Il dogma dell’Immacolata Concezione, una provocazione per l’uomo moderno

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“Il valore dell’attimo, cioè, non sta nella sua riuscita immediata, ma nell’amore al tutto con cui è vissuto. Così nulla, neanche un capello del capo, andrà perduto. È l’affermazione della dimensione vera dell’uomo, che mette alle strette l’angustia materialistica dell’uomo moderno per dilatarlo, sotto l’urto dello Spirito, all’infinito.
Lo stesso genere di provocazione vale anche per il dogma dell’Immacolata Concezione, proclamato nel 1854, all’inizio dell’ondata materialistica.
Già Duns Scoto, filosofo e teologo francescano vissuto alla fine del 1200, insegnava che la Vergine fu preservata dal peccato originale, in qualche modo, cioè, redenta in anticipo, da Colui che le sarebbe stato Figlio.
E, otto secoli dopo, è esattamente questa la spiegazione che la Chiesa riprenderà nel definire il dogma dell’Immacolata Concezione.
La Chiesa ci propone così di guardare a Maria come a chi ha vissuto in modo completo la sua umanità senza essere segnata dall’originale ambiguità, di guardare cioè a una donna la cui esistenza si può riassumere in quel fiat voluntas tua con cui ha accettato la sua missione. Così, di fronte agli orgogliosi figli dell’Illuminismo, veniva nuovamente riaffermata la fragilità dell’uomo, che diviene grande solo nell’aderire a Dio.
Veniva riaffermata la dottrina del «peccato originale», già definita dal Concilio di Trento; e non c’è dubbio che la mentalità dell’epoca, come anche la nostra, sentisse ripugnante questa immagine di debolezza e di incoerenza strutturale, questo avviso dell’irrisolvibile incapacità che l’uomo con le sue sole forze ha di lasciar determinare i suoi passi dal destino vero”.
 
Luigi Giussani, “Perché la Chiesa”