante religioso: è san Francesco, chiamato da Dio. Dall’altra parte, però, è importante notare che san Francesco non rinnova la Chiesa senza o contro il Papa, ma solo in comunione con lui. Le due realtà vanno insieme: il Successore di Pietro, i Vescovi, la Chiesa fondata sulla successione degli Apostoli e il carisma nuovo che lo Spirito Santo crea in questo momento per rinnovare la Chiesa. Insieme cresce il vero rinnovamento.

Ritorniamo alla vita di san Francesco. Poiché il padre Bernardone gli rimproverava troppa generosità verso i poveri, Francesco, dinanzi al Vescovo di Assisi, con un gesto simbolico si spogliò dei suoi abiti, intendendo così rinunciare all’eredità paterna: come nel momento della creazione, Francesco non ha niente, ma solo la vita che gli ha donato Dio, alle cui mani egli si consegna. Poi visse come un eremita, fino a quando, nel 1208, ebbe luogo un altro avvenimento fondamentale nell’itinerario della sua conversione. Ascoltando un brano del Vangelo di Matteo – il discorso di Gesù agli apostoli inviati in missione –, Francesco si sentì chiamato a vivere nella povertà e a dedicarsi alla predicazione.

Altri compagni si associarono a lui, e nel 1209 si recò a Roma, per sottoporre al Papa Innocenzo III il progetto di una nuova forma di vita cristiana. Ricevette un’accoglienza paterna da quel grande Pontefice, che, illuminato dal Signore, intuì l’origine divina del movimento suscitato da Francesco. Il Poverello di Assisi aveva compreso che ogni carisma donato dallo Spirito Santo va posto a servizio del Corpo di Cristo, che è la Chiesa; pertanto agì sempre in piena comunione con l’autorità ecclesiastica. Nella vita dei santi non c’è contrasto tra carisma profetico e carisma di governo e, se qualche tensione viene a crearsi, essi sanno attendere con pazienza i tempi dello Spirito Santo.

In realtà, alcuni storici nell’Ottocento e anche nel secolo scorso hanno cercato di creare dietro il Francesco della tradizione, un cosiddetto Francesco storico, così come si cerca di creare dietro il Gesù dei Vangeli, un cosiddetto Gesù storico. Tale Francesco storico non sarebbe stato un uomo di Chiesa, ma un uomo collegato immediatamente solo a Cristo, un uomo che voleva creare un rinnovamento del popolo di Dio, senza forme canoniche e senza gerarchia.

La verità è che san Francesco ha avuto realmente una relazione immediatissima con Gesù e con la parola di Dio, che voleva seguire sine glossa, così com’è, in tutta la sua radicalità e verità. E’ anche vero che inizialmente non aveva l’intenzione di creare un Ordine con le forme canoniche necessarie, ma, semplicemente, con la parola di Dio e la presenza del Signore, egli voleva rinnovare il popolo di Dio, convocarlo di nuovo all’ascolto della parola e all’obbedienza verbale con Cristo. Inoltre, sapeva che Cristo non è mai “mio”, ma è sempre “nostro”, che il Cristo non posso averlo “io” e ricostruire “io” contro la Chiesa, la sua volontà e il suo insegnamento, ma solo nella comunione della Chiesa costruita sulla successione degli Apostoli si rinnova anche l’obbedienza alla parola di Dio.

E’ anche vero che non aveva intenzione di creare un nuovo ordine, ma solamente rinnovare il popolo di Dio per il Signore che viene. Ma capì con sofferenza e con dolore che tutto deve avere il suo ordine, che anche il diritto della Chiesa è necessario per dar forma al rinnovamento e così realmente si inserì in modo totale, col cuore, nella comunione della Chiesa, con il Papa e con i Vescovi. Sapeva sempre che il centro della Chiesa è l’Eucaristia, dove il Corpo di Cristo e il suo Sangue diventano presenti. Tramite il Sacerdozio, l’Eucaristia è la Chiesa. Dove Sacerdozio e Cristo e comunione della Chiesa vanno insieme, solo qui abita anche la parola di Dio. Il vero Francesco storico è il Francesco della Chiesa e proprio in questo modo parla anche ai non credenti, ai credenti di altre confessioni e religioni.

