Il dovere e la bellezza della diversità: alla riscoperta della vocazione femminile

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Guardare a Maria per ritrovare “lo straordinario potere delle donne” di accogliere e custodire la vita

di Silvia Lucchetti

(da Aleteia)
 
Da pochi giorni è in libreria l’ultimo lavoro della giornalista e scrittrice Costanza Miriano “Quando eravamo femmine. Lo straordinario potere delle donne” (Sonzogno Editori) che ha immediatamente conquistato la vetta nelle classifica di vendite di Amazon. Nel libro l’autrice si rivolge a due piccole donne, alle sue figlie Livia e Lavinia che, seppur ancora bambine possiedono già, per natura, lo “straordinario potere” e dono femminile di accogliere la vita.

«(…) Vedo le mie bambine e penso – e mi si stringe il cuore – alla speciale dimestichezza che abbiamo con la sofferenza, una frequentazione che ce la rende presto familiare, quasi amica, perché noi sappiamo che serve a qualcosa, come quando andiamo a farci bucare le orecchie, o tocchiamo il ferro da stiro con la mano per sentire se è caldo (…) Forse sono solo piccoli preparativi per il parto, la sofferenza che più di tutte serve a qualcosa, serve così tanto che poi ci sembra pure poca (…) Guardo con tenerezza (…) alla voglia che avete, inconsapevole ancora, “di riparare la vita”. Guardo a questa capacità di vita che avete. Capacità nel senso, etimologico, di spazio per contenere. Chiamiamolo grembo, utero, cuore, comunque sia è lo spazio interiore che ha ogni donna di accogliere e “risistemare” ogni cosa che la circonda».

Il dono di accogliere e custodire la vita a cui si riferisce l’autrice non riguarda solo la capacità procreativa biologica affidata alle madri, ma consiste nella peculiarità di essere feconde, “fecondissime”, che può caratterizzare anche le donne che non hanno avuto figli e quelle consacrate che «(…)con un lavoro di scavo in profondità, e poi di cesello, di pazienza, imparano a fare i conti con il vuoto del loro grembo e lo vivono non come frustrazione o carenza affettiva (…) le loro viscere materne, se sono donne consegnate a Cristo, le rendono grembo per gli altri, fonti fresche di vita nella loro capacità di adattarsi alle situazioni, accogliere, trovare soluzioni, mediare».

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La domanda intorno a cui ruota il libro e che interessa tutti, femmine e maschi, riguarda il ruolo della donna e come possa realizzarsi autenticamente nella società attuale. Perché le donne occidentali sono sempre e ancora (più) infelici? Cos’è che le rende tristi oggi nonostante la conquista di tutti i diritti, l’emancipazione sessuale ed economica, la libertà totale dai vincoli col passato?

«(…) può essere che il modello di donna che ci viene proposto oggi, quello che va per la maggiore, non funzioni. Mi chiedo insomma se una parte di questo dolore, o anche semplicemente fatica, possa venire anche dalla monumentale difficoltà di tenerli, i ruoli, tutti insieme. (…) C’è qualcosa che le nostre mamme non ci hanno detto? Mentre combattevano per conquistarci diritti preziosissimi, di cui non le ringrazieremo mai abbastanza e di cui noi tutte beneficiamo, si sono perse qualcosa per strada? Insomma, il femminismo ci ha fregate? Ed è solo quello il problema? O c’è qualcosa di più profondo? Qualcosa che riguarda ogni donna in ogni tempo, e che ha a che fare con le risposte alla nostra vocazione?»

A questa domanda ogni capitolo del libro, che viene proposto in forma di lettera, offre una risposta basata su esperienze personali, profonda ma naturalmente mai del tutto esaustiva, con la consapevolezza che ogni donna dovrà rintracciare le cause e i motivi della sua insoddisfazione per trovare equilibrio e autentica realizzazione. Dalle storie di vita che l’autrice propone emerge un filo conduttore comune.

Ciò che rende infelice e insoddisfatta oggi la donna è legato ad una menzogna, quella del cercare se stessa ad ogni costo: la bugia che concentrarsi su se stesse, essere e vivere per il proprio piacere personale sia lo strumento essenziale per raggiungere la felicità. Perché la donna più dell’uomo è fatta per l’altro, e se rincorre unicamente i propri desideri, affidandosi ai suoi umori e capricci, rischia di diventare una persona infelice, debole e vuota.

