Quando Bernini vinse un appalto senza gara

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Storie e aneddoti dietro i disegni conservati nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Pubblicati per la prima volta in un unico volume

È stato “il Michelangelo del suo tempo”, come gli pronosticò Papa Paolo V, quando l’allora dodicenne Gian Lorenzo Bernini disegnò davanti a lui, seduta stante, un San Paolo. Da quel momento il genio di questo artista ha dato alla Chiesa e alla città di Roma (e dintorni) opere memorabili, a partire dal colonnato di piazza san Pietro e fontana di Trevi, forse le più note. Oggi tutti i suoi disegni conservati nella Biblioteca Apostolica Vaticana (bozze, progetti preparatori, schizzi) vengono raccolti per la prima volta in un unico volume “I disegni di Bernini e della sua scuola nella Biblioteca Apostolica Vaticana” curato da Manuela Gobbi, collaboratrice al Gabinetto della Grafica della Biblioteca, e Barbara Jatta, responsabile del Gabinetto della Grafica della BAV e Curatore delle Stampe.

Ognuno dei 398 disegni pubblicati porta con sé una storia, come quello con cui in pochi tratti netti e vibranti, Bernini tratteggia il baldacchino della Basilica di San Pietro. È uno dei momenti più alti della sua carriera, segnata dal forte sodalizio con Papa Urbano VIII (Maffeo Barberini).

Ancora San Pietro. Dopo la morte di Carlo Maderno, autore della facciata, Bernini viene incaricato di “movimentarla” con due campanili, che dialogassero anche con la cupola. Di questi si conservano solo i disegni, visto che la realizzazione è stata piuttosto sfortunata. Nel corso della costruzione, infatti, nella facciata si creano alcune fessurazioni, in realtà dovute a precedenti problemi di statica. Fatto sta che – con la morte di Urbano VIII e l’elezione di Innocenzo X Pamphilj, viene decretato l’abbattimento del campanile e il progetto naufraga. Bernini si ammala e inizia un periodo difficile, segnato anche dalla crescente rivalità con gli architetti dell’epoca, Borromini in testa. È qui che nasce “La Verità svelata dal tempo”, scultura di grandi dimensioni, rappresentante l’allegoria della verità cui il tempo rende giustizia. Una scultura “privata”, che Bernini ha voluto rimanesse agli eredi come incoraggiamento ad avere fiducia che la verità trionfa sul tempo e nel tempo. L’opera in realtà è incompiuta e alla sua morte il blocco di marmo per realizzare il Tempo era ancora nel suo studio.

Nello stesso periodo, Bernini “vince” in modo rocambolesco la commissione per la Fontana dei Quattro fiumi a piazza Navona, davanti a Palazzo Pamphilj. Il concorso per la realizzazione è aperto a tutti gli architetti, tranne che a lui, per volontà di Innocenzo X. Senonché la cognata del Papa, Olimpia Pamphilj è amica personale di Bernini e commissiona all’artista un modello in argento, per suo proprio interesse. Lui lo realizza e quando il Papa, tornando da una gita a cavallo, si reca a casa di Olimpia vede questo modello e rimane talmente sorpreso che decide di affidare la realizzazione dell’opera proprio a Bernini, il quale di nuovo diviene bersaglio delle invide e gelosie dei colleghi. E quando la fontana viene finalmente svelata, scoprendo che l’obelisco non poggia nella vasca ma è sospeso, fioccano le leggende di chi lo ha visto muoversi, magari in una notte di vento forte. Tant’è che un giorno Bernini a mo’ di sfottò, con quattro fili assicura l’obelisco alle case vicine.

Diverse anche le caricature, un genere che fuoriesce dal lavoro quotidiano per assumere un carattere privato. Sono disegni con un piglio satirico molto forte, in cui Bernini non si limita a raffigurare amici e parenti ma anche i cardinali e addirittura il Papa. Celebre il disegno (conservato a Lipsia) di Innocenzo XI rannicchiato nel letto con una tiara enorme che gli pesa sulla testa.

Tra le opere di Bernini anche le decorazioni per Piazza del Popolo, per l’ingresso trionfale di Cristina di Svezia 1655, convertita al cattolicesimo, e la scultura dell’elefantino davanti alla chiesa di Santa Maria sopra Minerva. Anche in questo caso il primo progetto è ardito, con l’obelisco non solo sospeso ma addirittura inclinato, sostenuto dalle braccia di un gigante. Scartato dai frati domenicani, titolari della chiesa, seguono una serie di progetti con figure di prigionieri, figure delle virtù. Compaiono il cane con la fiaccola dei domenicani e i simboli chigiani (il committente è Papa Alessandro VII). All’elefante si arriva con un progetto ispirato a un testo letterario del domenicano Francesco Colonna. Ma anche qui, Bernini fa poggiare l’elefante su un blocco di marmo solo con le zampe, lasciando il vuoto sotto la pancia. Le critiche dei padri domenicani hanno infine portato a inserire la gualdrappa, per chiudere vuoto.
 
(fonte: Aleteia)