Feriti dalla ‘freccia della bellezza’

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“In un ambiente culturale privo di stupore, la bellezza si afferma con un’importanza ancora più rilevante, perfino in chi rigetta l’idea della verità o della bontà”

“La freccia della bellezza di Dio può perforare molti strati di confusione e di errore. Quando questa freccia raggiunge il bersaglio, dentro al cuore si apre una via. La ricerca della verità diviene possibile e scompare un ostacolo alla fede”.
 
di James D. Conley
 
Quando iniziai gli studi seminaristici, ero divenuto cattolico solo da pochi anni. Mi ero convertito alla Chiesa cattolica negli anni in cui ero stato studente all’Università del Kansas durante un corso di studi sui “Great Books” chiamati “Integrated Humanities Program”. Quando entrai in seminario, stavo ancora imparando i fondamenti del cattolicesimo. Nel mio primo semestre, scoprii che i nuovi entrati in seminario dovevano cercarsi un direttore spirituale. Alcuni miei compagni mi suggerirono Padre Anton Morganroth, uno dei nostri professori. Padre Morganroth era un ebreo convertito alla fede cattolica, fuggito con la famiglia dalla Germania nazista nel 1938. Era una figura alta e imponente. Era amato e temuto dai seminaristi.

Un giorno mi feci coraggio e mi presentai a Padre Morganroth chiedendogli se mi avesse preso per dirigermi spiritualmente. Mi scrutò guardandomi in silenzio, dopodiché mi disse semplicemente: “presentati nel mio alloggio martedì alle 19”. Dopo la cena in refettorio, Padre Morganroth era solito ritornare nella sua camera per suonare il piano – suonava sontuosamente. Se si aveva un appuntamento con lui, faceva trovare la porta socchiusa. Bastava spingere leggermente la porta e sedersi su una sedia vicina al piano. La prima volta che percorsi il corridoio che portava all’appartamento di Padre Morganroth, ricordo la bella musica classica da piano che sentivo provenire dalla sua camera. La porta era socchiusa. Rimasi fermo qualche momento davanti alla porta ascoltando la musica. Infine spinsi la porta, entrai nella camera e mi sedetti. Mi guardò da sopra il pianoforte e annuì con la testa in segno di approvazione.

Seduto, ascoltavo la musica. C’era uno spartito sul pianoforte – una suonata di Mozart – ma Padre Morganroth teneva sempre gli occhi chiusi. Non leggeva la musica. Passarono alcuni minuti. Cinque. Poi sette. Alla fine furono dieci minuti. Completò il brano, e ci fu silenzio. Non dimenticherò mai quel silenzio. Stavamo entrambi gustando la bellezza di quei momenti. Probabilmente, era per me la prima volta che ascoltavo musica classica così da vicino. Era qualcosa che sfiorava la perfezione. Dopo alcuni attimi di silenzio, desideroso di cominciare, ruppi il silenzio, dicendo: “allora, Padre, facciamo direzione spirituale?”. Padre Morganroth si voltò, mi guardò dritto negli occhi e disse: “figliolo, questa era la tua direzione spirituale. Ora puoi andare”. Vi ritornai la settimana dopo e cominciammo le nostre regolari sessioni, che furono meravigliose. Ma ad aprire la via fu la bellezza di quella musica che mi allargò mente e cuore alle realtà della vita spirituale.

Molti di noi amano la verità e la bellezza della nostra fede cattolica, e vogliamo condividerla con gli altri. Molti di noi sanno anche che la nostra cultura sta andando verso una direzione allarmante – verso una crisi che non può essere evitata senza Gesù Cristo e la sua Chiesa. In effetti, queste due dimensioni – salvezza e cultura – sono profondamente intrecciate. Il Vangelo non coinvolge solo la nostra salvezza individuale: è anche un mandato universale, secondo le parole di San Pio X, “per restaurare tutte le cose in Cristo”. Tale mandato si estende al di là della nostra personale santificazione. Quando parliamo di evangelizzazione, non intendiamo solo la conversione degli individui, ma anche la trasformazione della cultura. Cristo è il Signore della pubblica piazza e della nostra vita comune, così come è il Signore delle nostre case e dei nostri cuori. Pertanto, la missione evangelizzatrice della Chiesa costituisce anche un mandato per la conversione culturale.

