Stein: intellettuali aiutate il popolo

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L’inedito di Edith Stein
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Nei circoli degli intellettuali spesso si può ancora sentir dire che essi si aspettano, in modo del tutto ovvio, di avere come compito quello di guide del popolo. Se, al contrario, si considerano i fatti della storia e, specialmente, gli avvenimenti degli ultimi anni, del tempo di guerra e del dopoguerra, emergono allora pesanti dubbi: sia riguardo all’effettività della guida sia riguardo al fatto di essere chiamati a svolgere un ruolo di guida. Vale, quindi, veramente la pena di riflettere un po’ su questo problema […].

Innanzitutto con “guida del popolo” non s’intende solamente la direzione politica, bensì un lavoro di educazione e formazione presso il popolo. E con “intellettuali” non s’intendono solo gli uomini puramente teoretici, bensì anche tutti coloro che, sulla base di una formazione teoretica, esercitano una professione pratica: il prete, il medico, l’insegnante e così via. Il primo è senz’altro da ammettere fra le guide: dal punto di vista religioso e di etica sociale non ci si può accontentare di lasciare il popolo così come di volta in volta si trova. Chi ha raggiunto un più alto grado di umanità rispetto alla grande massa non può considerare tale grado come un personale segno di distinzione, nel cui godimento potersi riposare; si tratta piuttosto di un segno di nobiltà, che impegna a lavorare per gli altri e presso di loro. E anche dal punto di vista politico si deve mirare a condurre la massa degli uomini impulsivi, che costituiscono un pericolo per lo Stato, verso una vita spirituale, e a guadagnare a sé gli altri, affinché dispongano il proprio lavoro in conformità con gli scopi della comunità […].

Tali uomini potranno tanto più facilmente adempiere la loro professione di guida, quanto meno partecipano al tipo degli intellettuali. Tutti noi, in realtà, lo assumiamo un po’, quando viviamo all’università. Non sarebbe un vero studente colui per il quale le domande teoretiche non fossero scottanti, colui che non fosse alle prese giorno e notte con i suoi problemi. In tal caso deve esserci chiaro che quest’atteggiamento ci separa dalla grande massa. Fuori si lotta con i bisogni della vita nelle loro innumerevoli configurazioni […]. Gli uomini, ai quali dobbiamo essere d’aiuto nel bisogno, non devono, quindi, sentirci come estranei, che vivono in un mondo a loro inaccessibile. Noi dobbiamo saper pensare, sentire e parlare nel loro stesso modo, se devono farsi animo nei nostri confronti. Solo in questo modo possiamo essere loro d’aiuto […].

Naturalmente il popolo è più incline ad accettare come guide coloro che sono usciti dal suo seno e hanno raggiunto un posto in alto, senza perdere il contatto con coloro che sono in basso; infatti, si crede che essi abbiano ancora a cuore l’uomo del popolo e sappiano che cosa lo preoccupa. Questa è la spiegazione dell’influenza esercitata da capi socialisti che si sono innalzati dal basso. Le mani lisce, ben curate e i movimenti leggeri, elastici tradiscono chi non conosce il pesante lavoro fisico; chi parla al popolo nella lingua fluente, levigata degli “uomini colti”, chi sorvola incurante le dure realtà della quotidiana lotta per la vita, costui è sospetto fin dall’inizio. E anche una più alta volontà di sacrificio e un grande entusiasmo per il bene del popolo spesso non riescono a spezzare le barriere. L’intellettuale troverà la via verso il popolo – e senza di essa non lo può guidare –, quindi, solo se egli in un certo senso si libera dell’intelletto. Ciò non significa che lo si debba rinnegare e abbandonare.

L’intelletto è un dono di Dio, di cui abbiamo bisogno, e non solo per noi, ma proprio anche per coloro dai quali esso ci distingue. L’intelletto deve, però, rendersi conto dei suoi limiti e diventare, perciò, umile. La maggior parte dell’attività dell’intelletto, se è pura attività naturale dell’intelletto, conduce di solito a una certa presunzione intellettuale. Ci si sente alle pure altezze dell’astrazione, al di sopra del profanum vulgus, che è immischiato nelle bassezze dei comuni bisogni di vita. E proprio questa presunzione, anche se l’intelletto non la ostenta apertamente e forse non è nemmeno una convinzione cosciente, è percepita dagli altri e disgusta.

A dire il vero, se l’intelletto osa ciò che è per lui estremo, raggiunge allora i suoi propri limiti. Si mette in cammino per trovare l’ultima e più alta verità e scopre che tutto il nostro sapere è un lavoro imperfetto. Allora si spezza l’orgoglio e si profila una duplice possibilità: o l’intelletto si rovescia nella disperazione oppure si china in profondo rispetto davanti all’insondabile verità e accoglie umilmente nella fede ciò che l’attività naturale dell’intelletto non può conquistarsi. Allora l’intellettuale, nella luce dell’eterna verità, trova il giusto atteggiamento nei confronti del proprio intelletto […]. Dall’altro lato, egli riconosce l’ambito legittimo dell’attività naturale dell’intelletto e compie qui il proprio lavoro, nella maniera in cui il contadino coltiva il proprio campo, come qualcosa che è buono e utile, ma che è confinato entro stretti limiti, come ogni opera umana […]. E potrà dedicarsi ai suoi problemi intellettuali, perché questo è, appunto, il suo mestiere naturale; avrà bisogno del suo intelletto come il falegname della mano e della pialla, e, se con il suo lavoro potrà essere utile agli altri, allora sarà volentieri pronto a fare ciò. E come ogni lavoro onesto che è eseguito secondo il volere di Dio e in suo onore, anche questo può allora diventare uno strumento di santificazione.

M’immagino così san Tommaso: un uomo che aveva ricevuto da Dio, come talento, una straordinaria attitudine intellettuale e la faceva fruttare e che, tranquillo e senza pretese, andava per la propria strada e s’immergeva nei suoi problemi, se lo si lasciava in pace; volentieri e con prontezza s’impegnava a fondo e dava risposte, se gli venivano poste questioni difficili. Così egli, proprio perché non lo volle mai, è diventato una delle più grandi guide.
 
(fonte: Avvenire, 7.10.15)