Francesco e i suoi frati, sempre più numerosi, si stabilirono alla Porziuncola, o chiesa di Santa Maria degli Angeli, luogo sacro per eccellenza della spiritualità francescana. Anche Chiara, una giovane donna di Assisi, di nobile famiglia, si mise alla scuola di Francesco. Ebbe così origine il Secondo Ordine francescano, quello delle Clarisse, un’altra esperienza destinata a produrre frutti insigni di santità nella Chiesa.

Anche il successore di Innocenzo III, il Papa Onorio III, con la sua bolla Cum dilecti del 1218 sostenne il singolare sviluppo dei primi Frati Minori, che andavano aprendo le loro missioni in diversi paesi dell’Europa, e persino in Marocco. Nel 1219 Francesco ottenne il permesso di recarsi a parlare, in Egitto, con il sultano musulmano Melek-el-Kâmel, per predicare anche lì il Vangelo di Gesù. Desidero sottolineare questo episodio della vita di san Francesco, che ha una grande attualità. In un’epoca in cui era in atto uno scontro tra il Cristianesimo e l’Islam, Francesco, armato volutamente solo della sua fede e della sua mitezza personale, percorse con efficacia la via del dialogo. Le cronache ci parlano di un’accoglienza benevola e cordiale ricevuta dal sultano musulmano. È un modello al quale anche oggi dovrebbero ispirarsi i rapporti tra cristiani e musulmani: promuovere un dialogo nella verità, nel rispetto reciproco e nella mutua comprensione (cfr Nostra Aetate, 3). Sembra poi che nel 1220 Francesco abbia visitato la Terra Santa, gettando così un seme, che avrebbe portato molto frutto: i suoi figli spirituali, infatti, fecero dei Luoghi in cui visse Gesù un ambito privilegiato della loro missione. Con gratitudine penso oggi ai grandi meriti della Custodia francescana di Terra Santa.

Rientrato in Italia, Francesco consegnò il governo dell’Ordine al suo vicario, fra Pietro Cattani, mentre il Papa affidò alla protezione del Cardinal Ugolino, il futuro Sommo Pontefice Gregorio IX, l’Ordine, che raccoglieva sempre più aderenti. Da parte sua il Fondatore, tutto dedito alla predicazione che svolgeva con grande successo, redasse una Regola, poi approvata dal Papa.

Nel 1224, nell’eremo della Verna, Francesco vede il Crocifisso nella forma di un serafino e dall’incontro con il serafino crocifisso, ricevette le stimmate; egli diventa così uno col Cristo crocifisso: un dono, quindi, che esprime la sua intima identificazione col Signore.

La morte di Francesco – il suo transitus – avvenne la sera del 3 ottobre 1226, alla Porziuncola. Dopo aver benedetto i suoi figli spirituali, egli morì, disteso sulla nuda terra. Due anni più tardi il Papa Gregorio IX lo iscrisse nell’albo dei santi. Poco tempo dopo, una grande basilica in suo onore veniva innalzata ad Assisi, meta ancor oggi di moltissimi pellegrini, che possono venerare la tomba del santo e godere la visione degli affreschi di Giotto, pittore che ha illustrato in modo magnifico la vita di Francesco.

