Educazione e tradizione, la lezione di don Giussani

La copertina del libro di don Giussani, Il rischio educativo

 di Peppino Zola
 
Caro direttore,

due mesi fa, sono stato invitato ad effettuare un intervento a Treviso sul tema “Tradizione: motore di crescita” ed è stata per me l’occasione per rileggere uno dei capolavori del servo di Dio don Luigi Giussani, Il rischio educativo, pubblicato per la prima volta nel 1977 e poi nel 1988 da Jaca Book e ancora nel 1995 da Sei ed infine nel 2005 dalla Rizzoli. In tutte le edizioni, l’autore descrive i quattro «fattori dell’avvenimento educativo», che sono la tradizione, appunto, la presenza dell’autorità, la verifica personale, «il rischio, necessario alla libertà».

Mi colpisce come don Giussani, fin dall’inizio della sua esperienza educativa e fino alla fine, abbia sempre tenuto conto della tradizione, anche nei tempi in cui tale parola era entrata in crisi nel mondo culturale dominante, dato che ad essa veniva dato un significato negativo, che faceva assonanza con l’espressione “tradizionalista”.   Don Giussani, invece, così scrive : «se chiamiamo “tradizione” quel dato originario, con tutta la struttura di valori e di significati in cui il ragazzo è nato, si deve dire che la prima direttiva per una educazione della adolescenza è la leale adesione a questa “tradizione”».

In questo senso, così ho sentito dire alla professoressa Eugenia Scabini, durante una conferenza: «la tradizione è al cuore dell’identità del soggetto e il suo disconoscimento toglie, per così dire, un pezzo al proprio consistere, un pezzo che per giunta sta all’origine… noi non interroghiamo la tradizione perché, in un clima di esasperato individualismo, ci sentiamo scollegati dalla generazione precedente e la generazione precedente da parte sua si ferma ai cambiamenti, pur importanti, che sono avvenuti nel nostro modo di vivere (e che segna soprattutto i giovani) senza avere il coraggio di andare al cuore della costruzione della loro identità».

La negazione della tradizione non fa che esaltare uno spontaneismo soggettivo, che finisce conil far «soggiacere a una forza esterna esterna sopraggiunta, un essere trascinati». Senza tradizione, in altre parole, è più facile diventare schiavi del potere, qualunque esso sia (figurarsi oggi, di fronte ad uno tsunami laicista e nichilista senza precedenti). Scrive ancora don Giussani: «la pretesa autonomia nella concezione laicista vive di fatto come alienazione di sé in ogni istante, come abdicazione continua a una vera iniziativa, per cedere ad una violenza, che non scandalizza i più solo perché tragicamente furtiva…..si genera allora quella caratteristica incertezza che impaurisce il giovane….il risultato di tutto questo è quell’indifferenza e quel disamore, quella tremenda carenza di impegno con la realtà che assume così spesso aria di smarrita o amaramente distaccata derisione per ogni serio invito a quell’impegno».

Don Giussani ha sempre tenuto duro sulla valorizzazione della tradizione, perché aveva ben presente che, senza di essa, ogni partenza, nella vita, sarebbe dissociata, perché non partirebbe dal dato e il dato più evidente è che noi ci siamo per via di una tradizione, di una successione di generazioni, di ideali e di ipotesi di vita che non ci siamo fatti da soli, ma che vengono dati, anzi donati. Sono sotto gli occhi di tutti le nefaste conseguenze che derivano quando non si tiene conto di quanto scritto da don Giussani (e dalla grande tradizione della Chiesa). Conseguenze che investono la scuola con il relativismo e scetticismo imperanti e la famiglia, nella misura in cui i genitori, succubi della cultura dominante, hanno paura o vergogna di trasmettere ai figli le proprie evidenze, ad essi a loro volta tramandate.

Essendo stato un grande genio educativo, don Giussani ha poi aggiunto che il vero educatore deve fare in modo da sottoporre la tradizione alla verifica dell’impegno personale del giovane, affinché quanto ricevuto diventi convinzione e, a sua volta, certezza. Ma nessun autentico cammino può iniziare senza un solido punto di partenza. In questo senso, ho potuto dire, in quel mio incontro a Treviso, che la tradizione, verificata con il proprio attivo impegno personale, è veramente il motore della crescita, con le parole di don Giussani: «si capisce di essere perché si agisce. Quanto più ci si impegna con le proprie energie vitali, tanto più ci si accorge che cosa si è».

É impressionante pensare alla forza profetica di don Giussani, che già nel 1954 intuiva cosasarebbe successo 60 anni dopo, non deflettendo mai dalla direzione intrapresa, resa ancora più chiara e convincente dal libro qui citato, pubblicato, ripeto, per la prima volta nel 1977. Consiglio a te e a tutti i tuoi lettori di leggere o rileggere Il rischio educativo.

(fonte: lanuovabq.it16-02-2016)