Il Concilio Vaticano II ha confermato questo mandato culturale nel decreto sull’apostolato dei laici. Il capitolo II della ‘Apostolicam Actuositatem’ insegna che “l’opera della redenzione di Cristo ha per natura sua come fine la salvezza degli uomini, però abbraccia pure il rinnovamento di tutto l’ordine temporale”. “Di conseguenza,” afferma il Concilio, “la missione della Chiesa non mira soltanto a portare il messaggio di Cristo e la sua grazia agli uomini, ma anche ad animare e perfezionare l’ordine temporale con lo spirito evangelico”. Il rinnovamento culturale è essenziale, poiché la fede cattolica non si riduce ad una convinzione privata. Il mistero dell’Incarnazione cambia ogni cosa. La nostra fede diventa fondamento di una cultura – un modo condiviso di concepire la vita usando delle cose del mondo per rendere gloria a Dio.

I grandi teologi ci insegnano che la grazia non abolisce le cose buone del mondo. Piuttosto, Cristo le conduce alla loro realizzazione. La nostra fede è incarnazionista. Ogni verità, ogni bellezza e ogni bontà sono “attraverso di lui” e “per lui”, sono parte del disegno redentivo di Dio. Verità, bellezza e bontà sono integrali alla nostra salvezza. Ai fedeli cattolici sta a cuore la verità: come nostro Signore, vogliamo che tutti “siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”. Sta a cuore anche la bontà, soprattutto la bontà morale, la vita di virtù, così spesso disprezzata dalla cultura contemporanea. Ma che dire della bellezza? Che posto ha la bellezza nella nostra evangelizzazione della cultura?

E’ una domanda importante che noi talvolta trascuriamo o fraintendiamo. E’ proprio questa domanda, il ruolo della bellezza nella evangelizzazione e nel rinnovamento culturale, che desidero considerare. Il titolo di questo saggio “Sempre antica e sempre nuova: il ruolo della bellezza nella restaurazione della cultura cattolica”, è tratto da una frase delle ‘Confessioni di Sant’Agostino’ nel Libro X. Al capitolo X, Sant’Agostino si rammarica del fatto che gli siano voluti 33 anni per scoprire la bellezza del divino. In quelle parole immortali, egli esclama: “Tardi ti ho amato, o bellezza tanto antica e tanto nuova”. La bellezza è antica e nuova insieme: siamo subito sorpresi e confortati dalla sua presenza. La bellezza esiste in una sfera ultraterrena, per cui le cose belle ci espongono all’assenza di tempo dell’eternità.

Ecco perché è importante la bellezza, nel senso eterno. La bellezza faceva parte del disegno creativo di Dio al principio, ed è gran parte del suo disegno redentivo anche ora. Dio ha immesso il desiderio della bellezza nei nostri cuori, e usa quel desiderio per ricondurci a lui. Verità e bellezza sono doni di Dio, e la Nuova Evangelizzazione deve operare per rendere bella la verità. Con mezzi antichi e nuovi, dobbiamo fare uso della bellezza per infondere ancora una volta lo spirito del Vangelo nella cultura occidentale. Con mezzi della bellezza terrena, possiamo aiutare i nostri contemporanei a scoprire la verità del Vangelo, così che giungano a conoscere l’eterna bellezza di Dio, quella bellezza che Sant’Agostino descriveva come “sempre antica e sempre nuova”.
 

II. Incontro con la Bellezza della cultura cristiana

Come ho già detto, io sono un convertito alla fede cattolica. Entrai nella Chiesa nel 1975 sotto la guida di uno dei grandi maestri del XX secolo, il compianto John Senior, cofondatore di ‘Integrated Humanities Program’ all’università del Kansas. Egli fu il mio padrino di Battesimo, e le sue idee su fede e cultura costituiscono una continua ispirazione per me.

