Arte e scienza: che cos’hanno in comune?

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di Giovanni Fighera
 
«Ma io dichiaro – strillò Stepàn Trofimovic, al massimo grado del furore – ma io dichiaro che Shakespeare e Raffaello stanno più in alto della liberazione dei contadini, più in alto dello spirito popolare, più in alto del socialismo, più in alto della giovane generazione, più in alto della chimica, quasi più in alto dell’umanità intera, giacché sono già un frutto, il vero frutto dell’umanità intera e, forse, il frutto più alto che mai possa essere! […]. Ma sapete, sapete voi che senza l’inglese l’umanità può ancora vivere, può vivere senza la Germania, può vivere anche troppo facilmente senza i russi, può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non si potrebbe vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo? Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui! La scienza stessa non sussisterebbe».

Così, un personaggio de I demoni di Dostoevskij riconosce l’indissolubile nesso tra uomo e bellezza, l’urgenza profonda, presente nell’intimo del nostro cuore, di trovare una bellezza cui aderire. Nel contempo, attribuisce alla bellezza stessa il merito di essere l’esito più alto che noi possiamo concepire. Ecco perché il più grande delitto che si potrebbe compiere sarebbe eliminare «Shakespeare e Raffaello», ovvero toglierci una tensione ideale e, nel contempo, modelli di persone pienamente realizzate. Per questo non c’è nulla di così utile all’umanità quanto la bellezza, affermazione che può sembrare paradossale in quanto il bello è di per sé disinteressato.

Il personaggio de I demoni sembra ribadire lo stesso pensiero che ha espresso lo scienziato italiano Antonino Zichichi sullo sviluppo della scienza a partire da G. Galilei quando afferma che «la scienza nasce da questo atto di umiltà intellettuale: dare a oggetti volgari dignità intellettuale, studiandoli. Questa umiltà intellettuale aveva in Galileo Galilei radici profonde: la Fede nel fatto che in ciascun oggetto, fosse esso volgare o inutile, ci doveva esser al mano del Creatore […]. Le grandi scoperte galileiane sono le prime impronte di colui che ha fatto il mondo. Esse sono state ottenute partendo non da tecnologie ma da semplicissime pietre, spaghi e legni. Pezzi di legno o piombo, pietre e spaghi erano, ai tempi di Galilei, oggetti volgari. Essi […] non avrebbero dovuto essere degni di attenzione e di studio in quanto non potevano essere depositari di alcuna verità fondamentale. E invece Galilei considera quegli oggetti depositari delle impronte del Creatore».

In poche parole, solo la fiducia di Galilei nel fatto che vi siano un ordine e una bellezza nella natura lo ha portato a ricercare delle leggi fisse e a ricavare dai dati raccolti attraverso il metodo induttivo un rapporto stabile tra le grandezze coinvolte nei fenomeni. Senza lo stupore per il creato e per l’ordine nascosto ivi presente, l’indagine scientifica non partirebbe.

Lo scienziato John Archibald Wheeler, scrivendo Gravità e spazio-tempo, annota: «Questo libro è profondamente ispirato da una fede appassionata nel nostro universo, straordinario museo di bellezza e meraviglie, magnifica costruzione dell’esistente […]. Le meraviglie scoperte sono solo poca cosa di fronte alle molte altre che attendono ancora di essere svelate. L’ignoto ci circonda in ogni direzione, intorno a noi sono quelle che gli antiche romani amavano chiamare «flammantia moenia mundi», «gli splendidi confini del mondo». Com’è umiliante scoprire che noi, oggi, conosciamo così poco del nostro mondo e di noi stessi, quasi fossimo ancora nell’infanzia del genere umano! Eppure com’è entusiasmante, quale sfida ci si para dinnanzi!».

La vera ricerca scientifica può prendere avvio solo dalla meraviglia per la realtà. Quindi, non solo l’arte, ma anche la scienza deriva dall’osservazione e dallo stupore.

A corroborare con il peso della sua autorità il pensiero di Zichichi e di Wheeler ci viene, del resto, in soccorso Albert Einstein che afferma che il sentimento religioso dello scienziato «consiste nell’ammirazione estasiata delle leggi della natura; gli si rivela una mente così superiore che tutta l’intelligenza messa dagli uomini nei loro pensieri non è al cospetto di essa che un riflesso assolutamente nullo […]. La più bella sensazione è il lato misterioso della vita.

È il sentimento profondo che si trova sempre nella culla dell’arte e della scienza».
Stupore, contemplazione, estasi di fronte alla bellezza della realtà: questi sono gli sproni che inducono il «vero uomo di scienza» a ricercare le leggi che descrivono (cioè dicono il «come», ma non il «perché») quell’ordine e quell’armonia che tralucono dal creato. Senza la certezza di un ordine nascosto non vi sarebbe ricerca.

L’uomo medioevale, che certo non possiede gli strumenti tecnici per l’indagine, è, però, convinto dell’esistenza di un ordine e lo comunica attraverso la presenza del numero tre (con valore religioso di richiamo alla Trinità) ovunque.

La certezza di quest’ordine appartiene all’uomo prima che sia in grado di dimostrarlo scientificamente. È lo sguardo che si fa contemplazione delle cose che lo percepisce e fa scaturire il desiderio di coglierlo più in profondità.
 
(fonte: La ragione del cuore)