La gioia della testimonianza

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Come molti sapranno, il 30 gennaio scorso si è svolta a Roma una grande manifestazione in difesa della famiglia e dei bambini: il “Family day”. Io e la mia famiglia abbiamo partecipato con convinzione a questa bellissima festa, espressione di popolo, che ha riunito credenti e non credenti, donne e uomini, bambini e anziani, intere famiglie e gruppi di suore o religiosi, africani, protestanti e anche omosessuali. Una piazza spontanea, tranquilla, colorata e festosa, ma decisa ad andare avanti non solo a difendere i diritti della famiglia, ma soprattutto a promuoverli.

L’entusiasmo era contagioso: i nostri figli, che non avevano mai partecipato ad un evento del genere, hanno iniziato quasi subito a reclamare bandiere da sventolare. E’ stata anche una bella occasione per rivedere tanti amici e conoscere per la prima volta di persona amici ancora solo “virtuali” che sui social condividono con noi la causa della vita, della famiglia e l’amore per i più deboli.

Per il giorno della manifestazione sono state organizzate a Roma diverse Messe con l’intenzione specifica della buona riuscita dell’evento. Noi siamo andati a quella celebrata alle 11.00 in San Nicola in Carcere. Vedere  500 persone (stima fatta sulle particole) raccolte in preghiera in una piccola chiesa per chiedere l’intervento di Colui che tutto può, a difesa della famiglia, è stato per noi davvero edificante! “C’è del buono in questo mondo, Padron Frodo”,  diceva Sam ne Il Signore degli anelli di J. R. R. Tolkien.

Se dicessi che ho un’idea precisa di quante persone c’erano al Circo Massimo direi una bugia. Tuttavia, al di là delle cifre, posso assicurare che il colpo d’occhio dall’alto era qualcosa di straordinario: una folla immensa, una fiumana di persone che occupava il vasto prato andandosi a dispiegare anche sulle vie adiacenti, con un flusso ininterrotto di gente che arrivava dal lato delle Terme di Caracalla e occupava i posti in fondo, migliaia di persone poi purtroppo rimaste fuori da un Circo Massimo ormai stracolmo. Davvero incredibile, soprattutto se si considera che l’idea della piazza è nata ‘dal basso’, senza alcun sostengo, da semplici cittadini che hanno fatto appello alla coscienza e al loro portafoglio, donando anche solo 2 euro per finanziare le spese organizzative. Dal Trentino alla Calabria, dalla Lombardia alla Sicilia, in tanti tra i partecipanti arrivati con ogni mezzo (circa 1.500 autobus, moltissimi in treno, o con le proprie auto) hanno viaggiato durante la notte e si sono ritagliati un posticino sul prato sin dalle prime ore del mattino. Tanti palloncini, bandiere rosa e blu, cartelli e striscioni, alcuni davvero curiosi e divertenti ma mai offensivi, altri più “classici” già visti nella manifestazione del 20 giugno scorso, in piazza San Giovanni in Laterano.

L’obiettivo di tutte queste persone? Manifestare pacificamente contro un disegno di legge ritenuto ingiusto. Come ha detto il portavoce del Comitato promotore dell’evento, il prof. Massimo Gandolfini, questa piazza non era contro nessuno. “Non è contro le persone”, ha ripetuto più volte Gandolfini. “E’ l’unico modo che la gente ha, non avendo lobby alle spalle, per indicare qual è il comune sentire degli italiani”.

Le ragioni che hanno spinto me e la mia famiglia a partecipare sono due.

1) Ci ha mosso il desiderio di testimoniare come genitori – innanzitutto davanti ai nostri figli – che la famiglia è un dono prezioso di Dio che va custodito. Abbiamo sentito la grave responsabilità di difendere il più elementare diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre, diritto che il ddl Cirinnà mira a cancellare. Questo disegno di legge, infatti, sotto la veste formale di “unione civile”, contiene un regime giuridico identico a quello matrimoniale poiché comporta un trasferimento in blocco di tutta la normativa sul matrimonio, inclusa l’adozione nella forma della stepchild adoption (ovvero l’adozione del figlio del convivente), con evidente apertura alla sinistra pratica dell’utero in affitto. Una pratica che fa del bambino una merce da scambiare e della donna un’incubatrice di bambini che non vedrà mai più.

Durante la manifestazione al Circo Massimo è stato proiettato un documentario che mostrava chiaramente la drammaticità di questa pratica, in particolare il pianto disperato di queste mamme “surrogate”  ogni volta che veniva loro staccato il bimbo che avevano portato in grembo per nove mesi, per darlo agli acquirenti. Questa è purtroppo una reazione del tutto normale, perché tutti conosciamo l’importanza del legame materno-fetale. Lo dicono gli studi moderni, ma lo sperimentiamo noi mamme ogni volta. E’ un legame  viscerale che solo la natura sa spiegare e che ci portiamo dentro tutta la vita.