Il mio padrino amava la bellezza, non per sé stessa ma come irradiazione di Gesù Cristo, creatore e redentore della bellezza. Senior vedeva la bellezza del mondo alla luce dell’eternità, ed aiutava gli altri ad assumere la medesima visione trascendente. John Senior non era un evangelizzatore nel senso tradizionale del termine: non predicava da un pulpito, né scriveva opere di apologetica. Il suo intento in classe non era quello di convertirci, ma di aprire la nostra mente alla verità, dovunque si trovasse. E lo attuava principalmente mediante l’immaginazione. Nel suo stile inusuale, Senior era un evangelizzatore notevolmente dotato. Nutriva un profondo amore per la Chiesa e per la bellezza della cultura cristiana nella storia. E il suo amore era contagioso. Negli anni ’70, all’università del Kansas ci furono letteralmente centinaia di convertiti alla Chiesa cattolica.

L”Integrated Humanities Program’ ebbe vita dal 1970 al 1979, un decennio che, con l’eccezione di qualche ottimo rock and roll, fu un deserto culturale. Quando iniziai il programma, la mia formazione culturale mancava della ricca storia della cristianità. All’università del Kansas, non solo io ma anche i miei colleghi studenti non avevamo alcuna coscienza della nostra eredità culturale. Ignoravamo le verità fondanti della civiltà occidentale, e non avevamo che una superficiale cognizione della bellezza da esse ispirate. La nostra vita era largamente plasmata dai grossolani richiami dei mass media, e dalle mutevoli mode della cultura popolare. Certo, vi era un’assenza di verità nella nostra vita, ma vi era pure una profonda assenza di bellezza. Le nostre anime erano affamate dell’una e dell’altra, e neppure lo sapevamo.

Ma John Senior sapeva che cosa ci mancava. E anche i suoi colleghi professori, Dennis Quinn e Frank Nelick, sapevano. Sapevano che gli studenti dovevano incontrare la bellezza; cuore e immaginazione dovevano essere catturati dalla bellezza prima di perseguire verità e bellezza in modo serio e degno. La verità era la mèta finale, ma la sua ricerca aveva bisogno di approcci mentali e impostazione di vita che noi studenti non avevamo. La nostra sete di verità esigeva una iniziazione alla bellezza: la bellezza della musica, della pittura e architettura, della natura, della poesia, della danza, della calligrafia e di molte altre cose. Attraverso queste esperienze di bellezza, abbiamo conquistato il senso dello stupore, senso dello stupore che ci ha donato la passione per la verità. Il motto di ‘Integrated Humanitied Program’ era una famosa sentenza latina: “Nascantur in admiratione” (“nascano nello stupore”).

L’esperienza della bellezza ci ha cambiato. Quando studiavamo i grandi filosofi e teologi, ci aprivamo alle loro parole. Non avevamo più la presunzione di trovare la verità nei dettami della cultura popolare, così come non pensavamo più che le mode e le tendenze moderne fossero il vertice della bellezza. La verità è perenne e senza tempo la bellezza. Sì, un gran numero di studenti divennero cattolici attraverso ‘Integrated Humanities Program’, ma ciò non avvenne per proselitismo in classe o per corsi di apologetica. Avvenne perché diventammo amanti della bellezza, e pertanto, cercatori della verità. Quando incontrammo il Vangelo e la Tradizione cristiana, la bellezza ci diede “occhi per vedere” e”orecchie per udire”.
 

III. Il linguaggio trascendente della Bellezza

So, per esperienza, che la bellezza può raggiungere persone che sembrano irraggiungibili. Può aprire la loro mente a verità che altrimenti rifiuterebbero. Perfino scettici incalliti e post-moderni non riescono a negare la realtà della bellezza quando la incontrano in un luogo che induce alla contemplazione e alla riflessione.

