Il Papa ai preti: leggete l’enciclica di Pio XII sul Sacro cuore

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di Andrea Tornielli
 
Nella prima delle tre meditazioni per il Giubileo dei sacerdoti, Francesco invita a riprendere la lettera di Pacelli sull’amore di Dio che non si raffredda né viene meno «alla vista di mostruose infedeltà e di ignobili tradimenti»

Papa Francesco nella prima delle meditazioni sulla misericordia per il Giubileo dei sacerdoti, tenuta nella Basilica di San Giovanni in Laterano la mattina di giovedì 2 giugno, ha citato un’enciclica di Pio XII. Parlando del sacro cuore di Gesù, culto particolarmente celebrato nel mese di giugno, ha consigliato i vescovi e i preti che lo ascoltavano di rileggere il testo di Pacelli. «Ricordo che quando è uscita quell’enciclica – ha detto Papa Bergoglio – ci fu chi storcendo il naso disse che quello del Sacro Cuore era un culto da suore». Invece «ci farà bene leggerla», ha aggiunto, anche se qualcuno dirà «è preconciliare». Francesco ha spiegato che «il cuore di Gesù è il centro», e forse proprio le suore, che sono «madri» nella Chiesa, lo hanno capito meglio.

L’enciclica «Haurietis acquas», porta la data del 15 maggio 1956 ed è appunto dedicata al culto del Sacro cuore di Gesù, che Pio XII intendeva purificare da forme e pratiche di un certo devozionalismo sentimentale, ma senza sminuirla per nulla, mostrandone invece la vera dottrina: il culto del Sacro cuore si riferisce a tutta la persona di Gesù e ha per oggetto il cuore perché simbolo non solo dell’amore umano e divino di Cristo ma anche di tutta la sua vita. Per questo Papa Pacelli invita gli uomini a rivolgere il loro sguardo al Nazareno crocifisso. L’enciclica è un inno all’amore divino: «Non ci deve meravigliare se Mosè e i profeti… ben comprendendo che il fondamento di tutta la Legge era riposto in questo comandamento dell’amore, hanno descritto tutti i rapporti esistenti tra Dio e la sua nazione ricorrendo a similitudini tratte dal reciproco amore tra padre e figli, o dall’amore dei coniugi, piuttosto che rappresentarli con immagini severe ispirate al supremo dominio di Dio, o alla dovuta e timorosa servitù di tutti noi».

«Dio manifesta», continuava Pio XII «verso il popolo eletto un amore tale, cioè giusto e santamente sollecito, qual è appunto l’amore di un padre misericordioso e amorevole, o di uno sposo, il cui onore è conculcato. È un amore che, lungi dal raffreddarsi o venir meno alla vista di mostruose infedeltà e di ignobili tradimenti, prende da essi motivo per infliggere ai colpevoli i meritati castighi – non già per ripudiarli e abbandonarli a se stessi – ma soltanto allo scopo di vedere la sposa resasi estranea e infedele, ed i figli ingrati, pentirsi, purificarsi e tornare a riunirsi con lui con rinnovati e più solidi vincoli di amore».

«Il mistero della divina redenzione», scriveva ancora il Papa «è primariamente e naturalmente un mistero d’amore: un mistero, cioè, di amore giusto da parte di Cristo verso il Padre celeste, cui il sacrificio della Croce, offerto con animo amante e obbediente, presenta una soddisfazione sovrabbondante ed infinita per le colpe del genere umano».

«Non essendovi allora alcun dubbio che Gesù Cristo abbia posseduto un vero corpo umano, dotato di tutti i sentimenti che gli sono propri, tra i quali ha chiaramente il primato l’amore, è altresì verissimo che Egli fu provvisto di un cuore fisico, in tutto simile al nostro, non essendo possibile che la vita umana, priva di questo eccellentissimo membro del corpo, abbia la sua connaturale attività affettiva. Pertanto il Cuore di Gesù Cristo, unito ipostaticamente alla Persona divina del Verbo, dovette indubbiamente palpitare d’amore e di ogni altro affetto sensibile; questi sentimenti, però, erano talmente conformi e consonanti con la volontà umana, ricolma di carità divina, e con lo stesso infinito amore, che il Figlio ha comune con il Padre e con lo Spirito Santo, che mai tra questi tre amori s’interpose alcunché di contrario o discorde».

«Il culto al Cuore Sacratissimo di Gesù», concludeva Pio XII «non è in sostanza che il culto dell’amore che Dio ha per noi in Gesù, ed è insieme la pratica del nostro amore verso Dio e verso gli uomini».
 
(fonte: La Stampa, 2.06.16)