La vanga del Nazareno

di Giovanni Cesare Pagazzi
Avvenire, 26 ottobre 2015
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Una delle immagini più consuete e belle per descrivere Gesù è quella del “buon Pastore”. Egli stesso s’è definito così (Gv 10,1-18), mostrando di sapersi muovere a proprio agio nella pratica della pastorizia. Come esperto, riferisce di nemici del gregge, allude al diverso comportamento del padrone delle pecore da quello del salariato che le sorveglia, indica la posizione da assumere rispetto al gregge, parla con competenza dell’importanza della voce ed evidenzia il legame tenace tra l’uomo e ciascuno dei suoi animali (Lc15,5-7). Tuttavia – ciò appare anche ad uno sguardo superficiale – le pagine evangeliche si soffermano ben più diffusamente sulla padronanza di Gesù in ambito agricolo.

Lo si nota nelle parabole, dove il Signore racconta di sentimenti e pratiche contadine in maniera così puntuale ed esperta che difficilmente sono solo frutto del “sentito dire”. Egli parla della semina, mostrando precisa conoscenza della morfologia del terreno con cui avevano a che fare gli agricoltori galilei della sua epoca (Mc 4,1-9). La maggior parte di essi era composta di ricchi proprietari di latifondi che assoldavano numerosi operai (Mc 12,1-12; Mt 13,24-30; 20,1-16), ma c’erano anche piccoli proprietari i cui ridotti appezzamenti era separati da un reticolato di sentieri o da muriccioli di sassi, non sempre ben assestati, l’ambiente ideale per la crescita dei rovi.

Con buona probabilità, il protagonista della “parabola del seminatore” è un piccolo proprietario che ha quindi a che fare non solo col centro buono del suo terreno, ma anche col confine, regno di sassi, rovi, o nella migliore delle ipotesi, costeggiato da una stradina. Facilmente parte del seme sarebbe caduta al margine del campo, con scarsa possibilità di fruttificare. Il narratore della parabola non parla generalmente di “terreno fertile”, poiché c’è “terreno buono” e “terreno buono”: magari il prezioso concime è stato assorbito più o meno bene da una parte del campo rispetto all’altra; una zona di terra particolarmente generosa nella stagione passata, ora potrebbe essere più “stanca”; sicché nel terreno comunque buono il seme può rendere «il trenta, il sessanta, il cento per uno» (Mc 4,9).

Gesù racconta inoltre che, nonostante la sua perizia, il contadino “non sa” come cresce il seme; egli vede prima la piantina, poi la spiga vuota e infine quella piena di frutto. Allora è il momento di prendere la falce (Mc 4,26-29). È un segreto fra il seme e la terra, e fa parte della bravura dell’agricoltore rispettarlo. Qualora, per curiosità o per fretta, egli scoprisse il terreno «mettendo a nudo» il seme e il suo mistero, si ritroverebbe senza raccolto. Il Signore mostra di conoscere perfino la dimensione dei vari semi in uso (chi di noi saprebbe se è più grande la semente del frumento o quella della segale?), assegnando con sicurezza alla senape il posto del «più piccolo di tutti» (Mc 4,30-32). Come tanti agricoltori del suo tempo, egli prevede l’arrivo dell’estate scrutando i segni della campagna, per esempio l’intenerirsi del ramo di fico (Mc 13,28); non c’è che dire: che occhio!

Tra i nemici giurati dei contadini sono gli infestanti che crescono con la coltura seminata e ne limitano lo sviluppo, impoverendo le risorse del terreno. Non solo, il seme maturo dell’erbaccia, al momento della falciatura e della battitura, si mescola col frutto buono, parte del quale diverrà seme per stagione successiva. Per non diffondere ancor più la gramigna nella prossima coltura, è necessaria la monda del prodotto raccolto, eliminando la semenza del parassita. Proprio sulla qualità della semente usata s’interrogano i contadini protagonisti della parabola della “zizzania” (Mt 13,24-30): «Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo?» (Mt 13, 27). Narrando questa parabola, Gesù si mostra esperto non solo circa la qualità del terreno, ma anche di quella del seme che può essere lordo di infestanti, o vecchio come il chicco che «non muore e rimane solo» (Gv 12,24), restando quindi inerte e infruttuoso. Il proprietario, però, è convinto d’aver fatto mondare il seme del precedente raccolto.

È stato un nemico invidioso a spargere la gramigna. Che fare? Non si tratta di scegliere tra un’opzione giusta e una sbagliata, ma tra due giuste; questo è il difficile. Hanno ragione i contadini nel voler immediatamente mondare il terreno dalle piantine di zizzania, favorendo la crescita rigogliosa del grano. Ha ragione il proprietario nell’avere pazienza, lasciando crescere insieme l’infestante e il grano: meglio un raccolto sporco che il rischio di nessun raccolto.