Dobbiamo ammettere che la cultura laica ha una forte presa sull’immaginazione. E’ difficile spezzarla. Ma il potere della bellezza possiede ancora la forza necessaria per penetrare il cuore più duro. L’esperienza della bellezza è trasformante. Risveglia dentro di noi l’intuito che la vita ha significato al suo livello più profondo. La bellezza può muoverci all’umiltà, dandoci un senso di stupore dinanzi al mistero della vita. L’incontro con la bellezza ci parla della natura autentica e venerabile dell’esistenza. Ecco perché parliamo della bellezza come qualcosa di “trascendente”. Ogni presenza di vera bellezza va al di là di se stessa, verso l’infinita perfezione di Dio. Egli ha ricolmato il mondo di tante forme di attraente bellezza, cosicché le cose create ci portano a contemplare la gloria trascendente del Creatore.

Si può pensare alla bellezza come a un genere di linguaggio con il quale Dio parla al nostro cuore e anima. Egli parla sempre così, a tutti noi, credenti e non-credenti allo stesso modo. La bellezza del creato proclama la gloria di Dio anche a coloro che ancora non credono. Nella bellezza Dio si rivela. Similmente, la bellezza artistica ci mostra che l’uomo è fatto ad immagine del Creatore, anche se lo stesso artista non lo riconosce. Il linguaggio della bellezza è soprattutto importante nel nostro tempo, dal momento che viviamo in un periodo di grave confusione intellettuale e morale. La bellezza non è l’unico linguaggio che Dio usa per comunicare la sua gloria. Il Creatore parla alla nostra anima anche con la verità intellettuale e la bontà morale. Ma queste forme di comunicazione sono divenute problematiche. Molti, specialmente nella moderna cultura occidentale, sono troppo intellettualmente e moralmente confusi per ricevere tale messaggio.

Dio continua a parlare loro con il linguaggio della verità e della bontà, ma la loro comprensione è bloccata da false idee dominanti, in particolare l’idea che la verità e la bontà siano puramente soggettive, e quindi relative all’individuo o al gruppo. “Ad ognuno il suo” o “chi lo può dire”. Papa Benedetto la chiamava “la dittatura del relativismo”. Padre Robert Barron, rettore del Seminario di Santa Maria del Lago a Chicago, teologo e grande comunicatore della fede, ha recentemente affermato che nella Nuova Evangelizzazione dobbiamo “camminare con la bellezza”. Secondo lui, l’uomo post-moderno potrà farsi beffe della verità e della bontà, ma resta ancora sedotto dalla bellezza. E afferma che la bellezza è la punta dell’evangelizzazione, una punta con cui l’evangelizzatore trafigge cuore e mente di coloro che evangelizza. Per dirla col poeta, “guarda, guarda le stelle” è un additare al creato o a un’opera artistica, invita i non-credenti ad apprezzare ‘ciò che è’ e poi a considerare l’origine di ‘ciò che è’.

In un ambiente culturale privo di stupore, la bellezza si afferma con un’importanza ancora più rilevante di altri tipi di ambiente. Rimane innegabilmente qualcosa nell’esperienza della bellezza, perfino in chi rigetta l’idea della verità oggettiva o bontà. La bellezza può entrare là dove altre forme di comunicazione divina non entrano. Quando si incomincia con la bellezza, essa può suscitare il desiderio di conoscere la verità della cosa che ci attrae, il desiderio di parteciparvi. E successivamente la verità ci può ispirare di fare il bene, di sforzarci nella virtù. In uno dei suoi scritti prima di essere eletto Pontefice, Benedetto XVI ha parlato dell’esperienza di venire “feriti dalla freccia della bellezza”. E’ una bellissima immagine per un’esperienza condivisa allo stesso modo da credenti e non-credenti. La “freccia della bellezza” di Dio può perforare molti strati di confusione e di errore. Quando questa freccia raggiunge il bersaglio, dentro al cuore si apre una via. La ricerca della verità diviene possibile e scompare un ostacolo alla fede.
 

IV. La Bellezza nella Nuova Evangelizzazione

Chiaramente, la bellezza ha un ruolo centrale da giocare nella Nuova Evangelizzazione. Vorrei concludere con tre punti guida, che ci aiuteranno ad incorporare la bellezza nella rievangelizzazione della cultura occidentale.

