Quali matrimoni sono validi per la Chiesa?

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Il teologo Nicola Reali spiega quando il matrimonio naturale è anche un sacramento
 
«La Chiesa, conviene ricordarlo, ha sempre riconosciuto l’esistenza di un vero matrimonio naturale tra due non battezzati. Sin dagli inizi dell’umanità tali alleanze tra un uomo ed una donna che corrispondevano al piano creatore di Dio erano e sono benedette (Gen 1, 27-28). Tra i veri matrimoni, quindi, anche oggi nel mondo ci sono moltissimi naturali, tra non battezzati, ed altri sacramentali contratti tra i battezzati che comportano una grazia speciale (Instrumentum Laboris 57). “La serietà dell’adesione a questo progetto e il coraggio che essa richiede si lasciano apprezzare in modo speciale proprio oggi” (Instrumentum Laboris 57)».

Così scriveva il cardinale Peter Erdo nella relazione d’apertura del Sinodo. Stando a queste parole, osservava Gianni Gennari suVatican Insider (5 ottobre), «un vero matrimonio è anche quello – che Dio dall’alto benedice perché corrispondente al suo piano creatore dall’inizio – tra due non battezzati. L’affermazione è forte e significativa. E allora Dio non benedirà anche un’alleanza tra un uomo e una donna magari battezzati tutti e due, ma che poi per tante ragioni si considerano non credenti? Chi allora nella Chiesa può mai dire che questa alleanza, seria, cosciente, libera, non è “vero matrimonio”?».
 
QUANDO UN MATRIMONIO E’ VALIDO: 4 PREROGATIVE

Don Nicola Reali, docente incaricato di Teologia Pastorale dei Sacramenti presso il Pontificio Istituto Redemptor Hominis (Pontificia Università Lateranense), fa una premessa ad Aleteia: «Quanto affermato dal cardinale Erdo rappresenta un dato tradizionale della dottrina giuridica cattolica, dal momento che un matrimonio è valido e, quindi, è un vero matrimonio quando rispetta le cosiddette prerogative naturali: anzitutto che sia eterosessuale (tra un uomo e una donna), che sia “uno” (cioè che respinga ogni forma di poligamia o di poliandria), che sia “indissolubile” (quindi, che escluda ogni forma di divorzio) e che sia fecondo (ovvero, aperto alla trasmissione della vita). Ora, quando queste caratteristiche sono rispettare un matrimonio è valido e – se celebrato, nelle forme previste dal diritto canonico, tra due battezzati cattolici – è ipso facto anche un sacramento. Questo tecnicamente si chiama “principio dell’identità tra contratto e sacramento».
 
LA DIFFERENZA TRA “SACRAMENTALE” E “NATURALE”

Nella sostanza, prosegue il teologo, «non c’è alcuna differenza tra un matrimonio naturale e uno sacramentale». O meglio, «l’unica differenza è che quello naturale può essere chiamato anche sacramentale solo se è celebrato tra due battezzati».

L’affermazione di Don Nicola Reali potrebbe generare un dubbio: allora anche le cosiddette coppie di fatto possono essere un “vero matrimonio”?
 
IL RITO CELEBRATO IN COMUNE

Il docente ribatte: «Il problema è che nel Decreto Tametsi del Concilio di Trento la Chiesa ha deciso di rendere obbligatoria (dunque, ad validitatem) per i fedeli cattolici la forma canonica della celebrazione matrimoniale». Questo vuol dire che due battezzati cattolici «solo se si sposano secondo una forma riconosciuta dal diritto canonico (che non è necessariamente quella liturgica in chiesa) celebrano un vero e valido matrimonio che può essere chiamato sacramento. Se non si sposano con questa forma, il loro matrimonio, non solo non è sacramento, ma non è neppure valido».

Il teologo evidenzia: «Un matrimonio civile celebrato in Comune, benché rispettoso della natura, non è un sacramento per il semplice fatto che non è stato celebrato secondo la forma canonica prescritta. Di conseguenza, esso non vale e non può neppure essere chiamato “vero matrimonio”, perché il principio dell’identità contratto/sacramento impedisce di pensare che ci possa essere un matrimonio naturalmente valido di un battezzato che non sia – per usare le parole del Codice – per ciò stesso (eo ipso) sacramento».
 
UNIONE IN CHIESA TRA BATTEZZATI NON CREDENTI

Questo è però un aspetto che crea confusione, disorientamento.«Non lo sa quasi nessuno e in effetti il disorientamento è grande. Ma, quello che maggiormente appare problematico in questa disciplina (specialmente dal punto di vista pastorale) è il fatto che tra gli elementi che rendono un matrimonio naturale sacramento non ci sia la fede personale dei nubendi. Questo significa che per sposarsi in chiesa, di per sé non è necessario essere credenti: è sufficiente essere battezzati e affermare di voler fare un matrimonio naturale. Poi, se si crede o non si crede in Gesù Cristo, in Jhwh o in nessuno, non fa differenza. Questa è una prassi che risale, appunto, al Concilio di Trento (XVI secolo) e che è rimasta da allora inalterata».
 
UNA PRASSI DA PRESERVARE?

Reali ne parla anche nel suo ultimo libro “Quale fede per sposarsi in chiesa? Riflessioni teologico-pastorali sul sacramento del matrimonio” (EDB, Bologna 2014). «Il mio ultimo libro è dedicato proprio a questo problema, da una parte per aiutare chi è interessato al problema a capire meglio i termini della questione, dall’altra per sollecitare una discussione franca e libera sull’opportunità di mantenere in vigore questa prassi. Anzitutto, partendo dalla constatazione che quanto finora affermato è la posizione del diritto canonico, non della Chiesa in quanto tale».
 
IL VALORE DELL’ADESIONE ALLA FEDE DELLA CHIESA

Secondo il teologo «il diritto canonico, come ogni diritto, è la legge che regola la vita della Chiesa nei suoi aspetti fondamentali, ma la vita della Chiesa non si riduce alle sue leggi canoniche, è più ampia. Pertanto, non è del tutto corretto affermare che la Chiesa non considera la fede un elemento essenziale per la celebrazione del matrimonio cristiano, ma unicamente il diritto canonico. Prova ne è che la pastorale ordinaria delle parrocchie viceversa punta molto sulla fede di chi si vuole sposare in chiesa. Tanto è vero che chiunque, per esperienza propria o altrui, sa benissimo che sposarsi in chiesa significa partecipare a dei corsi di preparazione al matrimonio, i quali in maniera esplicita sottolineano il valore dell’adesione personale alla fede della Chiesa».
 
UN PROBLEMA PASTORALE DA RISOLVERE

Pertanto, sottolinea Reali, il contenuto centrale del libro «va nella linea di voler mettere in evidenza come l’azione quotidiana di tutti coloro, sacerdoti e laici, che s’impegnano per favorire un approccio al sacramento del matrimonio che tenga conto della fede di chi si sposa, non sia un cammino totalmente parallelo – io, nel mio libro parlo di “due mondi separati” – rispetto alla disciplina canonica che, al contrario, non considera la fede un elemento essenziale per la valida celebrazione del matrimonio. Forse – conclude – è venuto il momento che i problemi della pastorale non siano considerati solamente come “problemi pastorali” che devono risolvere i parroci, mentre i cultori della disciplina canonica continuano ad affermare una normativa (che tra l’altro risale a cinque secoli fa) per salvaguardare la giuridicità del diritto».
 
fonte: Aleteia, 26.10.15