La domanda più importante della storia

Fedor Dostoevskij

di Giovanni Moleri

(da lanuovabq.it 20-02-2016)
 
Con questo articolo iniziamo un itinerario alla scoperta del grande scrittore russo Fedor Dostoevskij e al tema della Bellezza, che investe la condizione di ogni uomo. A guidarci sarà Giovanni Moleri, regista, fondatore e direttore del Teatro dell’Aleph.
 
Che ci stiamo a fare qui, in questo tempo, in questa storia, in quest’attimo destinato a passare e noi con lui? Che senso ha esserci se non si serve a nulla, se si è sempre soprafatti dagli eventi, da potenze e volontà altrui? E ancora che vale soffrire, amare, sperare se ogni cosa pare effimera e disattesa?

È in questo radicale bisogno di senso e di valorizzazione dell’io che si colloca la domanda più importante e più paurosa che la storia contiene in sé: “Dio dove sei?”. È la domanda delle domande. È la domanda senza la quale ogni respiro, ansia, azione, appare inutile o semplicemente concesso all’istinto di sopravvivenza animale. È la radicale profondità dell’uomo e del suo mistero. È su questo livello che l’opera di Dostoevskji s’impegna. Cito a memoria dai suoi diari: «Che vale la vita se non per sondare il mistero profondo che è l’uomo?».  

Dostoevskji sa che dietro ad ogni piega umana si nasconde qualcosa per cui vale la pena esistere e capire.  Forse la prima percezione di quest’antropologia manifesta la coglie nell’esperienza dell’epilessia, descritta in più pagine dei suoi diari e nel romanzo L’Idiota: «Ci sono dei momenti in cui tutto mi si fa chiaro, in cui vedo l’aldilà; darei la vita senza timore per questi attimi».

Vedere cosa? Dostoevskji non ha mai descritto precisamente cosa vedesse ma è certo che considerasse quest’esperienza uno stato di percezione supernaturale. Fu colpito dal male durante l’esecuzione della condanna a morte per alto tradimento contro lo Zar che gli fu imputata a seguito della sua frequentazione dei circoli socialisti. Lì sul piazzale della prigione, mentre attende di essere fucilato, ha la sua prima esperienza epilettica e scopre che un nuovo mondo, dentro il mondo di sempre, gli si apre dinnanzi. «Quell’uomo una volta fu portato al patibolo e gli fu letta la sentenza di condanna a morte per fucilazione. Poco dopo gli fu letta la sentenza di grazia. Fra la prima e la seconda lettura egli visse con assoluta certezza che di lì a poco sarebbe morto. Quante volte raccontava quelle sue sensazioni di allora… ricordava che ad una ventina di passi dal patibolo erano stati piantati tre pali e poiché i condannati erano molti, vi avevano condotto i primi tre. Il prete li benedisse tutti. Non gli restavano che cinque minuti e lui si diceva che quei pochi minuti sembravano infiniti… Lui ora esisteva ma tra poco sarebbe stato qualcosa d’altro, non sapeva cosa, non sapeva chi, né dove. Ricordava di avere osservato una chiesetta che si trovava lì vicino, di aver visto il tetto splendere ai raggi del sole… Gli pareva che sarebbero stati la sua nuova natura e che tra pochi minuti sarebbe confluito in essi …». È a questa percezione dilatata che Dostoevskij ritorna ad ogni nuovo attacco di epilessia.

Nei suoi romanzi, nei suoi personaggi, e non solo in alcuni, si vede l’incarnazione di questo male, se ne percepisce  la presenza sempre minacciosa. È la presenza dell’oltre che ci è vicino ed è mistero. Qui l’anima può ritrovarsi, cambiare, risorgere perché è posta dinnanzi al suo vero io: la percezione di Dio che ti sta d’innanzi e che si mostra come Meraviglia, Stupore, Bellezza.

Lo percepiamo nell’uomo del sottosuolo e in tutta la sua necessità di colmare il disagio d’esistere, d’essere, con cui cerca di non piegarsi alla fatalità delle relazioni umane. Lo percepiamo ancora in Raskolnikov mentre brucia di febbre. Lo percepiamo soprattutto nella visione allucinata di Ivan Karamazov, nella quale vi è l’incontro con il Diavolo. In questi stati alterati dell’essere la percezione sembra amplificarsi e raccogliere nuove dimensioni e verità della realtà. È qui che l’uomo fa esperienza dell’altro da sé in sé, secondo l’espressione di E. Zola.

Chi è questo sé? Cos’è questa icona dove uno si rispecchia e si ritrova?
È quell’immagine di noi che le pieghe dell’età, dei rammarichi, delle delusioni, delle speranze mai realizzate, ed infine, le nostre colpe e il nostro peccato, hanno offuscato facendoci smarrire.

Dostoevskji arriva fino a lì, fin dove la mancanza si fa sofferenza, passione e anche patologia. Dostoevskji guarda l’uomo nella profondità del suo dolore e lì contempla il mistero. Per Dostoevskji questo è il punto in cui Dio si fa compagno dell’uomo. È lì, ancora, il luogo in cui si svolge la terribile battaglia tra Satana e Dio: il cuore profondo dell’uomo. È quel luogo in cui la menzogna si svela come tale e non ha modo di nascondersi. È il luogo in cui si sa, il luogo della conoscenza prima e ultima del sé.
In questa profondità, in cui l’immagine reale dell’umanità si mostra, la libertà è chiamata a reagire, a rispondere attraverso atti e vicende della vita.

È così che Dostoevskji non fa mai della psicologia per spiegare la natura dei suoi singoli personaggi. Li fa muovere , li conforma a ciò che hanno scelto come vero per loro; sono deitopos dell’idea che incarnano. Così, il lussurioso padre dei Karamazov ci appare come un animale con la bava alla bocca e, per contro, Alësa come un piccolo santo; Raskolnikov disordinato come la sua anima; Sonja Marmeladova come una vergine votata al tempio. Ognuno è ciò che fa o meglio ciò che ama e dà ciò da cui è amato.

L’ultima opera, “I Fratelli Karamazov”, è il romanzo dell’amore. Ogni personaggio è posseduto e incatenato da ciò che ama. Chi l’orgoglio della propria idea di giustizia (Dimitri), chi della propria idea del  mondo (Ivan), chi ancora della propria libidine (il padre dei Karamazov) e così via.  Solo Alesa e Gruscenka sembrano sfuggire a questa natura di possessione cieca rivolta verso l’Io e verso le sue viscerali passioni. Essi riescono a sfuggire perché il loro orizzonte non è quello dell’Io ma è quello della salvezza altrui. Entrambi ameranno profondamente Dimitri al punto di spendersi per la sua libertà e poi ancora per la salute mentale di Ivan. Un amore capace di sacrificio perché è un amore sacro, cioè abitato da Dio.
 
1. Continua
 
fonte: lanuovabq.it