Cina abbandona politica figlio unico, 400 milioni di aborti in 36 anni

EPA1888645_Articolo

La Cina ha messo fine alla politica del figlio unico: d’ora in poi ogni coppia potrà mettere al mondo due figli. Lo riferisce l’agenzia Nuova Cina che cita un documento uscito dal Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista. La contestata misura, adottata nel 1979 come metodo di controllo demografico, ha provocato in 36 anni circa 400 milioni di aborti e, in secondo luogo, ha creato una serie di squilibri sociali ed economici. Ma quale il valore di questa svolta? Paolo Ondarza lo ha chiesto a Laura De Giorgi, docente di Storia della Cina all’Università Ca’ Foscari di Venezia:

R. – È una trasformazione che era necessaria da tempo. Già da tempo si profilava l’idea di cambiare questa politica, magari in maniera graduale: ad esempio era già stato permesso alle coppie composte da due figli unici – quindi senza fratelli – di avere eventualmente due figli. Come era già concesso nelle campagne a chi aveva ad esempio una bambina di poter avere anche un figlio maschio. Per cui quello che ci si aspetta adesso è, vista la posizione del Partito, che questa diventi una regola generale, che tenga in considerazione il fatto che una politica di questo tipo non era più sostenibile. Questo sia per l’invecchiamento della popolazione sia anche per le grandi difficoltà che stava creando alle generazioni più giovani nell’ambito delle proprie relazioni sociali e delle prospettive matrimoniali.

D. – La “politica del figlio unico”, adottata nel 1979 ha provocato 400 milioni di aborti: che tipo di squilibri ha comportato? Lei citava l’invecchiamento, ma anche il rapporto tra la popolazione maschile e femminile: ci sono stati degli squilibri significativi?

R. – Le organizzazioni internazionali hanno più volte denunciato il fatto che per le generazioni più giovani – quelle nate dal 1980 in poi – e soprattutto in certe aree, il numero dei maschi è in maniera innaturale superiore a quello delle ragazze. È un dato che si riferisce soprattutto alle aree rurali, perché in quelle urbane invece la società non ha avuto questa propensione ad optare per un figlio maschio. Non è permesso in Cina – non era permesso assolutamente nessun tipo di aborto selettivo – però è stato abbastanza chiaro che, in alcune regioni, il numero delle bambine scomparse o mai nate, rivela un’azione cosciente da parte delle coppie per non avere figlie femmine. Questo dato è stato denunciato in più di un’occasione. E questo squilibrio è abbastanza evidente, soprattutto nella generazione dei ventenni e trentenni; e si vede anche in ambito matrimoniale: è molto più difficile il matrimonio, perché il numero delle ragazze è sicuramente inferiore a quello dei maschi. Anni fa, addirittura, si erano fatte delle valutazioni su che tipo di implicazione questa politica potesse avere sull’orientamento generale della società cinese, anche dal punto di vista ideologico-culturale, con una generazione a predominanza di ragazzi – maschi – scapoli, e con difficoltà a mettere su famiglia. Un altro grande problema è ovviamente quello dell’invecchiamento della popolazione che è evidente, perché la fertilità cinese sta scendendo ormai ai livelli di una società moderna davanti a un sistema pensionistico che ancora non è in grado di sostenere la maggior parte della popolazione che esce dall’età lavorativa. Quindi anche grandi conseguenze per il futuro economico della Cina.

D. – Dunque una decisione – quella riportata da “Nuova Cina” – che, se confermata, dimostrerebbe anche una svolta nella politica economica a lungo termine di Pechino?

R. – Sì, tiene in considerazione le conseguenze di questa politica demografica sulla numerosità della popolazione produttiva nei prossimi anni. Secondo me tiene anche in considerazione la necessità di promuovere i consumi interni. I bambini, i figli, alimentano un’importante domanda di spesa e di consumi interni, e questo elemento è fondamentale per il futuro economico della Cina, dato che l’economia del Paese è dipesa per troppo tempo dagli investimenti esteri e dall’esportazione.
 
(fonte: Radio Vaticana, 29.10.15)