Gli odori delle cose care

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di Marina Corradi
 
Milano, fine di novembre. Da un baracchino in piazza Castello il profumo delle caldarroste, come una lama, attraversa folgorante i miei pensieri. Mattine nebbiose, come dentro a un fumo chiaro, e io quasi appesa alla mano di mia madre, tanto più alta della mia; lei che camminava veloce e, quasi di corsa, i miei passi per starle dietro, dentro le scarpe stringate nere, e i calzettoni bianchi. Il clangore dei tram sferraglianti, tram che mi parevano severi, rigorosamente verde scuro, come in divisa.

Le caldarroste in un cartoccio di carta da giornale che lasciava il nero del piombo sulle mani, la polpa delle castagne tiepida e dolce e asciutta, che quasi faticava ad andare giù per la gola.
Per quale via i profumi arrivano in un attimo al centro del cuore?

Stamattina invece, mia figlia appena uscita per andare a scuola, un vapore del suo profumo resta sospeso nell’aria della casa. Sa di gelsomino e di erba, è esattamente lo stesso che usavo io da ragazza, e mi conforta questo segno, come una segreta alleanza. Lo stesso profumo di quando i miei passi erano svelti e leggeri come i suoi, e i capelli ugualmente lunghi, ondeggianti all’aria. Poi il suo profumo si posa, resta nel suo letto, sui suoi vestiti, i gatti ci si accoccolano sopra e si addormentano, beati. (Io, che da piccola, quando mia madre usciva, giravo per la casa con la sua vestaglia fra le braccia, aspirandone la fragranza di rose).

Per quale via i profumi arrivano in un attimo al centro del cuore?
Bisognerebbe, mi dico, avere più considerazione del naso, allenarlo, aspirare gli odori delle cose care e serbarli dentro, in un archivio di tesori. Ora che è quasi inverno, e l’inverno di profumi è avaro, mi restano i mandarini con la loro fragranza ebbra di sole, da sbucciare lentamente, e, raro in città e prezioso, il fumo di legna, dai camini.

Ma aspetterò la fine di marzo: la prima giornata non più fredda, e il primo temporale, quando anche dalla terra delle nostre scarse aiuole si alzerà un fiato umido e fecondo, come di un grembo che aspetta. Lo respirerò allora profondamente, a inebriarmi, e anche il mio cane quel giorno camminerà più baldanzoso, la coda che scodinzola contenta, felice di annusare un mondo che si risveglia, un mondo nuovo.

E sarà di nuovo una alchimia, un miracolo che si tesse in un attimo, rischiando di passare, pure così grande, inosservato. E sarà di nuovo un ponte inafferrabile, teso e sospeso, invisibile, fra la realtà e il cuore. Come un segno buono cui noi, sbadati, non badiamo – credendo che altre sono, le cose importanti.

 
(fonte: Tempi)