La conoscenza della fede

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di Francesco Agnoli
 
La “ragione fredda e calcolatrice”: così scrive Ugo Foscolo nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis. Sì, i romantici sono stati, spesso, nemici della ragione. Ritenevano che la ragione e il cuore fossero da contrapporre. Riprendendo l’ambigua affermazione di Pascal: Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce. E nello scontro tra ragione e cuore si schieravano con quest’ultimo. Ciò avveniva in antitesi con l’illuminismo, che aveva proposto una idea riduttiva di ragione, al seguito di Cartesio. Il quale, nota lo storico della scienza Paolo Musso, partiva proprio da una profonda sfiducia nell’esperienza, nella realtà. Per questo Cartesio fonda il suo metodo a partire da affermazioni come questa: “Io supporrò, dunque, che vi sia, non già un vero Dio, che è fonte sovrana di Verità, ma un certo cattivo genio, non meno astuto e ingannatore che possente, che abbia impiegato tutta la sua industria ad ingannarmi. Io penserò che il cielo, l’aria, la terra, i colori, le figure, i suoni e tutte le cose esterne che vediamo, non siano che illusioni e inganni… Considererò me stesso come privo affatto di mani, di occhi, di carne, di sangue, come non avente alcun senso, pur credendo falsamente di aver tutte queste cose. Io resterò ostinatamente attaccato a questo pensiero…”.

Questa posizione è esattamente opposta a quella della filosofia tomista, per cui si arriva a Dio tramite la realtà, ma anche a quella di Galilei. Perché la ragione non è affatto fredda e calcolatrice, ma al contrario, essa è davvero, funziona, pur nei limiti della sua ontologica natura (è pur sempre ragione umana), quando sente e quando ama. Dio è Logos e allo stesso tempo Amore, proprio perché non vi è alcuna opposizione tra ragione e amore. Non si ama se non ciò che si conosce e non si conosce davvero se non amando. Ciò è vero se parliamo di un rapporto con una persona, ma anche del rapporto con la realtà, le cose.

Così l’uomo non è un insieme di parti scoordinate e confliggenti, ragione e cuore, ma una unità in cui il peccato originale tende a minare, ogni instante, appunto, l’unità originaria, l’unità cui una vita interiore profonda in qualche modo porta. Grande medico, grande professore, sacerdote, scienziato…: colui che amando conosce e che, conoscendo, ama. Altro dall’indifferente, che non ama e perciò neppure conosce. Nessun dualismo radicale, dunque, se l’universo è creazione di Dio-Logos, e se Dio è l’Amore che crea e si incarna.

Se ciò è vero, si chiarisce anche il rapporto, non dualista, tra dottrina ed esperienza, tra fede e ragione. Tra dottrina ed esperienza: non esiste una vera dottrina che non diventi, in qualche modo, vita: sarebbe conoscenza fredda e calcolatrice, cioè non vera conoscenza. Non esiste vera esperienza della realtà che non porti ad una conoscenza. Esiste, semmai, una incapacità di vivere ciò che la dottrina significa, per un limite umano intrinseco, per una sproporzione tra verità rivelata e uomo peccatore, e per una mancanza di amore che impedisce una intelligenza profonda dell’insegnamento dottrinale. Il catechismo non è dunque fredda elencazione e conoscenza di contenuti, lettera morta; non è neppure qualcosa che si vive ad un livello puramente intellettuale e astratto, poiché Dio è Verità e Amore, e l’uomo ragiona davvero, quando ragiona con la mente e con il cuore, con tutto se stesso. In questo senso “la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica” (2Cor 3,6); in questo senso “la Legge evangelica dà compimento, supera e porta alla perfezione la Legge antica: le sue promesse attraverso le beatitudini del regno dei cieli e i suoi comandamenti attraverso la trasformazione della radice delle azioni, cioè il cuore” (Catechismo).

Insomma non esiste vera dottrina se essa non diventa vita, e non esiste vera vita se essa non è conformazione, non più solo esteriore, come nella legge antica, ma interiore, profonda, d’amore, alla legge. Poiché Dio è persona (che si incontra ogni giorno anche nel prossimo), e il suo libro la realtà che si vede, si tocca, si ascolta, allora non si conosce Dio, cioè la Verità, senza amare, senza che la conoscenza diventi avvenimento. Così diventa comprensibile sant’Agostino, la sua frase spesso citata e fraintesa, “ama et fac quod vis”.

Nessun dualismo tra dottrina ed esperienza; nessun dualismo neppure tra fede e ragione. Scrivono i padri che bisogna “credere per capire” e “capire per credere”. Ma sottolineano che il credere precede ed aiuta il capire. Il credere, anzi, è già capire.

Perché? Perché la fede è l’incontro con Cristo, con Colui che “è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili…Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui” (Col. 1:15-17). Se tutto sussiste in Cristo, tutto è, in Lui, conoscibile.

Così adorare il crocifisso, o inginocchiarsi, sono atti di fede ma anche – in quanto capaci di mettere in relazione Creatore e creatura, Infinito e finito-, atti conoscitivi, attraverso cui si attinge direttamente al cuore di tutto l’Essere. Cristo, dicevano i primi cristiani, è la nostra sapienza.
 

(fonte: Libertà e Persona)