Preghiera semplice e profonda per offrire a Dio anche una vita imperfetta (la nostra?)

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di p. Carlos Padilla
 
Credo che la mia gioia passi per il fatto di non paragonarmi troppo, di non guardare continuamente ad altre vite pensando che siano migliori della mia. Passa per il fatto di mettere da parte il peccato dell’invidia che mi fa tanto male.

Voglio poter non invidiare chi è migliore di me, chi ha più cose, chi ha più successo. Sì. L’invidia mi avvelena il cuore e non mi fa essere felice.

La mia gioia passa per il fatto di non vivere in competizione, cercando di diventare migliore degli altri. Consiste nel vedere la mia vita non come una corsa di meriti, nella quale non mi fermo ad aiutare gli altri e mi rinchiudo nella ricerca malata di ciò che desidero maggiormente.

A volte vivo perseguendo mete che nessuno mi ha fissato, desiderando ciò che prima non avrei mai voluto, sperando quello che altri mi chiedono di desiderare, solo perché lo desiderano loro. Non sono più felice quando possiedo tutto. E non smetto di essere felice quando perdo nella mia carne ciò che mi rallegrava.

Una persona pregava: “Dalla croce lo sguardo è più puro. Regalami il tuo sguardo al buon ladrone. E guardami così, mio Signore. Voglio solo stare con te. Non voglio sentirmi importante, né inserirmi in alcun posto. La mia anima sogna il cielo che è infinito. La mia vita è così piccola stesa sulla riva. Sogno il mare che accarezza la mia barca. Ho tanti progetti custoditi nel profondo. Te li offro. È vero, sogno in grande. E la mia vita è meravigliosa com’è, lo so. Ma continuo a sognare in grande. Ti offro la rinuncia a ciò che avrebbe potuto essere, a ciò che può essere. Ma il mio cielo è nella mia vita di ora. E una e mille volte, in tutte le circostanze della mia vita, scelgo te. Tu, Gesù, scegli me. Non voglio desiderare quello che non ho”.

Desidero l’infinito, desidero tutto. Ma non voglio desiderare quello che non possiedo. Che paradosso! Più mi aggrappo a ciò che è caduco, più grande è il vuoto che ferisce la mia anima. E più solo mi sento. E più mi amareggia l’abbandono. E più mi sento piccolo.

E guardo il mare immenso che bagna i miei ricordi. E voglio di più e sogno ciò che è eterno. Cosa devo fare per raggiungere la vita eterna?

Voglio imparare a valorizzare la vita per com’è. A prendere con semplicità ogni perdita per ciò che vale. Non voglio dare a una sconfitta più importanza di quella che ha.

San Francesco d’Assisi spiegava la vera felicità dicendo che è la scoperta della volontà di Dio nelle avversità, la scoperta di un amore che affronta il dolore e sa trasformare il male in bene.

Nelle avversità incontrare Dio, abbracciare la sua pace, aggrapparmi al suo desiderio. Non voglio pensare che una critica cancelli parte del valore che Dio mi ha dato. Non desidero il successo degli altri, né la vita che hanno gli altri.

Non so se sarò più felice quando il mio desiderio verrà soddisfatto, o se semplicemente quel desiderio ormai dimenticato lascerà il posto a un altro e a un altro ancora in una catena interminabile che amareggia l’anima.
 
[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

da «Aleteia»

fonte: iltimone.org