Sulle note innamorate di Giotto

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di Francesca Capitelli

04/04/2016 – Una serata di musica tra gli affreschi della Cappella degli Scrovegni. Al pianoforte, il pianista brasiliano Marcelo Cesena, con un concerto che nasce dall’incontro con il pittore italiano. E da una domanda: «Qual è il senso di tutta questa bellezza?»

Un cielo blu trapuntato di stelle. È la prima cosa che ha colpito Marcelo Cesena, pianista di fama internazionale, quando è entrato nella Cappella degli Scrovegni. Questa sera l’artista brasiliano ritorna sotto la volta di Giotto per presentare in anteprima il suo ultimo lavoro: il concerto per piano Armonie giottesche, dall’affresco alla musica. Primo di tre concerti padovani previsti nei prossimi tre mesi, l’appuntamento di oggi è riservato alle sole personalità con invito. Gli altri due appuntamenti saranno nel carcere Due Palazzi (in collaborazione con la Cooperativa Sociale Giotto) e presso l’Auditorium del Conservatorio Cesare Pollini.

Brasiliano, ma con base operativa ad Hollywood, Cesena ha composto colonne sonore per diversi film e eseguito concerti in Europa, Nord e Sud America, suonando anche per la Giornata mondiale della gioventù di Rio de Janeiro. A Padova lo ha portato l’amicizia con Filippo Stoppa, giovane architetto della città veneta, che per primo lo ha introdotto agli affreschi del maestro fiorentino.

È il primo concerto per cui ti ispiri ad un’opera d’arte?
Sì. Di solito, per la mia musica, mi affido a quello che succede. Storie ispirate alla mia storia. Sono melodie che raccontano quello che accade a me, agli amici… Sono sempre legate a un mio momento umano. Questa è la prima volta che parto da qualcun altro.

A quali affreschi sono legati i brani?
Il concerto è composto in tutto da dodici musiche, la prima, quella che dà il la, è dedicata al “soffitto” della Cappella. Al cielo blu di Giotto. Poi seguono altri undici pezzi, che ripercorrono l’affermarsi della Salvezza, così come lui l’ha immaginata. In particolare eseguirò un Magnificat, dedicato alle storie della Vergine che occupano la parete nord e l’arco trionfale. E una sonata che riprende il Bacio di Giuda. Guardando l’affresco sono rimasto colpito dalla misericordia nello sguardo di Gesù: è quella la parte più importante, non il tradimento. Due brani, poi, sono dedicati alla morte in Croce e alla Resurrezione e l’ultimo e un Dies irae, dedicato all’ultimo giorno del Giudizio universale. Un pezzo a cui tengo molto è la Fuga in Egitto. Quando Maria e Giuseppe sono costretti a scappare per le persecuzioni di Erode. È un tema particolarmente attuale, la fuga.

E perché proprio alla volta hai dedicato il pezzo d’apertura?
La volta è spettacolare. Tutta blu con solo le stelle. Ha richiamato subito la mia attenzione. Scrivendo la musica mi sono reso conto che il cielo di Giotto mi aiutava a scoprire il mio cielo. Per lui quelle luci erano persone reali, i santi, a cui guardava come esempio e conforto. Capire questo mi ha fatto chiedere: «Ma io a chi guardo con questo stupore?». Quando alzo gli occhi verso l’alto, penso alla grandiosità dell’universo e della creazione, e mi stupisco ogni volta che gli umani siano gli unici a sentire il bisogno di chiedersi: «Chi siamo? Qual è il senso di tutta questa bellezza?». Una volta stellata apre domande così grandi. E a volte, come a un bambino, mi viene voglia di toccarle, per scoprire cosa siano. Ho capito, però, che l’unico modo per arrivare alle stelle è che siano loro a venire da noi. Questa è l’analogia più grande con l’Incarnazione. L’ho capito guardando Giotto. È una bellezza che sottintende anche una promessa: che le stelle vengono a noi per farsi conoscere. La promessa è l’Incarnazione. Il blu del cielo lega tutto: la volta, le pareti, gli affreschi. Nelle stelle c’è una promessa che prende carne nella vita di Gesù e di Maria.

Credi di essere riuscito a trasportare la bellezza degli affreschi di Giotto nella tua musica?
Questo lo lascio giudicare a chi verrà ad ascoltare e vedere. Io sicuramente, dalla prima volta che sono entrato nella Cappella degli Scrovegni mi sono innamorato di lui. E per fare al meglio il mio lavoro sono tornato tante volte davanti alla sua arte. Vedo ben chiaro che per dipingere come lui ha dipinto, bisogna essere innamorati di quell’avvenimento, di quello che suscita per la nostra vita. Giotto mi ha aiutato a guardare in modo diverso. I Vangeli hanno ispirato tanta arte. Da duemila anni tutti raccontano gli stessi fatti, e ogni volta li raccontano in modo nuovo e affascinante. È stata un’avventura bellissima scrivere questa musica, e lo sarà interpretarla sotto il cielo di Giotto.
 
per informazioni: http://www.concertogiotto.com
 
(fonte: Tracce.it)