I volti della bellezza: tra nostalgia e sete di assoluto

Morrone Editore

Il secondo saggio di Francesca Bonadonna raccoglie aforismi e citazioni controcorrente all’interno di un percorso spirituale e culturale
 
di Luca Marcolivio
 
Si apre con Sant’Agostino (“Tardi t’ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova…”), seguito da altre più o meno note citazioni di vari giganti degli ultimi due secoli: da San Giovanni Paolo II ad Aleksandr Solzenicyn, da Madre Teresa di Calcutta a Gilbert Keith Chesterton, da don Luigi Giussani a Fëdor Dostoevskij. C’è spazio anche per intellettuali emergenti come Alessandro D’Avenia.

I volti della bellezza e le false proiezioni ideologiche (Morrone Editore, 2015), di Francesca Bonadonna, è un libro anticonvenzionale che scorre leggero, nella sua accattivante giustapposizione di parole e immagini. È anche, però, un’opera che, pagina dopo pagina, sa scavare nell’anima, come la classica goccia che erode la roccia.

L’autrice riprende il discorso già avviato con il precedente La bellezza salverà il mondo (Morrone Editore, 2013), con l’obiettivo di recuperare la via pulchritudinis e, quindi, dare al lettore una chiave per distinguere la bellezza vera da quella falsa, attraverso “aforismi e citazioni controcorrente”.

Un primo palese elemento è la tensione verso l’assoluto da parte dell’Autrice: l’uomo non è fatto per obiettivi da poco, il suo cuore anela al Vero, al Bello e al Bene; non si accontenta di una bellezza visibile e sospira dinnanzi all’ineffabilità di una bellezza invisibile ma reale.

Ecco dunque convergere i pensieri di personaggi lontani nel tempo o nello spazio, eppure vicinissimi: Benedetto XVI, San Tommaso d’Aquino, Antoine de Saint-Exupery, San Josemaria Escrivà.

Il percorso tracciato dall’autrice, che agli aforismi illustri alterna proprie riflessioni al confine tra poesia e prosa, potrà apparire senza soluzione di continuità, all’insegna del puro slancio creativo, invece, è tenuto insieme da una logica ferrea: alla bellezza che “educa”, fa seguire, infatti, la “bellezza dell’incontro”, l’incontro tra uomo e donna, la cui “salita in due” è sempre una salita “in Dio”.

Una notevole parte di originalità dell’opera sta peraltro nella sua espressione di un punto di vista femminile privilegiato rispetto alla bellezza. “Una donna perfetta chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore” (Pv 31,10), affermano le Scritture.

L’Autrice individua quindi un’identità tra bellezza e virtù, laddove la pudicizia e l’umiltà non mortificano affatto la bellezza ma, al contrario, la esaltano. “Il suo fascino casto è celato agli occhi, svelato al cuore, nascosto ai sensi. La donna di Dio è gemma in un forziere che non teme confronti”, scrive.

Il viaggio attraverso la bellezza passa però per la Croce, per la mortificazione del bello, in nome di una “rivoluzione egualitaria” che ha livellato tutto, portando solo anarchia, disordine, bruttezza e volgarità.

La ricerca interiore ed esteriore dell’Autrice si scontra con gli errori e le tristezze ostinate della modernità, eppure la sete di trascendenza è indistruttibile ed è placata non soltanto dallo Spirito ma anche dai segni di un passato glorioso, esemplificato, verso la fine del saggio, nei ruderi un “antico monastero” che “stabile nei marosi della storia, infervora il tiepido che anela a risorgere”.

Un libro struggente, quello di Francesca Bonadonna, che apre nel lettore la voragine della nostalgia. Non una nostalgia cupa o senza speranza ma corroborata dalla certezza che, come la primavera dopo l’inverno, mentre la terra ha accolto il seme che germoglierà, torneranno le evidenze di una civiltà cristiana “in attesa di rinascere dalle macerie della decadenza, più bella e gloriosa nelle sue vestigia, adorna di splendore per il suo Sposo”.
 

fonte: Zenit.org, 5.03.16