L’unicità dell’uomo: seppellire, parlare, scegliere, amare

uomo

di Francesco Agnoli

da Libertà e Persona

[…]

1) Poiché le esperienze pre-morte (NDE) riguardano appunto il decesso momentaneo, vero o presunto, di creature umane, la prima considerazione da fare è questa: costatare, alla luce della archeologia e della storia, una peculiarità tipicamente umana, cioè l’usanza di seppellire i morti.

Il celebre neuroscienziato Michael S. Gazzaniga, ricorda a tal proposito che i “Neanderthal occasionalmente seppellivano i loro morti, i Cro-Magnon (il primo homo sapiens anatomicamente moderno a essere apparso in Europa, all’incirca quarantamila anni fa) lo facevano in maniera regolare ed elaborata, interrando insieme con essi degli oggetti materiali. Questo indica una credenza in una vita dopo la morte… Una credenza in una vita dopo la morte presuppone una differenza tra il corpo fisico e ciò che continua a vivere. I Cro-Magnon erano dualisti”.

Effettivamente dalle piramidi egizie, alle tombe etrusche, alle necropoli greche… sempre nel corso della storia umana abbiamo dimostrazione di questa credenza radicata in un aldilà, per quanto variamente concepito.

Tomba dei Giganti di S’Ena e Thomes

E gli animali? Loro no. Continua Gazzaniga: “Dunque gli altri animali dimostrano una risposta elaborata di fronte ai loro parenti o compagni morti? La maggior parte degli animali no. I leoni sembrano essere molto pratici. Possono annusare o leccare brevemente il corpo di un compagno morto di recente, e poi gettarvisi sopra per un breve spuntino. Gli scimpanzé possono avere interazioni più prolungate con un partner sociale defunto, ma abbandonano il corpo una volta cominci a diventare maleodorante…” 1.
Dunque, l’immortalità è una realtà, o un desiderio (ma perché?), solo umano.
A ciò si aggiunga che da sempre, in tutte le religioni, l’uomo ha intuito l’esistenza di un giudizio post mortem, variamente descritto ed immaginato. Di norma però l’aldilà è stato concepito come un luogo infero e buio: l’Ade greco è a lungo solo un luogo oscuro, senza speranza e senza beatitudine; presso i popoli dell’Oriente “domina un concetto di giustizia divina descritto non di rado come forza arbitraria, capricciosa, desiderosa di vendetta”; tra i “babilonesi la vita del giusto nell’oltretomba non era per niente desiderabile: un cammino senza ritorno, una realtà priva di luce, dove l’alimento è polvere e fango”; molto spesso, dall’Africa all’Asia, i vivi devono continuare a nutrire, tramite offerte, il defunto (che quindi conserva esigenze materiali anche dopo la morte)… Qua e là, più o meno a seconda dei tempi e dei luoghi, però, vi è, più o meno confusa, la necessità di una sorte diversa per buoni e cattivi, ma mentre gli inferi sono ben caratterizzati, la condizione dei giusti, quando è privilegiata rispetto a quella dei malvagi, ha poco a che vedere con quella piena beatitudine del Paradiso che, secondo il Nuovo Testamento, è stata preparata per i buoni da un Dio definito, da san Giovanni, come “Amore” 2.

2) Da sempre si è ritenuto che gli uomini avessero qualcosa in comune con gli animali e qualcosa di profondamente diverso da loro: l’anima razionale, immortale. Le neuroscienze parlano oggi di rapporto cervello (corpo)-mente (anima); e ci dicono che attraverso lo studio degli scimpanzé “abbiamo appreso che i nostri cervelli sono sia quantitativamente che qualitativamente diversi”3.

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3) Anche il linguaggio umano, ciò che più evidentemente ci distingue dagli animali, è assolutamenteunico, come dimostrano gli studi del più grande linguista vivente, Noam Chomsky, e dei suoi collaboratori. Per Chomsky c’è uno scarto profondo tra le capacità cognitive umane e quelle animali: il linguaggio umano è un unicum, qualitativamente assai diverso dalle altre forme di linguaggio animale.
Per questo tutte le spiegazioni neodarwiniane, per le quali il linguaggio deriverebbe da pressioni selettive, si sono dimostrate false. Nessuna scimmia, per quanto addestrata da uomini, imparerà mai a parlare e a ragionare, perché gli mancano i presupposti per farlo, mentre tutti i bambini del mondo, a due anni, sono in grado, potenzialmente, di imparare qualsiasi lingua. Ci sono dunque per Chomsky, una “grammatica universale” innata, composta da principi universali propri di tutte le lingue, e una “grammatica profonda”, cioè l’esistenza di alcune caratteristiche strutturali, come verbi e nomi, propri di tutte le lingue. Il linguaggio umano, poi, nonostante un numero limitato di parole e di regole, è un prodigio, un “mistero”, perché è l’unico “creativo” e potenzialmenteinfinito (può produrre un numero potenzialmente infinito di frasi, anche nuove, mai prodotte e mai sentite prima)4.

