Artigiani e suonatori nella notte del Figlio

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di Alessandro D’€™Avenia
 
Il Vangelo parla di pastori. E nelle due precedenti puntate domenicali sul presepe si è parlato di pastori, come è giusto che sia. A loro viene dato l’annuncio, perché sono loro a popolare i notturni ripari dove si rifugiano Giuseppe e Maria per il parto. Eppure sin da bambino ero affascinato da un presepe affollato di altre due categorie di personaggi: Artigiani e Suonatori, mutevoli a seconda della latitudine. Tra i primi si possono annoverare: fabbri, arrotini, lavandaie, portatrici di uova, acquaioli, carrettieri, venditori di frutta, marinai, facchini, osti e avventori, venditori di caldarroste, vasai, mugnai, tessitrici, filatrici, fornaie, ciabattini, falegnami, cenciaioli, guardiane d’oche, pescatori… Tra i suonatori troviamo: flautisti, zampognari, cantastorie, giocolieri, danzatori…

Questi personaggi non potevano certo essere attivi nel cuore della notte della nascita del Bambino, ma è stato da subito chiaro, a chi inventava il gioco del Mondo del presepe, che non c’è Mondo senza lavoratori e suonatori. Il Mondo in cui Cristo viene non può essere senza lavoro (egli stesso fu falegname per trent’anni) e senza musica. Festa e lavoro sono il ritmo secondo il quale si muove il Recinto del Mondo, il Presepe della Storia umana, come nella prima settimana della creazione. Inoltre l’uomo è posto da Dio nel giardino dell’Eden perché «lo lavori e lo custodisca» si dice nella Genesi (2,15). Il creato è lo spazio che l’uomo, con la sua creatività, è chiamato a lavorare e custodire, e nel farlo festeggia, riposa, gioisce ed entra in rapporto con Dio, «che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno» con l’uomo (Gn 3, 8). Con il peccato la consegna non è cambiata, è cambiata la risposta del creato: il peccato non introduce il lavoro nel piano divino, che c’era già, ma la fatica e la resistenza del creato e dell’uomo stesso a svilupparsi secondo il progetto di Dio. La dimensione di festa si offusca, Dio non passeggia più con l’uomo, tutto è fatica.

Platone, attento testimone di queste conseguenze, scrive che gli dei condannarono l’uomo al lavoro e per compassione gli concessero intervalli di riposo per le feste, affinché l’uomo ricevesse in quelle occasioni la luce e la forza per vivere rettamente. Per gli antichi la festa era una specie di condono alla condanna quotidiana del lavoro. Riconoscono nella festa la luce originaria, ma non scorgono più il legame divino tra lavoro e uomo, schiacciati solo dal negativo della caduta: la fatica, la ripetitività, la necessità. L’aspirazione è poter non lavorare e la festa serve a costringere gli dei a passeggiare di nuovo con gli uomini. Con l’incarnazione il progetto divino è restituito al suo ordine originario che dà la possibilità di far festa nel quotidiano, benché sia diventato faticoso (Cristo non ci nasconde che «ogni giorno ha la sua fatica»). Ma che il Dio fatto carne abbia avuto un lavoro e lo abbia svolto per trent’anni elimina ogni ombra di condanna dal lavoro umano. Cristo era noto come falegname e chissà quanto legno avrà piallato nella sua vita, e quel legno, resistente e modellato a fatica e con il quale l’uomo gli modellerà la croce, è stato ‘redentivo’ quanto i suoi gesti straordinari: miracoli, guarigioni, trasfigurazioni. I trent’anni di vita ordinaria di Cristo ci aiutano a rientrare nel piano originario di Dio: il lavoro – purché onesto – non è condanna, ma progetto divino, e la festa, dopo il peccato originale, è ratifica del fatto che verrà un tempo, qui solo intravisto e pregustato, in cui celebreremo in un’unica ininterrotta festa i doni del creato. Senza la festa il lavoro non si comprende e viceversa.

L’uomo per dialogare con Dio è chiamato tutt’ora a coltivare e custodire il pezzo di giardino che gli è affidato. Lavorare è pro-creare: partecipare allo sviluppo e alla custodia delle risorse che gli sono date, infatti l’uomo e la donna, che lavorano nel posto giusto, vedono e sentono fiorire le proprie qualità e quelle di chi beneficia del loro lavoro, nonostante la fatica. Gioioso è solo chi lavorando riposa o riposa lavorando.

Il tempo libero (come ahimè anche i cristiani si sono abituati a chiamarlo, accettando la dinamica della schiavitù al lavoro, come la intendevano i pagani) è in realtà tempo della festa, tempo in cui si festeggia la gioia del talento ricevuto. Invece un lavoro vissuto senza la luce dell’incarnazione, tende a ridursi a condanna, semplice neg-otium, rispetto all’otium degli dei; e il tempo libero finisce con l’essere inteso come ‘privo di lavoro’, quando è libero ogni istante, feriale o festivo, vissuto da un cuore liberato dalla grazia. Solo se il lavoro è luogo della coltivazione di sé e dono dei propri talenti agli altri, il tempo in cui l’uomo non lavora diventa tempo della festa, priva, questo sì, dall’affanno dell’utile, ma pura gioia del ricevere e del condividere, del ritemprare le forze per un lavoro rinnovato, e non fuga dalla realtà in non-luoghi come gli affollati ipermercati domenicali, versione secolarizzata e insoddisfacente della festa (non mantengono mai ciò che promettono). L’uomo è chiamato a creare la propria bellezza. Non è già tutta fatta, ma da compiere, in sé e nelle cose: il termine creatura infatti origina dal participio futuro latino ed esprime la tensione verso un compimento di ciò che è già in potenza, come avventura,che è la vita del cristiano, non da salotto, non da divano, non bigotto, ma l’avventura dell’artigiano e del suonatore. È necessario riportare il fuoco nel grigiore del quotidiano, e questo passa solo attraverso quell’arte del vivere che Cristo è venuto a insegnarci con la sua incarnazione e a rendere a noi possibile, donandoci la sua grazia.
 

(fonte: Avvenire, 20.12.15)