I fautori della legge dicono che l’utero in affitto non è contemplato per le unioni civili. Ma qualora la legge passasse, questa pratica sarebbe di fatto legittimata. Basta vedere i casi che in questi giorni la Tv italiana continua propinarci. Si tratta proprio di coppie che hanno fatto ricorso all’utero in affitto all’estero. Ma d’altronde è chiaro: se un uomo ha un figlio dalla precedente relazione con una donna, questo figlio una mamma ce l’ha, dunque non ha bisogno di essere adottato dal partner. Se la mamma dovesse morire, già oggi il giudice stabilisce l’affidatario del bambino in base a chi ha avuto la maggiore continuità affettiva. Dunque già oggi il cosiddetto affido in prova è di fatto una prassi e non serve una legge apposita. Ciò significa che la legge riguarda nella sostanza solo i casi di figli nati da fecondazione eterologa o utero in affitto.
Quanto al pretesto, abusato da molti, dei “bambini che così resterebbero in orfanotrofio”, dico solo questo: a parte il fatto che gli orfanotrofi non esistono più da 15 anni (li ha aboliti la Legge 149 del 2001), le liste d’attesa per l’adozione di bambini da parte di famiglie regolari che ne hanno fatto richiesta hanno tempi lunghissimi (anni). Inoltre, a fronte di circa mille minori che ogni anno vengono dichiarati adottabili, circa 10 mila coppie fanno richiesta di adozione, ma solo una su dieci la ottiene [1]. Questo basti a capire che quella degli orfanotrofi è solo una delle tante bugie per spingere l’opinione pubblica ad appoggiare le adozioni gay.

Dunque, il ddl Cirinnà non solo opera una piena equiparazione delle unioni civili al matrimonio, ma priva sin dall’inizio il bambino di uno dei due genitori naturali, rendendolo di fatto orfano e senza radici, e negandogli così la naturale complementarietà antropologica e affettiva delle figure genitoriali, condizione imprescindibile per l’educazione e la crescita armoniosa di ogni essere umano [2].

2) La seconda ragione per cui siamo andati al Family day riguarda il nostro essere cittadini. Come ogni cittadino, anche il cristiano è chiamato a dare il proprio contributo al dibattito pubblico. Guardando alla storia passata e a quella contemporanea, possiamo constatare come la famiglia sia davvero la cellula fondante della società, senza la quale una società muore, non va avanti, non cresce.. non solo moralmente ma anche culturalmente ed economicamente. L’inverno demografico che stiamo vivendo, con tutte le conseguenze che questo implica, è lì a dimostrarlo.

San Giovanni Paolo II diceva: “Il compito sociale delle famiglie è chiamato ad esprimersi anche in forma di intervento politico: le famiglie, cioè, devono per prime adoperarsi affinché le leggi e le istituzioni dello Stato non solo non offendano, ma sostengano e difendano positivamente i diritti e i doveri della famiglia. In tal senso le famiglie devono crescere nella coscienza di essere «protagoniste» della cosiddetta «politica familiare» ed assumersi la responsabilità di trasformare la società: diversamente le famiglie saranno le prime vittime di quei mali, che si sono limitate ad osservare con indifferenza”.

Siamo giunti oggi al punto limite da cui ci metteva in guardia Giovanni Paolo II: cioè ad essere oggi spettatori di ciò che negli anni passati “ci siamo limitati ad osservare con indifferenza”. Queste leggi arrivano proprio perché noi per primi, dal ’68 in avanti, abbiamo contribuito a corrompere l’ideale della famiglia con il nostro disimpegno quotidiano in questo ambito. Per questo è necessario riscoprire e riaffermare il valore e l’inviolabilità del matrimonio e della famiglia.

