Contemplare l’uomo per scoprire il Mistero

Dostoevskij

di Giovanni Moleri
 
Cristo è l’immagine “ridata” dell’uomo: è la sua Bellezza; e la sua Bellezza è comunione e vita di relazione “assolutamente vissuta” con lo Spirito Santo ed il Padre; è il rendersi perfetto nella “volontà del Padre che sta nei cieli”. Arte, creatività, cultura, insomma il lavoro umano, diviene espressione dell’essere individuale universale, della fatica umana, quella di trasfigurare la realtà riportandola al suo creatore.

È il compito della vocazione umana che si fa cultura consacrando il mondo, restituendogli la sua sacralità originaria, riportando la divisione demoniaca all’unità della comunione divina. Così la creatività non diviene semplice copia, riproduzione della natura e della sua necessità meccanicista ma la trasfigura alla realtà ultima, quella del Regno, rivelatasi nella croce di Cristo; la creatività umana diviene contributo al compimento della stessa fatica divina.

Dostoevskij ci conduce alla contemplazione, all’arte delle cose, che si agitano e fremono, avvertendo quel già e non ancora del Regno che viene definitivamente. Per questo le sue opere sono definite apocalittiche.
Il Bello e il compito dell’arte è dunque l’epifania dell’essere, luogo vibrante della presenza umana e divina, che compie la verità di tutte le forme, di tutta la realtà, anche di quella che sembra negare la stessa verità. È inevitabile dunque che il lavoro dell’uomo sarà determinato dallo sguardo con cui egli definirà l’universo vissuto e contemplato. È ancora una questione di fede, di ciò in cui si crede. È il conosci te stesso che da sempre la cristianità lancia come indicazione nella storia: “conosci la tua immagine d’uomo”.

Dostoevskij è ben conscio che contemplare l’uomo non è perdita di tempo e lui non si stancherà mai di far questo perché andando alla sua profondità scopre il mistero che l’umano essere porta in sè. Il disagio del sottosuolo dostoevskjiano altro non è che l’agitarsi nella memoria umana del volto di Dio: esso non trova pace, facendosi lotta nella nostalgia comunque del sempre Altro. Il sottosuolo è l’urlo di Dio nell’uomo che sollecita la libertà e la muove verso la rincorsa della propria fondamentale immagine: la libertà si fa lavoro.

Com’è possibile ricomporre l’immagine frantumata dal soggettivismo e dal peccato originale, dopo che la modernità e il nichilismo hanno tentato di uccidere ed eliminare dalla coscienza dell’uomo quel Dio di cui l’uomo è immagine? Ecco la risposta di Dostevskij nelle vibranti ed ultime parole dello Starets Zosima, rivolte ad Alësa Karamazov prima di morire: “Ricorda, se il grano di frumento caduto a terra non muore resta infecondo, se invece muore porta molto frutto”. Sono le parole di Cristo.

Ed ancora possiamo intuire la sua risposta quando Alësa si trova davanti alla morte del suo maestro. Quando, tutti riuniti attorno al cadavere, ascoltano il Vangelo letto da un monaco, Alësa spossato si addormenta e nel dormiveglia, mentre ascolta il racconto delle Nozze di Cana ha un momento d’estasi: come in un lampo Zosima è vivo, si avvicina come un tempo ad Alësa, gli parla, gli commenta il racconto evangelico. Alësa di soprassalto si sveglia dal sonno e dal sogno e, come soffocato, esce dalla cella mentre il vecchio monaco, il suo buono e dolce maestro è là ancora steso, freddo e rigido, emanando quel puzzo di morto che neppure l’aria della finestra aperta sembra vincere. Dunque la morte avrà l’ultima parola sulla vita? Ma ecco, l’incredibile, l’impossibile si avvera: “ … All’improvviso egli si voltò bruscamente e abbandonò la cella … la sua anima esaltata anelava alla libertà, allo spazio, all’infinito. Al di sopra della sua testa si estendeva la volta celeste, ampia e sconfinata … la notte scura avvolgeva la terra … il silenzio della terra sembrava confondersi con quello del cielo; il mistero terrestre confinava con quello delle stelle. Alësa improvvisamente, quasi fosse falciato, si prostrò. Non sapeva perché stesse stringendo la terra; non comprendeva perché desiderasse irresistibilmente abbracciarla tutta ma egli la baciava singhiozzando, inondandola di lacrime … bagna la terra con lacrime di gioia e amala. Queste parole risuonavano nella sua anima. Perché piangeva? Non sapeva forse, ma egli piangeva su tutto, anche su quelle stelle scintillanti nell’infinito e non si vergognava … quei mondi innumerevoli sembravano convergere tutti nella sua anima … Avrebbe voluto perdonare tutti e per tutto e domandare perdono non per sè ma per gli altri e per tutto; gli altri lo domanderanno per me! Si diceva. Anche queste parole gli tornavano alla memoria … si era prostrato debole e adolescente e si rialzava forte e lottatore … Alësa non poté dimenticare più quell’istante: – la mia anima è stata visitata in quell’ora – diceva egli più tardi, credendo fermamente alla verità delle sue parole”.

