Marco Voleri: quando la malattia rende migliori

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 di Luca Marcolivio

(da zenit.org, 9.04.16)

Al via tra una settimana il tour del tenore livornese che racconta: “La sclerosi multipla mi ha costretto a non tenermi dentro le emozioni, cantando racconto la mia debolezza trasformata in forza”
 
Usare i propri talenti per vincere la paura e il dolore. Ogni artista, in fondo, ha questa potenzialità, che, tuttavia, in alcuni casi, investe anima e corpo in una vera e propria missione. È il caso di Marco Voleri, quarantenne tenore livornese, che da dieci anni combatte con la sclerosi multipla.

La malattia ha rischiato seriamente di pregiudicare la sua vita e la sua carriera, eppure Voleri da tale esperienza è uscito più forte. Non solo continua a cantare e con più successo di prima ma si è anche sposato – con una donna affetta dal suo medesimo male – e un anno fa ha avuto il suo primo figlio.

Nemmeno un brutto incidente capitatogli la scorsa estate ha messo in crisi il suo temperamento combattivo. Tra una settimana esatta, sabato 16 aprile, Marco Voleri inizierà a Milano il suo tour Sintomi di felicità 2016, che prende il titolo dalla sua biografia.

Alla vigilia del tour, Voleri ha raccontato a ZENIT la sua incredibile vicenda umana e artistica, in cui la fede ha un ruolo centrale.
 
Voleri, come è nata la sua passione per il canto?

La mia passione per la musica è iniziata all’oratorio, intorno ai 15 anni. Una passione che si è poi trasformata in un lavoro. Dall’oratorio, passai al pianobar, poi ho iniziato a prendere lezioni di canto e un maestro mi disse: “Ma tu potresti studiare canto lirico!”. E io gli risposi: “Perché? Mica mi piace tanto…”. Infatti poi sono diventato cantante lirico (ride)… Ho studiato conservatorio “Giuseppe Verdi” a Milano, poi all’Accademia della Scala. Dopo varie esperienze in cori importanti, tra cui quello della Scala, ho iniziato a fare le prime parti da solista.
 
In che modo poi la malattia ha cambiato la sua vita?

Sul più bello, quando ero ormai pronto alla “rampa di lancio”, è arrivata la sclerosi multipla che all’inizio mi ha completamente destabilizzato. Dovevo capire come continuare a coltivare il mio sogno della musica e della lirica con una malattia così importante. Dopo lunghe fasi di rabbia e depressione, sono arrivato alla consapevolezza di avere in mano tre linguaggi universali, da spargere come petali in giro per il mondo: lamalattia, l’arte e la fede. È nato quindi, nel 2013, il tour Sintomi di felicità, subito dopo il mio libro omonimo. Mio intento è trasmettere un messaggio positivo, secondo cui, attraverso la debolezza, si può trovare la forza di vivere una vita come si desidera.
 
Ha anche temuto di non poter più cantare?

Sì, l’ho seriamente temuto. Ho passato un periodo in ci non stavo bene per niente, soffrivo di un continuo reflusso gastro-esofageo che mi sporcava la voce. Furono momenti molto complicati ma per fortuna, a poco a poco, li ho superati e ho ripreso a cantare. Lo scorso agosto, oltretutto, mi è capitato un grave incidente a torre del Lago: è caduto il palco, mi sono fratturato una vertebra e sono stato otto mesi fermo. Ricomincio a cantare solo ora. Un ulteriore prova per me, comunque la tenacia non mi manca e vado avanti.

La diagnosi definitiva di sclerosi multipla mi fu fatta nel 2009 ma i primi sintomi li avvertii nel 2006, dieci anni fa esatti. Fino al 2013, però non ho mai detto a nessuno della mia malattia. Ho debuttato in molti teatri, senza che nessuno lo sapesse. Poi, un Giovedì Santo, ho conosciuto Arnoldo Mosca Mondadori a cui ho raccontato la mia storia. Lui mi suggerì: “Sarebbe bello scriverci un libro per dare forza anche agli altri”. All’inizio non volevo ma poi l’ho scritto ed è stato come iniziare una seconda vita. Attraverso questo libro ma anche attraverso l’abbandono a questa nuova esperienza, sono riuscito a trasformare tutte le mie energie negative in positive. Tutto questo mi ha portato a conoscere persone con la mia stessa malattia, tra cui la mia futura moglie, malata dal 2008: ci siamo incontrati nel 2013 ad un evento AISM. Io ero lì come ospite, lei con la sezione di Roma. Ci siamo raccontati un bel po’ di cose e abbiamo capito che, insieme, potevamo dividere le preoccupazioni e le malattie e raddoppiare le forze, quindi… devo ringraziare la malattia che mi ha fatto conoscere lei! Anche lei aveva attraversato una fase in cui voleva tenere tutto per sé ma oggi tra noi parliamo di tutto. Il nostro primo figlio è nato il 21 giugno 2015, il giorno in cui ho cantato per il Papa a Torino.
 
