Il golpe della primavera

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di Marina Corradi

da Tempi.it

Milano, 17 marzo. Succede ogni anno all’improvviso. Spesso dopo dei giorni di pioggia e freddo, e vento. Lo senti quel vento, una sera, che fa tremare le finestre, che soffia rabbioso e disperde via in mulinelli le ultime foglie secche. E pare quasi che in quella notte ritorni l’inverno. Invece, la mattina il cielo è regalmente azzurro, e la luce del sole è così forte che abbaglia. Non tornava l’inverno, stanotte, ma si ritirava: sconfitto, rancoroso, infilandosi nei vicoli, sibilando – come una serpe che, stanata, fugge.

Succede sempre all’improvviso. E stamattina nelle smorte aiuole di Milano, tutte insieme, del colore dell’oro, sono fiorite le forsizie. Striminziti, ossuti alberelli che avresti potuto credere morti sono diventati nuvole rosa, o bianche. La magnolia in cortile ha i germogli, di un verde chiarissimo. Ed è accaduto tutto in poche ore. La pioggia prima, e poi il sole, e di colpo è stata un’invasione. Un golpe, fra il cemento e l’asfalto. Tra le auto parcheggiate, tra le sbarre dei cancelli dei giardini, di colpo la primavera s’affaccia e preme, imperiosa.

E noi, ancora una volta, colti di sorpresa: con i nostri cappotti pesanti e i berretti, a mezzogiorno camminiamo per strada ondeggiando, come leggermente sbalorditi. E slacciamo i bottoni: fa quasi caldo, mentre gli occhi faticano a sostenere la luce. Ci prende una silenziosa allegria, che non sapremmo dire. La semplice istintiva letizia che si prova davanti a un neonato che strilla in una culla: anche questo 17 di marzo a Milano è vita che nasce, che comincia di nuovo.

Le donne meditano che bisognerà comprare qualcosa di leggero da mettersi, e di nuovo. Di colorato, dopo i sordi grigi dell’inverno. Anche questo è istinto: la vita a marzo chiama per mille suoi codici segreti, e il desiderio di bellezza è un altro dei tenaci modi che cercano e diffondono la vita.

Sarebbe bello, pensi, vivere sempre in questa luce chiara del 17 di marzo. Eppure no: occorre che il sole si alzi e culmini, a giugno, che poi l’estate maturi, e scotti la sabbia, al mare, sotto ai piedi. Occorre che l’autunno grondi acqua da cieli opachi, e appesantisca le chiome degli alberi e le infiammi, e le prosciughi; e che poi l’inverno annichilisca gli alberi in rami secchi e neri, come braccia levate al cielo. Occorre tutto questo, occorre il sacro ciclo delle stagioni perché si sia felici, una mattina di marzo, come bambini. Semplicemente del fatto che nel giardino vicino a casa sono sbocciate, in una notte, le viole.