Da queste considerazioni scientifiche, condivise con Chomsky da illustrissimi cognitivisti, genetisti, antropologi e biologi, non possono che sorgere delle considerazioni filosofiche: esiste una differenza qualitativa, ancora una volta, tra uomo e animale (senza la quale sarebbe impossibile ipotizzare una immortalità dell’anima umana); nonostante la straordinaria potenzialità del linguaggio umano, che rimanda anche alla potenzialità della mente umana, esso non è “onnipotente” nella sua capacità creativa: come avrebbe detto il grande logico-matematicoKurt Godel, il linguaggio umano “non inganna, ma è limitato”.
Nicola Cusano direbbe che è analogo al linguaggio di Dio (la parola di Dio crea il mondo intero), ma non coessenziale: per questo non può descrivere compiutamente, come si è già detto, ciò che lo supera e lo trascende…
E concluderebbe che esistono un linguaggio animale; un linguaggio umano, ad esso qualitativamente superiore, e un linguaggio divino, non limitatissimo, come quello animale; non limitato, come quello umano, ma senza limiti, onnipotente. Così come esistono una “mente” e una “coscienza” animale, una mente e una coscienza umana e una Mente e Coscienza divina, ognuna delle quali qualitativamente diversa dalle altre.
Dove l’ultima, la Mente divina è all’origine di tutto, essendo creativa per essenza, rispetto alle altre, “creative” per partecipazione 5.

Madre-Teresa

4) La quarta ed ultima considerazione tra le tante possibili -anch’essa collegata ad alcuni aspetti delle Nde, in particolare all’esistenza di un giudizio morale particolare condotto sulla base della legge dell’amore- riguarda il dibattito sull’ “altruismo”, termine con cui di solito genetisti, sociologi, antropologi… definiscono qualcosa che invece i filosofi e i teologi chiamano solitamente “amore”.
L’altruismo umano -che qui ci interessa in relazione al fatto che nelle Nde i ritornati dicono di essere stati giudicati proprio su di esso-, è qualcosa di molto differente da quello animale, finalizzato ad un vantaggio (per sé o la propria parentela), perché può possedere una gratuità che lo rende, appunto, unico.
L’altruismo umano, dunque, mette in crisi il pensiero materialista e naturalista, perché dimostra che la natura umana non è riducibile alla fisica e alla biologia, che la coscienza dell’uomo non è un semplice incremento quantitativo dell’ ‘astuzia’ animale, un mero strumento per sopravvivere, in quanto non è collegata direttamente col meccanismo della sopravvivenza, anzi, in un certo senso, lo disturba, perché introduce il dilemma tra bene e male, e con esso tra egoismo istintivo e altruismo, portando l’uomo in varie circostanze ad agire anche contro il proprio interesse personale.
L’uomo infatti può scegliere, può addirittura andare contro tutte le tendenze istintive, genetiche, che caratterizzano la sua parte animale, corporale: può sacrificarsi, donarsi, immolarsi, dire di no – in base alle sue idee, ai suoi valori non misurabili-, alle proprie pulsioni e passioni animali; può combattere dentro di sé il desiderio di vendetta, perdonare… e in ognuna di queste operazioni non è definito né dallo spazio, né dal tempo, né dalle leggi della termodinamica, né dal principio di causa effetto.
Come ha scritto il celebre genetista Francis Collins: l’altruismo disinteressato, solamente umano, “costituisce una sfida rilevante per l’evoluzionista e rappresenta un vero scandalo per il pensiero riduzionista”, e “l’agape di Oskar Schindler e madre Teresa smentisce questo tipo di pensiero. Incredibile ma vero, la legge morale mi chiederà di salvare l’uomo che sta affogando anche se è mio nemico”6.

A sua volta il grande evoluzionista, biologo e filosofo, Francisco Ayala osserva: “L’altruismo umano appare simile a quello degli animali, ma è diverso per il rilevante fatto di essere accompagnato da un giudizio, che è precisamente ciò che lo rende morale. Il comportamento morale non è del tipo di quelle reazioni automatiche di altruismo biologico come si hanno in certe api, formiche e presso altri imenotteri….”7.
Infine, il già citato neuroscienziato M. Gazzaniga afferma che “il desiderio di aiutare coloro che soffrono a causa di un incidente o una malattia… è guidato dall’empatia e dalla compassione che possono essere considerate caratteristiche unicamente umane”8.

Amore, senso morale e quindi libertà: non è proprio quanto di più divino, di non riducibile alla pura materialità, esiste nell’uomo?

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Da Francesco Agnoli, Sorella morte corporale, La Fontana di Siloe, Torino, 2014
 
1 M. S. Gazzaniga, Human. Quel che ci rende unici, Raffaello Cortina editore, Milano, 2009, pp. 337-338. Gazzaniga analizza anche la tesi di Cinthia Moss, per la quale ci sarebbe una specie animale che ha cura dei suoi defunti: gli elefanti. E dimostra che non esiste alcuna prova “che gli elefanti abbiano un interesse nei loro conspecifici (morti, ndr) al di là degli aspetti fisici”.

2 Si veda Inferno e dintorni, a cura di Serafino Lanzetta, Cantagalli, Siena, 2010, e Rodney Stark, La scoperta di Dio, Lindau, Torino, 2008, p.125.

3 M.S. Gazzaniga, op. cit., p. 489.

4 Noam Chomsky, Il linguaggio e la mente, 2010, Bollati Boringhieri.

5 La Parola di Dio crea il mondo; la parola umana “crea” poesia, arte, musica, scienza…

6 Francis Collins, Il linguaggio di Dio, Sperling & Kupfer, Milano 2007, pp. 20-22.

7 Francisco Ayala, L’evoluzione. Lo sguardo della biologia, Jaka Book, Milano, 2007, p. 143; vedi anche F.Agnoli, La grande storia della carità, Cantagalli, Siena, 2014

8 M. Gazzaniga, op. cit., p. 484.
 

(fonte: Libertà e Persona)