Tutto è grazia. Commenta De Lubac: “… Non sono forse tutti riuniti attorno ad Alësa quegli esseri le cui estasi ambigue ci avevano lasciati così perplessi? … Sì, tutti sono là, stupiti di ciò che contemplano: Myskin e Kirilov, e Svidrigailov”. Tutti testimoni di quel nuovo parto che madre terra (la Teotokos) sta per compiere in questo loro figlio. Penitenza e sacrificio erano gli insegnamenti dello Starets al giovane monaco Alësa, insegnamenti per entrare nella vita. E lì, disteso a terra, il giovane Alësa prova le doglie del parto verso una vita nuova.

“L’acqua (delle Nozze di Cana) è il simbolo della penitenza poiché Dostoevskij sa che l’uomo è peccatore. Il cambiamento dell’acqua in vino è segno della divinizzazione dell’essere, il passaggio dalla vita naturale alla vita dello spirito …”. (Si guardino a proposito anche le riflessioni di Unamuno sulle Nozze di Cana). Le Nozze di Cana ne “I fratelli Karamazov” e La Resurrezione di Lazzaro in “Delitto e castigo” sono i simboli del miracolo spirituale e del mistero della nuova nascita che avvengono nella contrizione e che avvengono ancora duemila anni dopo che Nicodemo se ne partì da Cristo.

L’uomo riconosce di non appartenersi, cioè riconosce il bisogno di essere perdonato,perché lui da sé non può darsi la pace. La fine di Stavroghin, cioè del superuomo, segna il massimo livello di questa impotenza umana. Eccolo invece l’uomo nuovo che si veste di festa, che si veste di quel perdono che lui non può darsi e che può solo ricevere. Ecco l’uomo nuovo che urla diffondendo il suo grido in tutto l’universo, in tutta l’umanità: “Perdonami, perdonami …”. È il suono vero delle parole dell’uomo onesto e realista; la voce di un uomo che non vuole smarrirsi nella nostalgia e nella ricerca; voce infine di colui che guarda alla realtà che è Cristo.

Per quest’uomo nella fede, l’eternità è vicinissima, toccabile, nonostante la contingenza umana di questo piccolissimo essere mischiato nell’universo: “- Karamazov – esclamò Kolia – è proprio vero quello che dice la religione, che noi tutti resusciteremo da morte; che noi ci rivedremo gli uni e gli altri ed anche Ilyushencka? – Sì certo resusciteremo, senza dubbio ci rivedremo e ci racconteremo con allegria e con gioia tutto quello che è passato – rispose Alesa, parte scherzando e parte entusiasta. – Oh come sarà bello! – sfuggì a Kolia …”.

Le parole finali di Dostoevskji ne “I Fratelli Karamazov” restano il suo elevato credo e nello stesso tempo testamento; parole che tracciano la verità della storia personale ed in quella universale dell’umana fatica, dell’umano lavoro che non ci abbandonerà mai fino alla morte: quel lavoro umano di aprirsi alla resurrezione, a quel Altro che “io sono” e che diviene mia gloria.
 
fonte: lanuovabq.it05-04-2016