La coscienza è un’illusione?

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La riflessione che segue è stata tratta dal libro “Resurrezione. Un viaggio tra fede e scienza” (Paoline 2016), scritto da Armando Savini. Ringraziamo l’autore per aver concesso la pubblicazione e suggeriamo ai lettori l’acquisto dell’interessante volume.
 
di Armando Savini

da “Resurrezione. Un viaggio tra fede e scienza” (Paoline 2016)
 
Ultimamente la scienza ha cominciato a studiare alcuni fenomeni che vanno sotto il nome di NDE, acronimo di Near-Death Experience, tradotto generalmente con esperienze di premorte. Sono eventi vissuti da persone in stato di incoscienza o clinicamente morte, con assenza di battito cardiaco e respirazione, i quali tuttavia, ripresa conoscenza, ricordavano tutto quello che era successo in sala operatoria, descrivendo la disposizione di essa e del tavolo operatorio.

Tali ricerche sembrano convergere verso un punto fondamentale: la coscienza del proprio sé è qualcosa che supera lo spazio e il tempo, ma anche lo stesso corpo. Se una persona continua ad avere coscienza di sé e del mondo intorno a sé nonostante siano cessate le sue funzioni vitali, è evidente che non siamo chimica, cioè che la coscienza non si può identificare con il cervello. D’altronde, se la coscienza fosse il frutto della chimica, bisognerebbe poi domandarsi come ha fatto a emergere qualcosa di immateriale dal materiale.

Qualcuno preferisce affermare che la coscienza è un’illusione, ma anche l’illusione, che è una falsa percezione della realtà, è pur sempre un pensiero, cioè un processo immateriale, dunque non misurabile. Inoltre, anche chi sostiene tali posizioni è soggetto agli stessi processi, per cui se la coscienza è illusione, come è possibile prenderne coscienza? Lo stesso assunto (la coscienza è un’illusione) sarebbe anch’esso un’illusione, una falsa percezione. Asserire con coscienza che la coscienza è un’illusione vuol dire riproporre il paradosso del mentitore, proposto da Epimenide di Creta, secondo il quale “tutti i cretesi sono bugiardi”.

risurrezione

Credergli vuol dire non credergli e viceversa. Nel nostro caso, Daniel Dennett asserisce: “La coscienza umana è illusione”. Anche qui, credergli vuol dire non credergli. Essendo egli un uomo, la cui coscienza è un’illusione, è un illuso tra tanti, per cui la sua affermazione è illusoria. Tale affermazione potrebbe essere enunciata in maniera credibile solo da un essere superiore dotato di coscienza. Non potrebbe, però, essere compresa da chi non ha coscienza, cioè in tale caso noi uomini, per cui non potremmo mai sapere se la coscienza è davvero illusione.

La posizione di Dennett ricorda, per qualche verso, il dubbio sistematico cartesiano, secondo il quale bisogna dubitare di tutto fino a prova contraria, perfino del fatto di avere un proprio corpo perché i sensi potrebbero ingannarci. Il dubitare, però, proprio perché pensiero, confermerebbe la mia esistenza. Così, mentre nel caso di Descartes il dubbio si ferma alle soglie del mondo della mente e delle intuizioni, che non possono mai essere sbagliate, nel materialismo monista il dubbio sistematico investe anche la sfera mentale, ridotta a pura materia e, dunque, soggetta alle stesse leggi deterministiche della natura.

E’ più probabile che siamo chimica o che siamo soggetti interiori con espressione corporea? Che siamo animali razionali senza coscienza e senza libertà oppure uomini fatti a immagine e somiglianza di Dio, coscienti di noi stessi e del mondo e liberi di scegliere il bene o il male?
 
(fonte: UCCR, 28.06.16)