Sull’infallibilità papale, risposta agli errori di Hans Küng

infallibilità

(dal sito UCCR)
 
Pochi giorni fa è comparso un appello del teologo Hans Küng con il quale ha chiesto l’abolizione del dogma dell’infallibilità papale. La richiesta è confusa e poco lucida, in ogni caso abbiamo chiesto al teologo Stefano Biavaschi un approfondimento. La risposta che ha formulato, e che pubblichiamo qui di seguito, è particolarmente utile in quanto dimostra che il dogma dell’infallibilità -come tutti i dogmi, in generale-, è sì una verità ufficializzata “recentemente” ma si è stabilita come tale fin dall’origine della Chiesa. Questo rende valida e legittima la formulazione del dogma, impossibile da abolire.
 

di Stefano Biavaschi*
*assistente alla Cattedra di Teologia presso l’Università Cattolica di Milano
 
Prima di entrare nel tema dell’infallibilità papale, che alcuni teologi modernisti oggi contestano, occorre fare una premessa generale sul concetto di Magistero. La parola “magistero” viene da “maestro”: quest’ultimo è uno degli attributi che il Vangelo riconosce a Gesù. In che modo Gesù continua ad ammaestrarci, dopo il suo ritorno al Padre? Tramite il Magistero. In forza di che il Magistero attinge a questa promessa? In forza della Successione Apostolica e della Tradizione.

La possibilità di una permanenza della Verità sulla terra è desiderio di Gesù stesso: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre: lo Spirito di Verità (GV 14,16-17). E aggiunge: “Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nomev’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (GV 14,26). L’assistenza di Gesù ai suoi apostoli è dunque confermata nel tempo, e non solo perché la Chiesa da lui fondata potesse ricordare, ma anche testimoniare (“mi renderete testimonianza” GV 15,27). Del resto, se questa permanenza della Verità sulla terra non fosse stata garantita, in conformità a che cosa saremmo stati giudicati? E chi avrebbe potuto salvarsi? La sola ragione è fallibile; il Magistero è invece infallibile perché, illuminato da una continua pentecoste, gode “per sempre” della promessa di Gesù:“Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di Verità, egli vi guiderà alla Verità tutta intera” (GV 16,12-13).

Respingere il Magistero significa respingere lo stesso Gesù, perché “Chi ascolta voi ascolta Me, chi disprezza voi disprezza Me” (LC 10,16). L’Islam e il Protestantesimo hanno cercato di costruire una religione senza magistero, ma non ci sono riusciti, finendo per ricorrere lo stesso a forme d’autorità costruite dal basso. Invece, la Chiesa dei primi secoli, ha subito riconosciuto i vescovi come successori degli apostoli, anche nell’esercizio dell’insegnamento. Quest’autorità costruita dall’alto“non è però al di sopra della Parola di Dio, ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso” (Conc. Vat. II, DV,10). All’interno del Magistero siamo soliti distinguere tra episcopato (i vescovi, successori degli apostoli) e primato (il Papa, come successore di Pietro), entrambi di diritto divino e strettamente connessi. Distinguiamo anche tra magistero particolare (per esempio quello di un Vescovo verso la sua diocesi) e magistero universale (cioè quello di tutti i vescovi verso tutti i cristiani); il Concilio Vaticano I ha definito l’infallibilità di quest’ultimo. Lo stesso ha fatto il Concilio Vaticano II, confermando: “L’infallibilità promessa alla Chiesa risiede pure nel corpo episcopale, quando questi esercita il supremo Magistero col successore di Pietro” (LG 25). E questo avviene, per esempio, in occasione di un Concilio Ecumenico: in tal caso si parla di magistero straordinario.

Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “Il grado più alto nella partecipazione all’autorità di Cristo è assicurato dal carisma dell’infallibilità. Essa si estende tanto quanto il deposito della divina Rivelazione; essa si estende anche a tutti gli elementi di dottrina, ivi compresa la morale” (CCC 2035). E ancora: “Per mantenere la Chiesa nella purezza della fede trasmessa dagli Apostoli, Cristo, che è la Verità, ha voluto rendere la sua chiesa partecipe della propria infallibilità. […] Di questa infallibilità il romano Pontefice, capo del collegio dei vescovi, fruisce in virtù del suo ufficio, quando, quale supremo pastore e dottore di tutti i fedeli, proclama con un atto definitivo una dottrina riguardante la fede o la morale” (CCC 889-891).  Ad essere dunque coperto da infallibilità è anche il magistero straordinario del Papa, e questo avviene “quando parla dalla cattedra, cioè quando adempiendo al suo ufficio di pastore e di maestro di tutti i cristiani, per la sua suprema autorità apostolica definisce che una dottrina riguardo alla fede e ai costumi deve essere tenuta da tutta la Chiesa, per l’assistenza divina a lui promessa nel beato Pietro” (Vat II, PA 4). Naturalmente il senso di tutto questo non va colto considerando gli uomini in sé ma l’infallibilità della verità di Dio.

