L’8 marzo, la donna e il potere di una minestra

Un ottimo articolo dal blog Pane & Focolare

di Susanna Manzin
 
Anche quest’anno ecco l’8 marzo, ricorrenza troppo spesso caricata da una evidente valenza ideologica connotata dalla retorica sulla “liberazione della donna”, che poi si riduce spesso ad un attacco alla famiglia, luogo dove la donna sarebbe schiavizzata e schiacciata dal suo ruolo di moglie e madre. Mettiamo in chiaro una cosa, non ho nulla contro il lavoro delle donne, ma bisogna ricordare che se le donne lavorano non è certo grazie al moderno movimento femminista. Da secoli, o meglio da millenni, le donne lavorano, dando il loro contributo all’economia e al progresso dell’umanità.

Il lavoro agricolo è sempre stato svolto anche dalle donne (non a caso le divinità della terra erano femminili), così come la trasformazione del raccolto e la sua conservazione. Régine Pernoud nel suo libro “La donna al tempo delle cattedrali” racconta di donne che gestivano i banchi del mercato, panettiere, pescivendole, ma anche imprenditrici tessili, orafe, gioielliere, lavoratrici di metalli, amministratrici di patrimoni.

Bisogna però notare che in questi contesti la donna che lavorava non era strappata dall’ambito familiare, spesso svolgeva le sue attività lavorative con i membri della sua stessa famiglia. E non era cosa da poco, se pensiamo alle donne che oggi devono fare salti mortali per conciliare il tempo del lavoro con quello della famiglia, senza alcuna collaborazione da parte dello Stato e della società.

Siccome in questo blog parliamo dell’importanza della cultura della tavola nelle relazioni umane, vorrei dire qualcosa circa il fondamentale contributo della donna in questo contesto. Mi sono allora venute in mente le parole dell’on. Laura Boldrini, Presidente della Camera, che il 24 settembre 2013 ad un convegno a palazzo Madama sul tema “Donne e media”, criticando gli stereotipi di genere, ha affermato: “Non può essere concepito normale uno spot in cui i bambini e il papà sono tutti seduti e la mamma serve a tavola.” 

Ho scritto più volte in questo blog quanto sia importante che in famiglia tutti diano il loro contributo alla tavola e quanto questo sia educativo nei confronti dei figli. Ma cosa c’è di male nel servire a tavola e nell’essere generosi? E’ un modo di esprimere amore, di manifestare il desiderio di fare felici gli altri, di farli stare bene.

Che bella la cultura che trasmette il principio che chi vuole essere il primo deve servire. Nel linguaggio di un tempo “minestrare” voleva dire “servire a tavola”: da lì viene la parola minestra. La radice è la stessa della parola ministro, che il vocabolario Treccani definisce “chi è al servizio di una persona, di un’autorità, di un’amministrazione”. L’on. Boldrini, che si trova a frequentare spesso dei ministri, dovrebbe riflettere sul senso di quelle parole: chi è in una posizione di potere, lo deve (dovrebbe …) esercitare come servizio.

In teoria tutti sono pronti a riempirsi la bocca con le parole accoglienza, generosità, spirito di servizio; ma quando una donna accoglie marito e figli non va bene?

Tra l’altro la madre di famiglia, mentre apparecchia la tavola e cucina per i suoi cari, ha tra le mani un grande potere: costruisce relazioni d’amore, rinsalda i legami, ripara ciò che durante la giornata è stato ammaccato, consola gli afflitti, favorisce un dialogo educativo, fa ritrovare la gioia e il sorriso, fa emergere i problemi e crea le condizioni per la loro soluzione.

In questo 8 marzo verranno versati fiumi di parole che alle mie orecchie suoneranno come espressioni di orgoglio, di ricerca del potere (mai una donna che voglia fare il minatore, tutte vogliono fare le dirigenti di una multinazionale). Gesù diceva: “Chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire” (Marco 10, 44-45). E nel Vangelo di Luca si descrive come un padrone che per ricompensare i suoi servi fedelisi stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.”

La donna non rinunci alla sua vocazione di accoglienza e servizio: la famiglia e tutta la società ne avranno dei vantaggi.

Sarebbe ora che anche i nostri politici, a partire dal Presidente della Camera, invece di dedicare del tempo a criticare le immagini di generosità e amore familiare, imparassero a mettere in pratica davvero quello spirito di servizio. Il mondo funzionerebbe sicuramente meglio.
 
fonte: paneefocolare.com