Senza giudicare nessuno e continuando, ovviamente, a rispettare chi la pensa diversamente, dobbiamo riflettere in maniera pacata sul perché il diritto “riconosca” il matrimonio e lo tuteli. Lo Stato lo riconosce e lo tutela non perché abbia il potere di legiferare sui sentimenti (e d’altra parte chi vorrebbe uno Stato che entrasse nell’intimo dei sentimenti?), ma perché non può non vedere che è il luogo dove nuovi cittadini nascono, crescono e vengono formati, e dove è garantito l’ordine delle generazioni. Tutelando il matrimonio, lo Stato tutela le nuove generazioni. Molteplici sono gli studi che certificano il ruolo della famiglia nella coesione sociale, nella cura dei soggetti più fragili e nella solidarietà economica tra le diverse generazioni. La nostra Costituzione, all’art. 29, recita che “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. “Riconosce”, non “sancisce”, non “stabilisce”: i padri costituenti avevano cioè ben presente che la famiglia è una comunità naturale non manipolabile che preesiste e precede lo Stato, poiché appartiene alla storia dell’umanità, non a quella delle nazioni. Lo Stato quindi non può trascurare l’importanza del matrimonio, ma ha anzi il dovere di proteggerlo e di valorizzarne il ruolo unico e insostituibile per il bene della società.

Le situazioni giuridiche di reciproco interesse tra le persone dello stesso sesso possono essere sufficientemente tutelate attraverso il diritto comune. Tanti di questi diritti sono già ampiamente riconosciuti dall’ordinamento giuridico ai conviventi (sia eterosessuali che omosessuali), come l’assistenza in ospedale e in carcere, il diritto ai risarcimenti, il subentro nelle locazioni, la possibilità di chiedere permessi retribuiti per assistersi, le decisioni relative ai trapianti e tanto altro (sul sito “siallafamiglia.it” si può trovare un elenco molto lungo e dettagliato di tutti i diritti già riconosciuti) [3]. Ma sarebbe una discriminazione ingiusta nei confronti del matrimonio e della famiglia attribuire all’unione tra persone dello stesso sesso uno status giuridico analogo a quello matrimoniale. Si tratta di applicare il principio di uguaglianza nel suo significato sostanziale: situazioni differenti si trattano in maniera differente (art. 3 comma 2 della Costituzione). La creazione giuridica di nuovi modelli “familiari” apre la strada ad una ridefinizione del concetto di famiglia, che indebolisce la vera famiglia: se tutto è famiglia, niente è famiglia. “Distinguere non è discriminare, al contrario è rispettare” diceva l’allora card. Bergoglio a proposito dell’analoga proposta di legge in Argentina nel 2010. E proprio recentemente, il 22 gennaio scorso, Papa Francesco nel suo discorso alla Rota Romana ha ricordato che “non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione”.

La sfida che siamo chiamati ad affrontare in questo tempo è principalmente antropologica, e riguarda tutti indistintamente. Come ha osservato la scrittrice Costanza Miriano, per difendere la famiglia non c’è bisogno di essere cristiani. Tuttavia, “quando è in pericolo, ci dobbiamo alzare in piedi noi a difenderla, non con rabbia ma da risorti”.

L’intervento più applaudito sul palco del family day è stato quello di Zelika Markic, la leader dell’iniziativa civica che in Croazia ha avviato il referendum vincente pro-matrimonio che ha bocciato le unioni civili “e tre mesi dopo – ha avvertito la Markic – alle elezioni ha travolto anche il presidente del Consiglio”.

Al di là di come andrà a finire con il dibattito parlamentare in corso, noi crediamo che questo popolo nato col Family day, grazie a Dio in continua crescita, sia – contrariamente a quanto i media vogliono far credere – un vero faro di civiltà, perché la civiltà è quella che guarda al vero bene dell’uomo, quella in cui i bambini non sono considerati un diritto da pretendere ma doni preziosi, unici e irripetibili da difendere sempre, è quella che sostiene i più deboli e rispetta la vita, che cerca la verità senza rincorrere ideologie illusorie.

Naturalmente, specie per noi cristiani, la prima “battaglia” da fare è in casa, contro i nostri egoismi, contro la nostra incapacità, a volte, di vivere la misericordia del Padre con i nostri cari, educandoci ogni giorno a perdonare e a donare noi stessi, in nome di quell’Amore più grande che a sua volta si è donato a noi per primo.

 

NOTE:

[1] Cfr. Marco Griffini, Presidente di Amici dei Bambini, Il disastro delle adozioni in Italia (http://www.aibi.it/ita/il-disastro-delle-adozioni-in-italia/);

[2] Cfr. Rosa Rosnati e Raffaella Iafrate, Sul bisogno di avere madre e padre (https://ontologismi.wordpress.com/2015/12/28/sul-bisogno-di-avere-madre-e-padre/); Presidente pediatri italiani: «Unioni civili, ricadute negative sui bambini» (http://www.tempi.it/blog/presidente-pediatri-italiani-unioni-civili-ricadute-negative-sui-bambini#.VrUHqPnhDIU).

[3] Cfr. Testo Unico sui conviventi (http://www.siallafamiglia.it/testo-unico-sui-diritti-dei-conviventi/)