Queste verità, sebbene non ancora formulate dogmaticamente, erano credute anche nel cristianesimo antico, tanto che venivano conservati con cura gli elenchi dei vescovi di Roma fin dalla successione di Pietro. Per esempio Egesippo (160 ca) e Ireneo di Lione (180 ca) tramandano che il primo a succedere sul seggio di Pietro fu San Lino (originario del Lazio settentrionale, eletto nel 66 ca, e morto nel 78, poi sepolto accanto a S. Pietro). Anche Eusebio di Cesarea lo conferma: “Primo ad essere nominato vescovo della Chiesa di Roma, dopo il martirio di Paolo e Pietro, fu Lino, citato da Paolo nel saluto che chiude la lettera da lui inviata da Roma a Timoteo” (Historia Ecclesiastica, III,2). Eusebio ricorda anche chi gli succedette: “A Lino, che fu vescovo della Chiesa di Roma per dodici anni, succedette Anacleto” (op cit, III,13). E di nuovo aggiunge: “Ad Anacleto, che aveva retto l’episcopato della Chiesa di Roma per dodici anni, succedette Clemente, che l’apostolo [Paolo], nella Lettera ai Filippesi, definisce suo aiutante dicendo: ‘Con Clemente e gli altri miei aiutanti, i cui nomi sono nel libro della vita’.” (op cit, III,15). Questo stesso Clemente I, che fu il primo dei Padri Apostolici, ci fa capire l’importanza delle successioni apostoliche quando, verso l’anno 96, scrive: “Cristo proviene da Dio, gli apostoli da Cristo, e i vescovi discendono dagli apostoli, e pertanto non possono essere allontanati” (Clemente Romano, Lettera ai Corinti, 1,42). Verso il 200 Sant’Ireneo aggiungeva: “Mediante la successione apostolica è giunta a noi la verità, e la tradizione apostolica è stata resa nota in tutto il mondo. Basta attenersi a loro [i vescovi], in tutto il mondo, se si vuole vedere la verità. Noi infatti possiamo elencare i vescovi che sono stati istituiti dagli apostoli e dai loro successori fino ai giorni nostri” (Adversus Haereses, III,3,1).

Fra tutte le successioni, quella petrina, era però vista con un ruolo di rilievo, questo a causa del “mandato delle chiavi” istituito da Gesù in Matteo 16,17-19 (per ben 114 volte nei vangeli Pietro è inoltre nominato con particolare riguardo prima degli altri apostoli). Sant’Ignazio nella sua Lettera ai Romani definisce perciò la Chiesa di Roma “colei che presiede l’alleanza d’amore”. Policarpo di Smirne la considera maestra delle altre, e Tertulliano “norma della verità”, arbitro della comunione. Nessuno, infatti, considerava un’ingerenza il fatto che il vescovo di Roma si occupasse anche delle controversie presenti in terre lontane, per esempio a Corinto, chiedendo “ubbidienza a quanto Gesù ha detto tramite nostro”. Anche in campo liturgico, le disposizioni provenienti da Roma erano accolte universalmente. Un importante esempio è quello della festa di Pasqua, che veniva inizialmente celebrata in date diverse nelle rispettive comunità cristiane presenti dalla Gallia alla Mesopotamia: fu il vescovo di Roma, San Vittore, a imporre un’unica data liturgica, questo mostra che, ancora nel secondo secolo, in piena epoca di persecuzioni, il papa aveva consapevolezza della propria superiore responsabilità. Anzi, spesso erano le diverse chiese del mediterraneo a rivolgersi a Roma per dirimere le questioni.

A fugare ogni dubbio sulla preminenza del mandato petrino già a quei tempi, basterebbe quanto scrisse Sant’Ireneo, vescovo di Lione tra il 160 ed il 202: “Per stabilire ciò, non è necessario un confronto fra tutte le chiese: basta essere in comunione con quella romana, la chiesa più grande e la più antica, a tutti nota, fondata e istituita dai due gloriosi apostoli Pietro e Paolo. Su questa infatti, per la sua alta posizione di preminenza, devono necessariamente essere in comunione tutte le altre chiese esistenti in ogni parte del mondo, perché in essa è sempre stata conservata la tradizione degli apostoli” (Adversus Haereses, III,3,2; quasi a sottolineare quanto detto S. Ireneo fa seguire l’elencazione dei papi dall’inizio fino al suo tempo, terminando con queste parole: “In questo ordine
e attraverso questa successione sono pervenute fino a noi la tradizione che è nella Chiesa a partire dagli Apostoli, e la predicazione della verità).

Per tutto questo la cattedra di Roma, fin dall’inizio, viene guardata come principio di unità nella Chiesa. San Cipriano, vescovo di Cartagine (200-258), relativamente all’autorità di Roma, faceva già uso dell’espressione “cattedra di Pietro”. Per esempio, riferendosi agli eretici, scrive: “Essi osano pure andare alla cattedra di Pietro ed alla Chiesa principale, da cui deriva l’unità del sacerdozio”. Ben prima dell’era di Costantino, la Chiesa di Roma era dunque già definita (peraltro da un’altra diocesi ben distante) “Chiesa principale” e cattedra episcopale “da cui deriva l’unità del sacerdozio”. E perfino (già a quel tempo!) “principio di unità ed infallibilità”.
 
Altri articoli dell’autore:
Quale fondamento ha la “morale laica”? (aprile 2012)

Etica laica: un’occasione perduta (marzo 2012)

 
(fonte: UCCR, 15.03.16)