L’origine della morale: spiegazione scientifica e insegnamento della Chiesa

morale

(dal sito UCCR)
 
Per “psicologia evoluzionista” si intende il tentativo di spiegare il nostro comportamento estendendo la teoria di Darwin sull’evoluzione delle specie alla società e alla cultura umana. Correlato ad esso c’è il tema dell’origine della moralità presente nell’uomo e, accanto ad esso, il tema del rapporto tra cervello e coscienza.E’ un campo davvero vasto, pesantemente viziato oltretutto da chi strumentalizza l’evoluzione biologica per fini ateistici e da chi, cogliendo una presunta pericolosità per il suo credo religioso, combatte le spiegazioni evolutive cercando di screditarne il valore. Bisogna quindi procedere con cautela evitando di cadere in uno dei due estremi.

Senza dubbio nessuno prende davvero sul serio la spiegazione che la nostra esperienza morale -cioè la capacità di valutare il bene e il male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato-, possa davvero essere il frutto solamente del risultato di una serie di casuali incidenti controllati dalla selezione naturale. Se davvero qualcuno ne fosse convinto, non potrebbe più ritenere affidabili i suoi giudizi morali, rendendosi impossibile la vita. In secondo luogo, come ha spiegato il filosofo della scienza Telmo Pievani, «per giustificare l’utilità di meccanismi adattativi così rigidi e immutabili da essere al tempo stesso preistorici e attivi ancor oggi, l’ambiente avrebbe dovuto essere uniforme e duraturo», ed invece «abbiamo vissuto in ambienti instabili e imprevedibili, dove, più che moduli di comportamento innati e rigidi, servivano al contrario flessibilità e innovazione comportamentale». Per questo possono essere definite «imbarazzanti spiegazioni evolutive».

Parlando più specificamente dell’origine della morale, non solo della spiegazione dei nostri comportamenti, anche in questo caso non vi è alcuna prova convincente che essa sia un prodotto dell’evoluzione biologica. Il biologo Jeff Schloss, docente presso la Westmon Academy, ha spiegato:«Manca una spiegazione evolutiva pienamente adeguata della morale e non abbiamo una proposta evolutiva plausibile per le credenze morali associate ai nostri comportamenti. Ho realizzato una revisione della letteratura più recente e non riesco a trovare alcuna spiegazione coerente per le convinzioni morali o le intuizioni anche soltanto normative».

Se è già decisamente controverso capire come dalla non-vita possa essere emersa la vita, ancora di più è comprendere come dalla non-moralepossa essere emersa la morale e dalla non-coscienza la coscienza. Il celebre Charles Darwin, in “The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex” (p.19), ha ipotizzato che come diverse razze di cani o cavalli hanno sviluppato capacità diverse, così gradazioni distinte di capacità morali si sarebbero sviluppate anche tra le razze umane. Aggiungendo comunque: «Un essere morale è un essere in grado di paragonare le sue azioni e le sue motivazioni passate e future e di approvarle o disapprovarle. Non abbiamo ragioni di supporre che qualcuno degli animali inferiori abbia queste capacità» (p.88).

Diversi evoluzionisti, come Francisco J. Ayala dell’Università della California, hanno sostenuto in modo convincente che «le norme morali sono prodotti dell’evoluzione culturale non di quella biologica, non esiste un comportamento morale negli animali» (F. Ayala, “L’evoluzione”, Jaca Book 2009, p.159). Molto interessanti, a questo proposito, anche le riflessioni di Mario De Caro, professore di filosofia morale presso l’Università Roma Tre: «secondo la pretesa naturalistica, la spiegazione biologica sarebbe in grado di dare conto delle origini evolutive della moralità e spiegare il contenuto stesso». Ma non è così, «le spiegazioni sono di tipo culturale non biologico» (in A. Lavazza, “Siamo davvero liberi?”, Codice Edizioni 2010, p.137). Tanto meno le convinzioni morali e la coscienza possono essere ridotte a epifenomeni del cervello, come spiegato dal filosofo Massimo Reichlin: «La spiegazione della moralità non si può spiegare solamente con gli elementi di base del sistema neurale» (M. Reichlin, “Etica e neuroscienze”, Mondadori 2012, p.139-143). Importante il recente lavoro del neurochirurgo Massimo Gandolfini intitolato appunto: “I volti della coscienza. Il cervello è organo necessario ma non sufficiente per spiegare la coscienza” (Cantagalli 2013).

