Vedere il dolore innocente e credere in Dio

Passione di Cristo

Il problema del male è la principale obiezione per molti uomini all’esistenza di un Dio buono e onnipotente, per questo occorre saltuariamente tornarci sopra provando a darvi una risposta, provando a spiegare perché l’esistenza del dolore e del male non è per noi cristiani un ostacolo. L’obiezione è formulata in modo abbastanza semplice e si basa su una deduzione: se Dio è buono e onnipotente allora non ci dovrebbe essere alcun male o sofferenza. La riflessione di Joe Manzari dell’University of California ha il pregio di offrire una delle migliori sintesi sulla questione. Da essa prenderemo spunto ampliandola laddove non ci sembra pienamente soddisfacente.

Occorre premettere che esistono due tipi di problemi riguardo al male. Il primo è il male causato dagli uomini(argomento deduttivo) e si basa su una sequenza apparentemente logica:

(1) Dio esiste.
(2) Dio è onnipotente.
(3) Dio è onnisciente.
(4) Dio è omni-benevolo.
(5) Esiste il male.
(6) Un Essere buono elimina sempre il male, per quanto possibile.
(7) Non ci sono limiti a ciò che un Essere onnipotente può fare.

Il problema sono gli assunti 6 e 7. La premessa 6 è falsa in quanto per eliminare il male commesso dagli uomini, Dio dovrebbe eliminare il loro libero arbitrio, la quale è una soluzione enormemente più malvagia. G.W. Leibniz ha risposto infatti a questo dilemma spiegando che Dio, valorizzando la libertà dell’uomo, ha deciso di fornire a lui la libertà di scegliere il bene sul male, piuttosto che costringerlo alla Sua volontà. Anche la premessa 7 è falsa, ad esempio non può compiere cose contraddittorie, perché -seppur appaia contraddittorio- ci sono limiti all’agire di un Essere onnipotente: Egli non può contraddirsi, non può creare un cerchio quadrato come non può (non vuole, si pone un limite cioè) costringere creature libere a fare la Sua volontà.

Il male causato dall’uomo, come omicidi, sofferenza delle persone e tanti cataclismi naturali (per mancanza di cura verso il creato), non è dunque imputabile a Dio ma piuttosto alla libertà dell’uomo di compiere il male, non ascoltando con onestà la legge morale che abita in lui.

Esiste una seconda versione del problema del male (argomento induttivo), molto più profonda e complessa ed è quella che è stata al centro della riflessione di miliardi di uomini nella storia. Anch’essa si basa su una sequenza di assunti:

(1) Se Dio esiste, il male gratuito non esiste.
(2) Il male gratuito esiste.
(3) Pertanto, Dio non esiste.

Oltre al male causato dall’uomo, dipendente dal suo libero arbitrio e non da Dio, esiste un male che non è il risultato dell’azione umana. E’ il caso di molte malattie, della sofferenza innocente e delle grandi ingiustizie della vita umana. Il fulcro dell’attenzione si deve rivolgere alla premessa (2): la pretesa è che esista un male veramente gratuito. Ma è un’affermazione indimostrabile e nessuno può escludere che ciò che appare superficialmente un male potrebbe essere la circostanza per trarre un bene maggiore.

Questa spiegazione è possibile darla soltanto all’interno del cristianesimo, come abbiamo già fatto notare, perché in essa esiste già un precedente significativo: l’ingiusta passione e sofferenza di Cristo, mezzo necessario per la Sua resurrezione. Ecco dunque il male come via per il bene, un esempio palese davanti a noi che ci permette di stare davanti al dolore più tragico senza scandalizzarsi ma confidando che, come per Gesù, anche per tutti noi sia la croce da portare per un bene maggiore.  Non è un caso che Francesco d’Assisi chiamava la morte e la sofferenza, addirittura,  “sorella”.

Dal male innocente commesso contro Suo figlio, Dio ha tratto un bene più grande. Questo ci autorizza a credere che sia sempre così e il male innocente risponda ad un disegno più grande che si realizza in una redenzione finale, incomprensibile per noi ora come era incomprensibile per gli apostoli vedere il loro Messia morire in croce come un ladro o un assassino. Ma «non vi è male da cui Dio non possa trarre un bene più grande», ha scritto Giovanni Paolo II, «non c’è sofferenza che egli non sappia trasformare in strada che conduce a lui». Il male, come è stato ben spiegato, non è un castigo e non è una fatalità, ma il mezzo attraverso cui Dio trae misteriosamente un bene più grande.

A volte capita di osservare i frutti già ora: quante persone, infatti, si convertono dopo una grave sofferenza o una terribile malattia? Grazie alla sofferenza patita arrivano a sperimentare la presenza di Dio dando finalmente un senso compiuto alla vita, così che se potessero tornare indietro vorrebbero nuovamente passare dalla croce patita per risorgere personalmente. Questi casi sono un esempio, in tanti altri casi non si vede apparentemente alcun bene e l’attenzione deve andare alla croce di Cristo: la sua non è stata una sofferenza gratuita ma una condizione inevitabile per la Resurrezione e la salvezza degli uomini. Così è per la sofferenza degli uomini, per tutti i mali che viviamo. La nostra fede in Dio è sfidata, non a caso Papa Francesco ha risposto così: «Davanti a un bambino sofferente, l’unica preghiera che a me viene è la preghiera del perché. Signore perché? Lui non mi spiega niente. Ma sento che mi guarda. E così posso dire: Tu sai il perché, io non lo so e Tu non me lo dici, ma mi guardi e io mi fido di Te, Signore, mi fido del tuo sguardo».

 
(fonte: UCCR)