L’astrofisico John ZuHone: «la fede cristiana ama la ragione e la scienza»

ZuHone John

Ci sono piaciute molto le riflessioni dell’astrofisico americano John ZuHone, docente presso il prestigioso Massachusetts Institute of Technology (MIT) e presso il NASA Goddard Space Flight Center, abbiamo così voluto condividerle.

Intervistato da un giornalista dell’Huffington Post ha infatti parlato della sua esperienza come scienziato e come cristiano: «Sono un astrofisico della NASA e anche un seguace di Gesù Cristo. Per quasi tutta la mia vita sono stato sia affascinato dalla scienza, sia un credente in Dio»«La fede cristiana», ha continuato ZuHone, «ha una grande considerazione per la ragione, la ricerca e la scienza. San Paolo, ad esempio, dice: “Esaminate ogni cosa e trattenete ciò che vale” (1 Tes 5,21). Il Salmista dice: “I cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizia. Non è linguaggio e non sono parole, di cui non si oda il suono” (Salmo 19)».

Ecco, ha proseguito l’astrofisico americano, «cosa dice tutto questo a me, come cristiano? Dio mi parla sia attraverso la Sua parola nelle Scritture sia attraverso la natura, e posso scoprire la verità studiando entrambe. La mia finitezza e la tendenza verso l’egocentrismo indicano che la mia comprensione sarà sempre imperfetta, così se trovo una contraddizione tra Scrittura e natura significa probabilmente che ho capito male la Scrittura, o forse ho studiato male quello che la natura sta cercando di dirimi, o entrambe. Per esempio, se le prove dimostrano chiaramente che l’universo è nato miliardi di anni fa, vuol dire che io devo interpretare in altro modo il capitolo primo della Genesi». Il ragionamento è molto semplice ed efficace e può certamente aiutare tante persone a riflettere sui loro approcci così diffidenti al mondo scientifico. Il prof. ZuHone è di fede protestante e certamente ha più esperienza diretta con ambienti e gruppi pregiudizialmente timorosi rispetto alla ricerca scientifica.

Le sue parole, inoltre, portano alla mente la riflessione del card. Roberto Bellarmino, il noto ecclesiastico tra i responsabili del primo processo a Galileo Galilei, il cui pensiero era paradossalmente “più scientifico” dello stesso ricercatore pisano (oltretutto amico personale di Galilei). Così infatti scrisse a padre A. Foscarini il 12 aprile 1615: «Dico che quando ci fusse vera demostratione che il Sole stia nel centro del mondo e la Terra nel terzo cielo, e che il sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole allhora bisogneria andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e piú tosto dire che non l’intendiamo che dire che sia falso quello che si dimostra. Ma io non crederò che ci sia tal dimostratione, fin che non mi sia mostrata». Ovvero, senza dimostrazione la scienza non può affermarsi come verità e in caso di dimostrazione allora bisogna crederle e migliorare, in questo caso, la nostra interpretazione delle Scritture (che non sono e non vogliono essere un libro scientifico!).

Tornando alle parole dello scienziato americano, la sua conclusione è stata questa: «Dio dice mediante il profeta Isaia: “Venite quindi e discutiamo assieme” (Is 1,18). Credo, e spero, che rispondendo a questa chiamata di Dio, questo Dio che nella persona di Gesù Cristo è morto e risorto per i miei peccati, Egli mi darà la comprensione di cui ho bisogno per essere non solo uno scienziato migliore, ma un miglior seguace di Lui».
 
fonte: UCCR, 9.11.15