La coscienza nello stato vegetativo

di Massimo Gandolfini

Per affrontare, anche sinteticamente, il tema del cosiddetto “Stato Vegetativo” (SV) è necessario prima porsi una domanda: che cos’è la coscienza? Tanti pensatori si sono cimentati, nel corso dei secoli, nell’impresa di definirla esaustivamente. Oggi i neuroscienziati hanno accantonato questo obiettivo, e si limitano a “descriverla” nelle sue due dimensioni fondamentali: la “consapevolezza” (di se stessi e dell’ambiente circostante) e la “vigilanza” (il contatto con il mondo esterno).
 
COMA E STATO “VEGETATIVO”

Come si giunge allo SV? Partiamo dallo stato di coma, caratterizzato dall’abolizione della coscienza e delle funzioni somatiche: la consapevolezza e la vigilana sono soppresse. Oggi possiamo affermare che il coma non si prolunga mai più di 6-8 settimane ed è una “fase di passaggio” verso altri esiti, fondamentalmente tre: la morte, la ripresa progressiva, fino alla guarigione (con o senza deficit neurologici o cognitivi), lo Stato cosidetto Vegetativo. Lo SV è caratterizzato da vigilanza: il paziente è vigile (cioè tiene gli occhi aperti), mantiene il ritmo sonno-veglia, è incontinente e presenta una funzionalità variabile dei nervi cranici e dei riflessi spinali; però questo stato è caratterizzato da non evidenza per gli osservatori esterni di consapevolezza di sé e dell’ambiente circostante, da non evidenza di reazioni del paziente a stimoli visivi, uditivi, tattili, dolorosi e da non evidenza di comprensione o produzione verbale. Lo SV può evolvere gradualmente verso un lento e progressivo “risveglio”, verso uno “Stato di Minima Coscienza” (SMC), descritto da J.Giacino nel 2002: il paziente manifesta una limitata, ma evidente, consapevolezza di sé e dell’ambiente, reagisce con risposte variabili a comandi semplici (anche di tipo posturale, facendo dei movimenti del capo, tipo si/no), risponde agli stimoli ambientali con comportamenti volontari.
 
E’ PERMANENTE?

Quando non si verifica questa positiva evoluzione, lo stato clinico del paziente configura quel quadro clinico che è sotto denominato “stato vegetativo persistente o permanente” (SVP). Ma, allo stato attuale delle nostre conoscenze, in termini rigorosamente scientifici, è corretto definirlo “permanente” o “persistente”? Nel 1994 le Società scientifiche USA di ambito neurologico hanno costituito un apposito gruppo di studio, finalizzato ad approfondire questo stato. Le loro conclusioni furono che si dovesse definire “permanente” (come sinonimo “irreversibile”stadio SV che perdurava più di tre mesi dopo un danno cerebrale anossico e più di un anno dopo un trauma cranio encefalico (TCE):
 
ALCUNI CASI DI RISVEGLI CLAMOROSI

Ma, egli anni seguenti, si moltiplicarono le segnalazioni alla comunità scientifica mondiale di casi di miglioramenti clinici avvenuti anche dopo molti anni; ad oggi sono 19 i casi scientificamente documentati di “risveglio” da un SV considerato erroneamente irreversibile, e che pur perdurava da molti anni. Ad esempio, l’americano Terry Wallis nel 2003 si è “risvegliato” dopo 19 anni. Anche il polacco Jan Grzebski si è risvegliato dopo 19 anni, nel 2007. Solo la moglie Gertruda aveva creduto nel suo risveglio. E ha avuto ragione. “Mia moglie Gertruda mi ha salvato, e non lo dimenticherò mai”, ha detto Grzebski intervistato dalla tv.
 
QUESTI SOGGETTI PROVANO DOLORE

Agli inizi degli anni duemila è intervenuto un nuovo grande contributo allo studio della nostra questione, grazie al “neuroimaging”. Applicando queste avanzate tecnologie, nel 2000 la scuola neurologica belga documentò che le aree neuronali della corteccia deputate alle funzioni uditive primarie venivano attivate – quindi erano funzionanti – se il paziente veniva sottoposto a stimoli acustici. Queste indagini rivelarono che gli stimoli dolorifici, pur non producendo una reazione delle aree corticali e sottocorticali secondarie di queste persone, attivavano però la loro corteccia somatosensoriale primaria ed il talamo: il dolore di queste persone è ormai acclarato senza alcun dubbio. Le osservazioni hanno dunque dimostrato che in questi pazienti ci sono aree corticali in grado di esprimere frammenti ben definiti di attività cerebrale, pur in un cervello gravemente danneggiato. E’ stata una vera e propria rivoluzione concettuale: i “moduli” cortico-sottoorticali lavorano in sinergia.
 
C’È COSCIENZA!

Un ulteriore passo in avanti si deve al neurologo britannico Owen (2006): Judy, una paziente non responsiva, giudicata in SVP, venne sottoposta a FRMN mentre le veniva chiesto di immaginare nella mente una partita a tennis. Judy dava risposte neuronali corticali assolutamente simili a quelle di un soggetto sano che immagini una partita a tennis. Dunque, evidentemente, Judy non si trovava in SVP, bensì in Stato di Minima Coscienza! Ciò conferma che, anche in ambienti altamente specializzati, è altamente probabile che ci siano frequenti errori nelle diagnosi che attribuiscono ad un paziente la mancanza della coscienza (secondo Gustave Moonen questi errori avvengono nel 40% dei casi). Ora, se già (per vari motivi che qui non c’è spazio per riassumere) è gravemente malvagio lasciar morire un soggetto che fosse con assoluta certezza in stato non responsivo irreversibile, sarebbe a maggior ragione grave consentire legalmente l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiale per via di una presunta diagnosi di SVP: si negherebbe di fatto la sopravvivenza ad un paziente che – trovandosi in realtà in uno stato di minima coscienza – avrebbe alte probabilità di recupero , anche soddisfacente, della propria salute. Dunque, oggi, sulla scorta delle acquisizioni scientifiche non si può più parlare, di “assenza di coscienza”, ma piuttosto di “coscienza frammentata”. Non esistono dunque criteri certi per stabilire quando uno SV diventi Permanente.
 
CONSEGUENZE ETICHE E SOCIALI

Ciò deve indurre ad un atteggiamento di un atteggiamento di grande prudenza che eviti di considerare lo SV come una situazione irreversibile e/o di terminalità, ritenendo che sia inutile investire risorse scientifiche e sociali per studiarlo e guarirlo. La deriva di abbandono o, peggio, eutanasica invocata da certa ideologia fondata sulla “qualità della vita” e sulle “vite non degne di essere vissute” è quanto di puù antiscientifico oggi possa esistere. Del resto, la mancanza di autocoscienza non toglie all’essere umano la sua preziosità incommensurabile, e non autorizza a ucciderlo o lasciarlo morire. La stessa nozione di “stato vegetativo” è già una manipolazione linguistica, perché induce a pensare che il soggetto non sia più un essere umano, bensì un vegetale. E’ molto più corretto parlare di sindrome da “veglia aresponsiva”, come si comincia a fare nel linguaggio medico.
 

Fonte: bastabugie.it