A proposito di debolezza, nella seconda lettera che si intitola “Essere figlie ovvero Lo sguardo del Padre” la scrittrice affronta l’atteggiamento della donna di fronte all’uomo, e mostra come questo sia condizionato dagli occhi con cui nell’infanzia si è state guardate dal padre, se con distacco e freddezza o attenzione e cura.

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Alla figura del padre Papa Francesco ha dedicato lo scorso anno due catechesi, una il 28 gennaio e l’altra il 4 febbraio, durante le udienze generali del mercoledì, di cui riportiamo alcuni passi.

«(…) Oggi, tuttavia, si è arrivati ad affermare che la nostra sarebbe una “società senza padri”. (…) in particolare nella cultura occidentale, la figura del padre sarebbe simbolicamente assente, svanita, rimossa. In un primo momento, la cosa è stata percepita come una liberazione: liberazione dal padre-padrone (…) però come spesso avviene, si passa da un estremo all’altro. Il problema dei nostri giorni non sembra essere più tanto la presenza invadente dei padri, quanto piuttosto la loro assenza, la loro latitanza. (…)l’assenza della figura paterna nella vita dei piccoli e dei giovani produce lacune e ferite che possono essere anche molto gravi. E in effetti le devianze dei bambini e degli adolescenti si possono in buona parte ricondurre a questa mancanza, alla carenza di esempi e di guide autorevoli nella loro vita di ogni giorno, alla carenza di vicinanza, alla carenza di amore da parte dei padri. È più profondo di quel che pensiamo il senso di orfanezza che vivono tanti giovani».

Muovendosi simbolicamente sulla traccia di questa riflessione,Costanza Miriano si rivolge alle proprie figlie per sottolineare l’importanza della figura paterna.

«(…) tante donne che conosco, non tutte hanno avuto la vostra fortuna: lo sguardo esclusivo del babbo su di voi (…) l’attenzione ai dettagli, una custodia concreta e stabile e certa. Se io sono la finestra della nostra casa, io che inviterei a cena anche i passanti (…) il babbo invece della casa è il muro, e senza i muri non ci sono case. Guardo voi e lui e penso che, avendo ricevuto e goduto di tanta paternità, sarete capaci di evitare il rischio della dipendenza, di atteggiarvi a bambine anche quando sarete grandi, che poi è il modo più rapido per ottenere attenzione da un uomo».

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La donna “bambina” rischia di ridurre il rapporto con l’uomo a un gioco di seduzioni, finzioni o sfide. Questo è un comportamento abbastanza diffuso fra le donne di oggi che invece di confrontarsi in modo maturo con l’altro sesso, o tentano di conquistarlo con la seduzione, evidenziando così un bisogno di dipendenza, o di ridicolizzarne la virilità attraverso la competizione alla pari, per mostrarsi completamente indipendenti e autosufficienti.

«Credo che bambineggiare di fronte a un uomo sia un modo per non diventare grandi noi, adulte, e anche per non far diventare grande lui: l’uomo dalla donna aspetta un chiarimento su di sé. L’uomo guarda negli occhi di una donna come in uno specchio, e da lei è chiamato alla grandezza».

Ridicolizzare la mascolinità… «È questo l’atteggiamento prevalente oggi: disprezzare gli attributi maschili, tutto quello che sa di virile – subito etichettabile come violento – oppure ridicolizzare le debolezze, gli errori, non riconoscendone la grandezza».

Come uscire da questo bivio assurdo per recuperare il vero significato della vocazione femminile e dello “straordinario potere delle donne”?

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«La donna tutta naturale, Eva, è capace di malizia, di confusione, di una follia che un uomo si sogna. Quella donna può manipolare quanti uomini vuole, grazie ai radar di cui è dotato il suo cervello. (…) Invece, la donna che cerca di somigliare a Maria, diventa – faticosamente, gradualmente – capace di mettere l’uomo nel ruolo di guida che gli compete(…) Non si sostituisce all’uomo, né gli mette in bocca le cose da dire, ma gli presenta lealmente un bisogno (…) dice all’uomo esattamente quello che lei pensa, intanto fa quello che lui vuole. Quella è una donna potentissima, capace di chiedere lealmente qualsiasi cosa, libera dalle sue fragilità, e quindi libera anche di non ottenere ciò che chiede (…) E’ una donna che, anche se ha il cuore aperto e le braccia allargate per ricevere, non fa dipendere la propria felicità da un altro».

Guardare a Maria, imitare il Suo silenzio, imparare la Sua obbedienza, rispondere con Lei «eccomi» per farci salvare daColui che fa nuove tutte le cose.

 

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