Il primo punto, il più essenziale, è che si deve presentare le verità di fede in maniera bella. In particolare, il culto liturgico deve riflettere la stessa bellezza e santità di Dio. Il culto, dopo tutto, è il fondamento della cultura cristiana. La bellezza della sacra liturgia vuole irradiarsi nel mondo. La bellezza liturgica forma la vita comune dei credenti e può contribuire ad attirare chi sta fuori della Chiesa. Un liturgista per la maggiore, Mons. Nicola Bux, ha scritto che “una liturgia mistica celebrata con dignità può essere di grande aiuto per chi cerca di trovare Dio”. “Storicamente”, egli nota, “i grandi convertiti erano colpiti dalla grazia mentre assistevano a riti solenni e ascoltavano mirabili canti”. Mons. Bux ha ragione. Per rinnovare la cultura cattolica ed evangelizzare i nostri contemporanei, dobbiamo restituire bellezza alla sacra liturgia. Se non riusciamo a riportare bellezza e santità alle nostre chiese, non potremo recuperarla da nessun’altra parte.

La seconda raccomandazione è di prendere confidenza con la bellezza della cultura cristiana nella storia. Non dobbiamo essere tutti professori alla John Senior, ma dobbiamo aprire cuore e mente alle cose belle che l’Incarnazione ha reso possibile. Di recente, le monache benedettine del monastero da poco inaugurato a nord di Kansas City, hanno registrato due stupendi CD di canto gregoriano le cui vendite sono andate a ruba. La gente sa riconoscere la bellezza quando la vede e quando la ascolta. I monaci benedettini di Clear Creek, i cui fondatori erano miei compagni di classe al tempo di ‘Integrated Humanities Program’, iniziarono il monastero nel 1999 con 12 monaci, e attualmente ne contano 42, tutti giovani la cui vita è all’insegna dell’ora et labora, incentrati nel bel canto in latino dei salmi distesi durante la giornata. E’ interessante parlare con gli agricoltori locali dell’Oklahoma che vivono lì da generazioni, in un’area che ha sempre avuto pochissimi cattolici. Ebbene, essi sono innamorati dei monaci. L’agricoltura, insieme all’amicizia, è un importante punto di terreno comune. Con il dialogo e l’amicizia, possiamo aiutare il mondo a capire la visione cristiana che ha ispirato la bellezza che tutti noi apprezziamo.

Infine, vorrei consigliare di aprire la mente alla bellezza in tutte le sue manifestazioni. Si dice spesso che qualsiasi verità viene da Dio, dovunque la si trovi; e lo stesso si può dire della bellezza: ogni genuina bellezza viene da Dio, dovunque la si trovi. La cultura cristiana è suprema espressione di bellezza al servizio della verità. Ma la bellezza si trova ovunque, nell’intero creato di Dio e nel campo della cultura. Il sacerdote gesuita e poeta Gerald Manley Hopkins, uno dei favoriti di Papa Francesco, ha scritto che per coloro che hanno occhi per guardare, il mondo intero è stato “caricato della grandezza di Dio”. Perciò dobbiamo sviluppare il nostro gusto della bellezza, dovunque esista. Allora potremo aiutare a vedere la bellezza per quella che è: un riflesso terreno della gloria di Dio, gloria che conduce alla verità e alla bontà.
 

V. Conclusione

Nel pieno dell’attuale crisi culturale, abbiamo coraggio, sapendo che Dio non è silenzioso. Egli continua a parlare con potenza per mezzo della bellezza, anche per coloro che sono divenuti insensibili alle realtà della verità e della bontà. “La bellezza salverà il mondo”, ha scritto Dostoevsky. E’ così. Quando indica il costante amore di Dio. Sono tante le anime da salvare, e un vasto deserto culturale da far rifiorire. Sono compiti che richiedono abilità nel linguaggio divino della bellezza. Ma per parlare questa lingua, occorre che prima ascoltiamo. E per ascoltare, occorre fare silenzio nella nostra vita. Prego Dio che apra i nostri occhi e le nostre orecchie alla bellezza, e ci aiuti ad usarla a servizio della Verità.
 

Mons. James D. Conley
Vescovo di Lincoln, Nebraska

CrisisMagazine.com
 
(fonte: diocesiportosantarufina.it)