L’agricoltura è anche luogo di discernimento faticoso, dove non sempre la strada giusta è quella diritta. Così anche nella parabola del fico infruttuoso, dove però è il servo e non il padrone ad avere la meglio nel discernimento (Lc 13,6-9). Entrambi hanno ragione: il padrone che ordina di tagliare la pianta perché, non dando frutto, impoverisce inutilmente il terreno; e il contadino che invece propone una maggiore cura dell’albero, concedendogli un’altra possibilità. Come? Zappando e concimando. Due azioni rinvigorenti, dato che la prima favorisce il rinnovo del terreno sfruttato dalle radici e la seconda lo nutre di elementi preziosi, paradossalmente ricavati da ciò che di primo acchito è solo rifiuto osceno: il letame. Due operazioni non facili perché la prima, soprattutto, richiede forza (non posseduta dal protagonista di un’altra parabola di Gesù, Lc 16,3) e la seconda il contatto con ciò che normalmente non si vuole nemmeno vedere.

Vorrei concludere questa camminata tra le pagine evangeliche col racconto giovanneo dell’apparizione di Gesù risorto alla Maddalena. L’evangelista ha già caratterizzato il luogo dell’incontro, parlando della sepoltura del Signore, avvenuta in un “giardino” (Gv 19,41). La parola greca utilizzata (kepos, Gv 20,15) è più ricca di quella italiana che di solito allude alla coltivazione per scopi esclusivamente ornamentali. Essa infatti – come la latina hortus – indica l’orto o il frutteto dove crescono fiori, ma anche piante da frutta e verdura. Maria si trova presso la tomba vuota «al mattino, quand’era ancora buio» (Gv 20,1). Chi si aggira così mattiniero in un giardino/orto se non colui che ne ha cura, cioè il giardiniere/l’ortolano? Per Maria è quindi facile confondere il Signore con l’ortolano (kepouros).

L’equivoco alza la tensione del racconto, sottolineando il dolore e la confusione della donna che non solo piange per la morte del maestro, ma anche per la sacrilega sottrazione del suo cadavere. Il lettore, però, sa già che il personaggio incontrato da Maria è Gesù (Gv 20,14) e ciò conferisce alla narrazione un gentile, simpatico tocco ironico: proprio quella donna così vicina al Maestro, confonde il Risorto con l’ortolano! E se questo rilievo di Giovanni fosse un altro caso della sua tipica ironia dall’altissimo valore teologico? È risaputo che l’evangelista ricorre con frequenza all’ironia, come, per esempio, nel racconto della passione. Pilato fa affiggere alla croce di Gesù il cartiglio con scritto «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei» (Gv 19,20).

L’intento è quello di dileggiare non solo il Signore, ma anche (forse innanzitutto) le ridicole aspirazioni autonomiste della Palestina nei riguardi della superpotenza romana. Il procuratore sbeffeggia Israele mettendo per iscritto: «Il vostro re non sarebbe nient’altro che un moribondo! Ecco cosa fanno/faranno i romani del re che volete!». Eppure, Pilato non si accorge di dire (anzi di mettere per iscritto) la verità, proprio grazie alla sua canzonatura (ecco l’ironia!): il re messia promesso da Dio a Israele è davvero questo uomo che ora pende dalla croce. Il lettore dei quattro Vangeli – consegnati dalla Chiesa, già dal secondo secolo, uniti e con un ordine editoriale ben preciso (Matteo, Marco, Luca e Giovanni) – arriva alla pagina del giardino/orto della risurrezione dopo l’insistente narrazione del savoir-faire contadino di Gesù, che, anche solo quantitativamente, occupa una parte considerevole dei racconti.

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E se Maria, confondendo il Risorto con uno che coltiva la terra, avesse detto la verità? Del resto chissà quante volte avrà sentito il suo Maestro insegnare a partire dalla terra. E se Giovanni, ironicamente, avesse voluto annunciare il Risorto anche come colui che per primo (e unico) ha obbedito alla Legge della terra, quella che dal “principio” (Gn 1,1) esige di acconsentire alla vita come un dono, ringraziando e sperando di averla di nuovo anche dopo la morte? E se l’evangelista avesse inteso portare il lieto annuncio che anche la terra, tutto ciò che da essa sorge e chi a essa si piega entrerà nel mondo definitivo?

La raffinata sensibilità di grandi artisti dà senz’altro ragione alla Maddalena, dipingendo il Risorto effettivamente munito di una bella zappa o di una vanga. Così fanno il Beato Angelico, il Bronzino, Correggio, Tiziano, Tintoretto e molti altri. Poussin, per togliere ogni dubbio, dipinge il Cristo con un piede sulla vanga, come nell’atto di dissodare la terra. Se Gesù, perfino da Risorto, non stacca gli occhi dalla terra abbiamo solidissimi motivi per continuare a sperare.
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(fonte: Avvenire)
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