È stato detto che Francesco rappresenta un alter Christus, era veramente un’icona viva di Cristo. Egli fu chiamato anche “il fratello di Gesù”. In effetti, questo era il suo ideale: essere come Gesù; contemplare il Cristo del Vangelo, amarlo intensamente, imitarne le virtù. In particolare, egli ha voluto dare un valore fondamentale alla povertà interiore ed esteriore, insegnandola anche ai suoi figli spirituali. La prima beatitudine del Discorso della Montagna – Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3) – ha trovato una luminosa realizzazione nella vita e nelle parole di san Francesco. Davvero, cari amici, i santi sono i migliori interpreti della Bibbia; essi, incarnando nella loro vita la Parola di Dio, la rendono più che mai attraente, così che parla realmente con noi. La testimonianza di Francesco, che ha amato la povertà per seguire Cristo con dedizione e libertà totali, continua ad essere anche per noi un invito a coltivare la povertà interiore per crescere nella fiducia in Dio, unendo anche uno stile di vita sobrio e un distacco dai beni materiali.

In Francesco l’amore per Cristo si espresse in modo speciale nell’adorazione del Santissimo Sacramento dell’Eucaristia. Nelle Fonti francescane si leggono espressioni commoventi, come questa: “Tutta l’umanità tema, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, vi è Cristo, il Figlio del Dio vivente. O favore stupendo! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi per la nostra salvezza, sotto una modica forma di pane” (Francesco di Assisi, Scritti, Editrici Francescane, Padova 2002, 401).

In quest’anno sacerdotale, mi piace pure ricordare una raccomandazione rivolta da Francesco ai sacerdoti: “Quando vorranno celebrare la Messa, puri in modo puro, facciano con riverenza il vero sacrificio del santissimo Corpo e Sangue del Signore nostro Gesù Cristo” (Francesco di Assisi, Scritti, 399). Francesco mostrava sempre una grande deferenza verso i sacerdoti, e raccomandava di rispettarli sempre, anche nel caso in cui fossero personalmente poco degni. Portava come motivazione di questo profondo rispetto il fatto che essi hanno ricevuto il dono di consacrare l’Eucaristia. Cari fratelli nel sacerdozio, non dimentichiamo mai questo insegnamento: la santità dell’Eucaristia ci chiede di essere puri, di vivere in modo coerente con il Mistero che celebriamo.

Dall’amore per Cristo nasce l’amore verso le persone e anche verso tutte le creature di Dio. Ecco un altro tratto caratteristico della spiritualità di Francesco: il senso della fraternità universale e l’amore per il creato, che gli ispirò il celebre Cantico delle creature. È un messaggio molto attuale. Come ho ricordato nella mia recente Enciclica Caritas in veritate, è sostenibile solo uno sviluppo che rispetti la creazione e che non danneggi l’ambiente (cfr nn. 48-52), e nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno ho sottolineato che anche la costruzione di una pace solida è legata al rispetto del creato. Francesco ci ricorda che nella creazione si dispiega la sapienza e la benevolenza del Creatore. La natura è da lui intesa proprio come un linguaggio nel quale Dio parla con noi, nel quale la realtà diventa trasparente e possiamo noi parlare di Dio e con Dio.

Cari amici, Francesco è stato un grande santo e un uomo gioioso. La sua semplicità, la sua umiltà, la sua fede, il suo amore per Cristo, la sua bontà verso ogni uomo e ogni donna l’hanno reso lieto in ogni situazione. Infatti, tra la santità e la gioia sussiste un intimo e indissolubile rapporto. Uno scrittore francese ha detto che al mondo vi è una sola tristezza: quella di non essere santi, cioè di non essere vicini a Dio. Guardando alla testimonianza di san Francesco, comprendiamo che è questo il segreto della vera felicità: diventare santi, vicini a Dio!

Ci ottenga la Vergine, teneramente amata da Francesco, questo dono. Ci affidiamo a Lei con le parole stesse del Poverello di Assisi: “Santa Maria Vergine, non vi è alcuna simile a te nata nel mondo tra le donne, figlia e ancella dell’altissimo Re e Padre celeste, Madre del santissimo Signor nostro Gesù Cristo, sposa dello Spirito Santo: prega per noi… presso il tuo santissimo diletto Figlio, Signore e Maestro” (Francesco di Assisi, Scritti, 163).
 
