Un’indagine psicologica sulle apparizioni ai discepoli del Gesù risorto

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(dal sito UCCR)
 
Come ha fatto notare il prof. Michael R. Licona, docente di Nuovo Testamento presso la Houston Baptist University (in “The Resurrection of Jesus: A New Historiographical Approach”, Downers Grove 2010), la morte di Gesù in croce è considerato ormai un fatto certamente storico dalla maggioranza degli studiosi moderni (così come, ne abbiamo già parlato, tutti gli elementi che hanno caratterizzato le ultime ore della sua vita terrena).

La Resurrezione è invece un elemento, come tutto ciò che riguarda il soprannaturale, che non è possibile indagare tramite i limitati occhi della scienza e dell’indagine storica anche se, come già spiegato, è comunque possibile affrontare la sua veridicità anche da un punto di vista storico.

Se i criteri storici avvalorano in particolare la sepoltura del corpo di Gesù, il ritrovamento della tomba vuota -seppur sorvegliata dai soldati-, e il cambiamento radicale dell’atteggiamento dei discepoli, la spiegazione naturalista potrebbe comunque obiettare a quest’ultimo elemento. I discepoli profondamente impauriti e delusi (il tradimento di Pietro, la dispersione dei seguaci di Gesù dopo il suo arresto e durante la crocifissione ecc.) si sono trasformati improvvisamente in leoni, sfidando le autorità romane per annunciare la morte e la resurrezione di Cristo. I Vangeli giustificano questo comportamento con l’apparizione di Gesù al gruppo di discepoli dopo la morte in croce.

Ci sono sostanzialmente tre possibilità: o dicevano il vero, o mentivano, oppure erano vittime di allucinazioni. La seconda possibilità sembra davvero fuori luogo: chi mai sarebbe disposto ad accettare la tortura, la persecuzione e la morte per difendere una bugia? A quale scopo, oltretutto? Una decina di seguaci di uomo che gli aveva evidentemente illusi, crocifisso come il peggiore degli assassini, deriso e umiliato dalla folla. Perché mai avrebbero dovuto dare la vita per uno del genere? I racconti della Passione di Gesù, oltretutto, risalgono a uno-due anni dopo la morte del Nazareno, quindi le ipotetiche menzogne dei discepoli (pensiamo al ritrovamento della tomba vuota ecc.) sarebbero stateimmediatamente smentite da parte di tutti coloro -testimoni oculari a loro volta-, che guardavano con fastidio o disprezzo alla “setta” dei cristiani. Per questo gli scettici sono costretti a ipotizzare spiegazioni naturalistiche agli avvenimenti descritti, come appunto l’ipotesi della reazione psicologica.

Proprio a questa ipotesi si sono dedicati alcuni studiosi, come lo psicologo J.W. Bergeron e il filosofo e storico del Nuovo Testamento presso la Liberty University, G.R. Habermas, coadiuvati da tre psicologi e psichiatri, C.J. Dietzen, S.L. Marlow e G.A. Sibcy. Gli studiosi hanno confutato “l’ipotesi psichiatrica” in un interessante studio intitolato “The Resurrection of Jesus: a Clinical Review of Psychiatric Hypotheses for the Biblical Story of Easter”.

Studiando i testi di coloro che sostengono “l’ipotesi psichiatrica”, si rileva che solitamente si parla di: 1) allucinazioni, 2) disturbo di conversione (che non c’entra nulla con la conversione religiosa), 3) visioni relative al lutto. I ricercatori hanno spiegato che tali argomentazioni sono avanzate «principalmente da persone che non hanno competenze in ambito medico. Di conseguenza, l’analisi di possibili cause psicologiche per questi sintomi allucinatori è generalmente viziata e spesso assente. Infatti, da una ricerca completa su Pubmed della letteratura medica dal 1918 al 2012 per quanto questo argomento, non sono presenti articoli scientifici sulle ipotesi che avvalorerebbero i sintomi allucinatori per quanto riguarda le apparizioni».

Gli autori dello studio hanno inizialmente chiarito quel che la letteratura scientifica dice a proposito delle allucinazioni, compresi tre tipi di eziologia: allucinazione psico-fisiologica, allucinazione psico-biochimica e allucinazione psico-dinamica. Sono poi passati ad analizzare le rispettive cause, considerando che «le allucinazioni sono esperienze private, di conseguenza non sono in grado di spiegare gli incontri simultanei di gruppo dei discepoli con il risorto Gesù. Una tale spiegazione è assolutamente al di fuori del pensiero clinico». Gary A. Sibcy, del Piedmont Psychiatric Center, in particolare ha spiegato: «Ho esaminato la letteratura professionale (articoli di riviste e libri peerreviewed) scritte da psicologi, psichiatri e altri professionisti del settore sanitario nel corso degli ultimi due decenni e non ho trovato un singolo caso documentato di un’allucinazione di gruppo».

Se non è dimostrata scientificamente l’esistenza di allucinazioni collettive in un gruppo che condivide un fortissimo senso di attesa, bisogna aggiungere che dopo la crocifissione di Gesù, «i discepoli non avevano aspettative circa la sua risurrezione secondo i racconti biblici, erano scettici, disperati e tristi (Lc 24, 10-11, 17, 21), come la maggioranza degli studiosi critici ammette. Questo è esattamente ciò che ci si aspetterebbe in termini psicologici in persone che soffrono dopo una morte raccapricciante. E’ comunque importante notare che identiche e simultanee allucinazioni collettive non esistono all’interno della letteratura medica peerreviewed, e di esse non si parla nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders. Come tale, il concetto di allucinazione collettiva non fa parte della attuale comprensione psichiatrica».