Interessante il lungo elenco di ricerche in merito pubblicate nel volume “Esperienza religiosa e psicologia” (Elledici 2009) nel quale, oltre a confutare in modo ottimale la spiegazione di Sigmund Freud sull’origine della coscienza morale a partire dall’equilibrio dei divieti, si evidenzia come lo sviluppo morale è innato, indipendente dallo sviluppo cognitivo ed universale, tanto che Lawrence Kohlberg è riuscito a ritrovare in tutte le culture gli stessi aspetti o categorie di giudizio morale e di valutazione (confutando quindi il relativismo sociologico). L’argomento, come dicevamo, è dunque molto ampio e affascinante.

L’unica certezza è quella di poter tranquillamente escludere una spiegazione puramente evolutiva della morale. Al massimo, come evidenzia la pubblicazione in merito della Stanford Encyclopedia of Philosophy, è possibile sostenere che siamo influenzati dalle pressioni evolutive, ma sempre mantenendo da esse indipendenza e autonomia. Non ci sono affatto spiegazioni causali convincenti non solo per l’altruismo (ad esempio verso gli estranei o, addirittura, i nostri nemici), ma neppure per i comportamenti che tuttavia sembrano più radicati nel mondo naturale, come la cura verso la prole: «anche se è vero che le pressioni evolutive che favoriscono cura della prole hanno fortemente influenzato il nostro atteggiamento verso i nostri figli, non ne consegue che questa sia la spiegazione completa del perché crediamo di avere obblighi particolari di cura per i nostri figli e per il motivo per cui ci comportiamo così verso di loro. Essa può essere solo una parte della spiegazione».

«I nostri giudizi morali e i comportamenti che ne derivano», si spiega ancora, «non possono solo essere considerati semplici upshots causali di alcune forze biologiche e psicologiche, alla pari dell’attività di cooperazione delle api o del risentimento delle scimmie cappuccine dopo ineguali ricompense a parità di lavoro». Questo perché quando l’uomo emette un giudizio esso è il frutto, non dell’istinto, ma di un ragionamento complesso e astratto: «Tutto questo complica il progetto esplicativo in relazione ai pensieri, ai sentimenti e alle azioni degli agenti razionali». Concludendo: «è plausibile che mentre molti dei nostri giudizi morali più riflessivi e motivati ​siano sotto il dominio generale dell’intelligenza, molti altri giudizi morali, meno riflessivi, sono in gran parte attribuibili a influenze evolutive».

Secondol’insegnamento della Chiesa, «la legge naturale è iscritta e scolpita nell’anima di tutti i singoli uomini; essa infatti è la ragione umana che impone di agire bene e proibisce il peccato. […] Questa prescrizione dell’umana ragione, però, non è in grado di avere forza di legge, se non è la voce e l’interprete di una ragione più alta, alla quale il nostro spirito e la nostra libertà devono essere sottomessi. La legge naturale altro non è che la luce dell’intelligenza infusa in noi da Dio. Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve compiere e ciò che si deve evitare. Questa luce o questa legge Dio l’ha donata alla creazione». Come si evince, non c’è alcuna contraddizione tra queste verità morali e le più recenti conclusioni scientifiche.
 
Qui il recente intervento del filosofo Mauro Bonazzi, dell’Università di Milano, sull’anima e le neuroscienze:

http://video.corriere.it/scienza-non-ha-ucciso-l-anima/bb452a56-cb62-11e5-9200-b61ee59246a7
 

(fonte: UCCR)