[Papa Benedetto XVI, Udienza generale, 27 gennaio 2010]
 

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IL VERO FRANCESCO E L’ITALIA DI OGGI

 
Omelia del card. Biffi (4.10.04)
 
La Regione Emilia‑Romagna, presente qui nelle persone dei suoi vescovi e dei sindaci delle sue città, oggi è lieta e lusingata di farsi interprete di tutta la nazione nell’omaggio reso a Francesco d’Assisi, splendido fiore della nostra terra, patrono amato e invocato dalle genti d’Italia.

L’Italia intera oggi è idealmente raccolta in questa basilica a onorare uno tra i più grandi dei suoi figli, a ravvivarne la memoria, soprattutto a riascoltarne il magistero di vita.
 
Il vero Francesco e l’Italia di oggi

Vogliamo raccoglierne la lezione vera, quella che con chiarezza risuona dalle sue parole, dai suoi scritti, dalle antiche. testimonianze.
Non serve al bene del nostro paese un francescanesimo di maniera, svigorito in un estetismo senza convinzioni esistenziali, omogeneizzato (per cosi dire) in modo che tutti lo possano assumere senza ripulse e senza drammi interiori, stemperato in una religiosità indistinta che non inquieti nessuno.

La dottrina e l’esempio di Francesco si possono accogliere o rifiutare; ma prima di tutto vanno conosciuti nella loro verità.

Anche l’Italia dei nostri giorni, che spesso si dimostra assalita da mali spirituali contraddittori e tetti gravi, dominata al tempo stesso e nelle stesse persone dall’edonismo borghese e dalle ideologie populiste; anche l’Italia che ci appare largamente afflitta da un giustizialismo senza giustizia, da un solidarismo senza amore, da un permissivismo che sta uccidendo la libertà sostanziale, da un vitalismo senza fecondità e senza gioia; anche l’Italia di oggi qui deve sostare un poco e ascoltare. E se anche ci dirà parole, tutte germinate dalla sua limpidissima fede, che potranno stupire o forse irritare le nostre orecchie mondanizzate, il Poverello, che reca nelle sue carni i segni della crocifissione di Cristo, merita che gli prestiamo un po’ di attenzione, con tutto quel residuo di serietà di cui siamo ancora capaci.
 
Il Vangelo, sola norma di vita

Quali sono gli insegnamenti che Francesco piu appassionatamente ci ripropone?

Il primo è l’accoglimento del Vangelo come dell’unica valida norma di vita. Questa è la persuasione primaria che fonda tutta l’esperienza francescana.
“La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo”(1).

E ciò che gli si era manifestato come una specifica rivelazione dell’Altissimo per la sua esistenza personale (2), gli apparve ben presto come un impegno da proporre a tutto il popolo; e così divenne “araldo del Vangelo”(3).
 
Il ritorno alla Chiesa

Il secondo insegnamento si riferisce alla Chiesa.

Già nello straordinario colloquio, che sta all’inizio dell’avventura spirituale di Francesco, il Crocifisso di san Damiano gli indica la Chiesa come l’oggetto della sua missione e delle sue cure: “Ripara la mia casa”(4). Da quel momento la Sposa di Cristo diventa la beneficiaria del suo amore appassionato e cortese, a fondamento di ogni sua fiducia. Egli ne parla solo in termini di affettuoso rispetto; per lui essa è sempre “la santa Chiesa cattolica e apostolica”(5).

Dalla sua bocca non esce mai nei confronti della Chiesa una frase aspra o malevola, una critica amara, un accento sdegnoso. Bella e commovente è la parola che gli ritorna sul labbro ogni volta che nelle difficoltà decide di sottoporsi al giudizio della Sede apostolica: “Andiamo dalla madre nostra”(6)

Agli Italiani di oggi, Francesco sembra rivolgere l’invito che risuona nell’epopea vergiliana: “Antiqua in exquirite matrem”: tornate a cercare la vostra madre antica.

