«Lo sapevi già.. quando eri incinta?»

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“Semplicemente una mamma”, il libro di Annalisa Sereni che racconta cosa significa vivere con sette figli, di cui uno down
 
«Avere 7 figli ti rende una persona un pochino fuori dall’ordinario. Avere 7 figli con lo stesso marito ti fa quasi sembrare un’aliena. Averne 7 con lo stesso marito e uno con la sindrome di Down ti qualifica, decisamente, come una pazza». Riassume così la sua vita Annalisa Sereni, autrice di Semplicemente una mamma (San Paolo, 12 euro, 92 pagine), abituata a parlarne sulle pagine del suo blog. Una vita fatta da tre “m”, quelle dell’essere moglie, mamma e medico. Una vita frenetica nonostante le gravidanze, non sempre facilissime, caratterizzate da nausee totalizzanti: non vissute nel riposo di Kensington Palace come faceva Kate Middleton, ma nel trambusto dell’ambulatorio dove lavora, tra un paziente e l’altro.

DEVI PRENDERE UNA DECISIONE. Anche la settima gravidanza sembrava procedere con il solito copione, e Annalisa si stendeva sul lettino per l’ecografia senza aspettarsi niente di nuovo dalle precedenti, curiosa solo di sapere di che sesso sarebbe stato questo settimo figlio, dopo ben cinque femmine. Non aveva mai effettuato diagnosi prenatali, nemmeno non invasive, e non l’avrebbe fatto nemmeno per questa settima gravidanza, se non fosse stato per l’avventatezza di uno specializzando. «Continuava a guardare la testa del pargoletto con un’espressione basita. “Devi fare altri esami e prendere una decisione”. Una decisione l’ho presa subito, immediata. Ti proteggerò», scrive la futura madre nel libro, mentre racconta com’è cambiata la sua famiglia da quando è arrivato lui. Maschio come il primo figlio, ma con qualcosa di speciale. «I commenti sono più o meno sempre gli stessi. Quando mi chiedono “lo sapevi già quando eri incinta?”. “Sì”. “Ah”».

GLI ALTRI FRATELLI. Annalisa spiega stupefatta che gli altri sei figli sono da sempre i più forti sostenitori della bellezza di un fratello così, anche quando al liceo dei tre figli più grandi organizzano un incontro per parlare della Fondazione Lejeune e della trisomia 21. «Mamma, perché non hanno chiesto a noi di parlare? Noi sappiamo», dicono i tre adolescenti. Anche Annalisa pensava di sapere cosa fosse la sindrome di Down, studiata sui manuali di medicina, ma si è scoperta debole e impaurita come qualsiasi altro genitore che ha a che fare con questa diagnosi: «Ho cercato su internet, e ho trovato un sito in cui si spiegava che questi bambini possono essere addestrati, come animaletti. Ho provato un forte senso di rabbia».

PUPI AVATI. Altro che addestrarlo, Annalisa racconta che è come se fosse diventata madre per la prima volta di un figlio tutto nuovo: «Mi sono goduta ogni singolo gattonamento, ho prestato attenzione a ogni nuovo gioco o seggiolone». Con la consapevolezza che molti continueranno a scuotere la testa guardandolo: «Fino alla gravidanza di Lui, la mia posizione era già pro vita, ma l’aborto era un problema che non mi coinvolgeva più di tanto. Era un argomento scottante, in cui sapevo da che parte stare, ma non mi teneva sveglia la notte. Adesso so che l’aborto è ciò che ti viene proposto come soluzione. Che viene considerato un atto pietistico».
Più che mai attuale la prefazione di Pupi Avati, preoccupato del futuro in quanto tale: «Il vero rapporto si instaura fra una mamma e l’essere che ha in grembo dal momento in cui scopre di avere dentro di sé due cuori. (…) Molte cose di questo presente mi sfuggono, mi fanno temere il peggio. È però sufficiente questo libro per non sentirci costretti alla resa».

 
fonte: tempi.it, 29.05.16