Cresce la disuguaglianza economica in Italia

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L’aumentare della disparità economica all’interno dei paesi rallenta fortemente la ripresa economica e frena la crescita del Pil. Lo afferma l’ultima relazione dell’Ocse “Focus inequality and growth” che ha analizzato la correlazione fra aumento nelle disuguaglianze sociali e frenata della crescita economica in 21 paesi, fra cui l’Italia che dal 1985 al 2010 ha perso, anche per questo motivo, quasi il 7% del Pil.

Nello studio si mostra come le differenze di reddito siano ai massimi storici degli ultimi trent’anni: oggi, nell’area Ocse, il 10 per cento più ricco della popolazione guadagna 9,5 volte di più del 10 per cento più povero, mentre negli anni ’80 il rapporto era di 7. Anche l’indice di Gini, che misura le disuguaglianze sociali, è aumentato in media di tre punti percentuali, passando da 0,29 a0,32 in una scala in cui 0 è nessuna disuguaglianza sociale e 1 è tutto il reddito concentrato nelle mani di una sola persona.

A fine 2011, dicono ancora i dati Ocse, la fascia meno abbiente guadagnava il 2,4% del reddito totale nazionale, contro il 24,4% dei più abbienti. Anche ampliando la fascia considerata, il divario rimane evidente: il 20% più povero dispone di appena il 7,1% del reddito nazionale, contro il 39,9% del 20% più ricco. La crisi, inoltre, ha contribuito ad aumentare questa distanza. Tra il 2008 e il 2011, rileva ancora il Rapporto sulle diseguaglianze, le famiglie italiane hanno perso in media l’1,5% di reddito disponibile all’anno, ma questa contrazione non è stata equamente distribuita.

La crescita di medio termine ne è stata gravemente compromessa: i tre punti di aumento del coefficiente, spia della crescita delle ineguaglianze nell’ultimo ventennio, significano una perdita di Pil dello 0,35% annuo per 25 anni successivi. La crescita cumulata si vede così erodere 8,5 punti percentuali. Per l’Italia, il calcolo dell’Ocse stima che l’accentuarsi delle diseguaglianze abbia ‘scippato’ tra sei e sette punti percentuali di crescita tra il 1990 e il 2010. Il Pil tricolore è cresciuto in quel lasso di tempo dell’8%, registrando per altro una delle peggiori performance dell’area. Ma avrebbe potuto correre del 14,7%, superando per dinamismo la Spagna e avvicinando la Francia, senza il peso delle disuguaglianze.

E gli effetti negativi di queste differenze nel reddito, secondo l’OCSE, non si fanno sentire solo nel 10 per cento più povero della popolazione, ma anche nei quattro ultimi decili, in pratica in quasi metà degli abitanti che fanno parte dei ceti meno abbienti.

Da qui la raccomandazione del rapporto di attuare politiche ridistributive mirate attraverso sussidi alle famiglie con bambini, per esempio, per favorirne l’educazione e la mobilità sociale, ma anche attraverso tasse e sussidi mai però dati a caso. Infatti, si rileva nello studio, la ridistribuzione frena la crescita solo quando è fatta male, a pioggia e crea quindi spreco di risorse non essendo focalizzata ad obiettivi e categorie di persone ben precisi.

Ma perché la disuguaglianza frena la crescita? Dalla relazione OCSE emerge una teoria ben precisa che ha a che fare, come accennato, con l’istruzione: le differenze di reddito, prevenendo l’accumulazione di capitale umano, creano meno opportunità educative per le categorie di cittadini più svantaggiati, anche quando vengono da famiglie con un livello di istruzione medio-alto. Queste mancate opportunità si rilevano sia nei meno anni di scuola che nella scarsa qualità del processo di apprendimento di certe capacità, ad esempio le abilità matematiche.
 
(fonte: documentazione.info)