Tutto avete preso da lei: le vostre scuole, i vostri ospedali, le vostre istituzioni benefiche hanno per la più parte avuto origine dal suo amore inventivo. Lei ha custodito per voi e vi ha trasmesso i valori veramente umani dell’antico mondo pagano; all’ombra delle sue abbazie e delle sue cattedrali avete imparato l’arte del ragionamento; lei ha ispirato la maggioranza dei capolavori che adornano le vostre contrade; lei vi ha formato al senso di cordialità e di umanità verso tutti, che vi distingue tra le genti.

E vero che da un po’ di tempo nelle vostre leggi, nelle vostre abitudini, nelle idee più diffuse, sembrate farvi ogni giorno più remoti dalle vostre matrici, dalla vostra storia, dalla cultura che vi ha plasmato; ma è anche vero che in questo tempo non siete migliorati affatto. Sicché bisogna persuadersi che solo invertendo la vostra marcia potete sperare di risalire.

Cosi pare dirci Francesco coll’esempio del suo amore alla Chiesa.
 
La conversione

Il terzo tema, che domina tutta la predicazione del Santo è quello evangelico della conversione.

Il totale capovolgimento di mentalità è in lui l’inizio di una straordinaria esistenza, tutta contrassegnata da una grande docilità alla grazia dello Spirito; e questa stessa radicale mutazione dell’animo e del comportamento egli propone anche agli altri come il principio írrinunciabile di ogni vero arricchimento interiore.

“La mano del Signore si posò su di lui e la destra dell’Altissimo lo trasformò, perché, per suo mezzo, i peccatori ritrovassero la speranza di rivivere alla grazia e restasse per tutti un esempio di conversione a Dio”(7).

Il suo messaggio di pace, di letizia, di riconciliazione sarebbe del tutto frainteso, se ci si dimenticasse, pur se per un momento, che per lui pace, letizia, riconciliazione sono soltanto i frutti dolcissimi di quell’integrale mutamento del cuore che porta l’uomo dall’incredulità alla fede in Cristo crocifisso e risorto, e dalla fede inerte alla piena coerenza evangelica della vita.
 
Ammonizioni particolari di Francesco

Ma oggi noi vogliamo ascoltare anche quali siano le raccomandazioni particolari di Francesco alla nazione italiana in alcune delle sue componenti.

Tra le sue lettere, ne troviamo una rivolta “a tutti i fedeli”, una indirizzata ai sacerdoti e una terza che ha come destinatari i “reggitori dei popoli”, cioè gli uomini politici.

Sono ammonimenti che, nascendo dalla visione cattolica della vita accolta in forma piena e incontaminata, possono stupire e quasi provocare la nostra incredulità o la nostra fede rarefatta. Ma sarà bene almeno conoscerli nella loro autenticità.
 
A tutti i fedeli

A tutti i fedeli egli raccomanda soprattutto l’osservanza dei comandamenti di Dio e la preoccupazione di non morire in peccato mortale, lasciando situazioni di obiettiva ingiustizia.
Con tutta la sua dolcezza, arriva a dire con la forza degli antichi profeti: “Coloro che non vogliono gustare quanto sia soave il Signore e preferiscono le tenebre alla luce, non volendo osservare i comandamenti di Dio, sono maledetti”(8)
 
Ai sacerdoti

Ai sacerdoti ricorda più di ogni altra cosa il loro dovere di trattare con riverenza il “santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo”. Egli si rammarica che “il corpo [del Signore] è lasciato in luoghi indegni, è portato via in modo lacrimevole, è ricevuto senza le dovute disposizioni e amministrato senza riverenza”(9).

Un lamento che deve farci riflettere e ci invita a un esame del nostro modo di trattare l’eucaristia in questi tempi contrassegnati da una disinvoltura liturgica, che non aiuta affatto il popolo a crescere nella fede.
 