L’”ipotesi psichiatrica” viene anche sostenuta per spiegare la conversione di San Paolo, preceduta da un’apparizione del Gesù risorto. Da persecutore dei cristiani Paolo divenne improvvisamente uno dei discepoli più ascoltati. «E’ contro-intuitivo», spiegano i ricercatori, «pensare che la visione di Gesù subita da Paolo sia nata dal desiderio subconscio di assumere un posto nella leadership dei cristiani. Non vi è alcuna traccia del fatto che Paolo abbia cercato questa posizione tra gli altri apostoli nella chiesa di Gerusalemme, lui stesso si descrive come il “più piccolo degli apostoli” (1Cor 15,9). Inoltre, era consapevole che sarebbe andato incontro a ostracismo, sconfitta personale, persecuzione e minacce di morte, essendo stato in precedenza lui stesso un persecutore dei cristiani (Fil 3,6; Gal 1,13)». Senza considerare che alla “caduta da cavallo” seguì unperiodo di cecità da parte di Paolo, che molti critici spiegano con il cosiddetto “disturbo di conversione”. Eppure, «va osservato che le allucinazioni non fanno parte dei criteri diagnostici o delle caratteristiche cliniche del disturbo di conversione. L’aver sperimentato un disturbo di conversione in contemporanea ad un’allucinazione è qualcosa di doppiamente atipico ed incoerente con l’attuale comprensione psichiatrica del disturbo di conversione».

Infine, occorre dedicarsi all’ipotesi più frequentemente citata, ovvero quella dell’eziologia del dolore e del lutto. Le persone emotivamente legate al defunto, si dice, più tipicamente al coniuge, a volte possono sperimentare apparizioni visive del defunto ed in questo modo risolvono il loro lutto. Gli psicologi autori dello studio non escludono affatto che i discepoli di Gesù, «avendo appena assistito alla brutale tortura e morte del loro amato mentore, abbiano comprensibilmente sperimentato sentimenti di rabbia, di protesta, di negazione, così come disturbi fisici come contrazioni addominali ecc. Non si può escludere che tra le esperienze del lutto ci possano essere state visioni di Gesù, ma sicuramente è da escludere che tutti abbiano avuto tali visioni, coerenti tra loro. Certamente le “visioni da lutto” non sarebbero state considerate incontri reali con un Gesù fisicamente vivo, toccabile. Le esperienze tattili sarebbero state considerate sgradevoli e, sopratutto, è anche improbabile che i discepoli avrebbero rivelato le loro “esperienze da lutto” ad altri, per non parlare del lancio di una diffusa campagna di proclamazione pubblica della resurrezione di Gesù sulla base di tali illusioni da lutto».

Oltretutto, continuano gli autori, «non va trascurato il fatto che le visioni da lutto sono più comuni durante la vedovanza dopo un prolungato matrimonio, che non è direttamente analogo al rapporto tra Gesù e i suoi discepoli. Le presunte visioni di lutto che sarebbero state vissute dai discepoli di Gesù rimangono quindi ancor meno diffuse nella letteratura scientifica rispetto a quanto possediamo circa le esperienze di vedovanza». Al contrario delle altre ipotesi, comunque, quella dell”esperienza del lutto” sembra avere qualche elemento in più, tuttavia, «ci sono così tante differenze tra le “esperienze del lutto” e le apparizioni di Gesù che sostenere una loro analogia è semplicemente ingiustificato». Senza considerare, poi, che le esperienze dei discepoli non rimasero pure esperienze psicologiche ma trasformarono profondamente la loro vita e la loro fede, attivandoli e incoraggiandoli per tutto il resto della loro esistenza, caratterizzata da persecuzioni in nome di quanto dicevano.

La conclusione degli autori è che «i discepoli erano certi che Gesù era risorto dopo la sua morte per crocifissione. Le loro esperienze dopo la crocifissione di Gesù erano personali e hanno avuto un chiaro effetto sulla loro psiche, tuttavia queste esperienze del Gesù risorto non possono essere ridotte a puri fenomeni psicologici. Le ipotesi allucinatorie per il racconto biblico della resurrezione di Gesù sono incoerenti rispetto alle variegate patologie neuro-psichiatriche alla base dei sintomi allucinatori. Inoltre, è incompatibile con l’attuale comprensione psichiatrica che allucinazioni personali possano essere sperimentate in modo identico all’interno di un gruppo». Per quanto riguarda l’esperienza dell’apparizione a San Paolo, «il disturbo di conversione è decisamente improbabile e chiaramente in contrasto con le attuali conoscenze mediche. Allo stesso modo, le esperienze di dolore e lutto sono una spiegazione non soddisfacente per le diverse qualità di incontri dei discepoli con Gesù risorto». Per questo, scrivono i ricercatori, «le ipotesi psichiatriche non offrono spiegazioni accettabili per i singoli o simultanei incontri di gruppo dei discepoli con il Gesù risorto. Dobbiamo concludere, quindi, che tentare di spiegare le relazioni dei discepoli con il Gesù risorto è un’azione clinicamente non plausibile e storicamente poco convincente».