Cosa è cambiato nella sua professione, dal momento della sua malattia?

Non è cambiato molto ma se qualcosa è cambiato è stato in meglio: riesco ad esprimere di più le mie emozioni, perché una malattia ti mette in qualche modo a nudo. Quando vai a teatro, devi cercare di emozionare il pubblico, mentre prima tendevo a nascondere queste emozioni e, sul piano artistico, questo complicava le cose (Gaber cantava: “far finta d’esser sani”). Ora è il contrario: sono molto più sereno e tranquillo con quello che faccio.
 
Il mondo dello spettacolo è così competitivo come lo descrivono?

È addirittura più competitivo di quello che si immagina… È un mondo darwiniano, caratterizzato da una “selezione naturale della specie”. Come cantava Morandi: “Uno su mille ce la fa”. Il mondo della lirica è un mondo molto difficile e selettivo, oltre che stressante, fatto di viaggi, fusi orari, prove. Un cantante lirico deve fare tante cose insieme: imparare una parte che dura tre ore, imparare le note, seguire la regia e il direttore, ricordarsi il cambio dei costumi di scena. Inoltre il cantante lirico, spesso, è solo. Questa solitudine è una scelta di vita. Oggi sei qui, domani sei a Trieste e devi starci un mese, fra un mese ti mandano a Varsavia, poi a Seul, ecc.
 
Per una persona sensibile e con dei valori come lei, cosa significa mettersi a confronto ogni giorno con questo ambiente così competitivo?

Fa anche parte dell’imprinting dell’artista. Però le soddisfazioni sono tante quanti sono i sacrifici.
 
Quanto ha contato la fede, al momento di vivere la malattia?

Sicuramente al momento della diagnosi vissi una grossa crisi di fede. Cominciai a chiedermi: “Perché proprio a me?”. Poi tutto si è trasformato con l’abbandono, con il dire a Dio: “dimmi cosa vuoi Tu da me, perché non lo so più”. È stato proprio abbandonandomi, per capire cosa poteva succedere, che mi sono reso conto di avere in mano questi tre linguaggi universali della malattia, della fede e della musica e di doverci fare qualcosa. Quando mi sono chiesto cosa fare con queste tre componenti della mia vita, la risposta che mi sono dato è stata: raccontare la debolezza che si trasforma in forza, attraverso la testimonianza. La missione che ho adesso nella vita è andare in giro e raccontare, attraverso la musica sacra e questo tour, attraverso il racconto di una grande debolezza, ovvero la malattia, ma anche attraverso la fede, la speranza di vivere e non sopravvivere.
 
Quali sono i suoi cavalli battaglia a livello canoro?

Sono un tenore lirico leggero. Dopo la malattia ho dovuto virare sui ruoli da comprimario, perché i ruoli da protagonista erano troppo stancanti, anche se in concerto ho sempre cantato arie tratte dal repertorio italiano: Verdi, Puccini, Donizetti, Rigoletto, Traviata,Madame Butterfly. Ho fatto anche programmi sacri, programmi in varie lingue, comunque il mio compositore preferito è Puccini. L’opera che cantavo più volentieri era il Rigolettoma anche la Bohème. Mi piacciono molto, comunque, anche le romanze napoletane, perché c’è sempre molto sentimento dentro. In questo nuovo tour, per scelta, il repertorio è sacro, con varie Ave Maria e composizioni tratte da messe celebri di Mozart, oltre allo Stabat mater di Pergolesi. Mi viene in mente una cosa che può sembrare banale ma non lo è: quasi tutti i grandi compositori hanno realizzato almeno una composizione sacra, una messa o un’Ave Maria. Il Requiem di Verdi, lo Stabat Mater di Pergolesi, la Pètite Solenne Messe di Rossini, sono tutte composizioni con un richiamo religioso palese, quasi a voler dare un sigillo a una vita spesa per la musica nella fede. Non tutti questi compositori credevano, però, tutti hanno composto qualcosa di sacro. Mi sembra un dato interessante. Nel nostro tour abbiamo deciso di avere come palcoscenico basiliche, chiese, templi della sacralità, perché crediamo siano il luogo più adatto per far entrare il nostro messaggio nel cuore delle persone.