Agli uomini politici

Ai reggítori dei popoli dice testualmente: “Ricordate e pensate che il giorno della morte si avvicina. Vi supplico allora, con rispetto per quanto posso, di non dimenticare il Signore, presi come siete dalle cure e dalle preoccupazioni del mondo”.
“Obbedite ai suoi comandamenti, poiché tutti quelli che dimenticano il Signore e si allontanano dalle sue leggi sono maledetti e saranno dimenticati da lui”.

“E quando verrà il giorno della morte, tutte quelle cose che credevano di avere saranno loro tolte.

E quanto più saranno sapienti e potenti in questo mondo, tanto più dovranno patire le pene nell’inferno”.

“Perciò vi consiglio, signori miei, di mettere da parte ogni cura e preoccupazione e di ricevere devotamente la comunione del santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo in sua santa memoria”(10).
 
Le nostre implorazioni

Poi che noi l’abbiamo ascoltato, ora ci ascolti lui. Ascolti la nostra fiduciosa implorazione:

protegga la nostra patria, ottenga saggezza ai suoi governanti, ispiri concordia e spirito di collaborazione tra i cittadini; ridoni alla nostra gente il gusto e la fierezza del lavoro ben compiuto; ci salvi tutti dalla disgrazia nazionale di voler essere troppo furbi; persuada la famiglia italiana a ridiventare il luogo dove il patto nuziale si mantiene fino alla fine, dove l’amore diventa fecondo, dove l’egoi­smo dei genitori non prevale sul vero bene dei figli; soprattutto aiuti l’Italia a conservarsi in comunione vitale con la sua storia, che è per larga parte storia della fede in Cristo che progressiva­mente si è fatta nella nostra terra vita e cultura di un popolo.

Note:

(1) CELANO, Vita Prima, ‑84, FF 466.
(2) Cfr. Testamento, FF 116.
(3)S. BONAVENTURA, Leggenda Maggiore, IV, 5, FF 1072.
(4)ID., Leggenda Minore, 1, Lez. V, FF 1334.
(5) Regola non bollata, XXIII, FF 68.
(6) Leggenda dei tre compagni, 46, FF 1455.
(7) CELANO, Vita Prima, 2, FF 321.
(8) Lettera a tutti i fedeli, 11, FF 186.
(9) Lettera a tutti i chierici sulla riverenza del corpo del Signore, FF 208. (10) Ai reggitori dei popoli, FF 211‑212.

 


 

Preghiera semplice attribuita a S. Francesco

Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace:
Dove c’è odio, io porti l’amore
.
Dove c’è offesa, io porti il perdono.
Dove c’è discordia,io porti l’unione.
Dove c’è l’errore, io porti la verità.
Dove c’è dubbio, io porti la fede.
Dove c’è disperazione, io porti la speranza.
Dove ci sono le tenebre, io porti la luce.
Dove c’è tristezza, io porti la gioia.
Oh divino Maestro, che io non cerchi tanto
Di essere consolato, quanto di consolare.
Di essere compreso,
quanto di comprendere.
Di essere amato, quanto di amare.
Infatti: Dando, si riceve
Dimenticandosi, si trova comprensione.
Perdonando, si è perdonati.
Morendo, si risuscita alla Vita.

 
 

Leggi anche:
 
Fonti Francescane

“I calici non siano di materiale vile, ma prezioso…” (Fonti francescane)

Lettera ai Reggitori dei popoli – di San Francesco d’Assisi

San Francesco contro l’ipocrisia animalista

La differenza tra il pauperismo e la povertà cristiana

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Perfetta Letizia

“Ma San Francesco avrebbe pianto solo i morti” (colloquio di Marzio G. Mian con Vittorio Messori)

San Francesco, il Papa e la Chiesa

Papa Francesco ad Assisi: “La pace di san Francesco non è sentimento sdolcinato né armonia panteistica” (4.10.13)

 

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