Sulla novità di Amoris laetitia

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Un saggio del teologo Pietro Cantoni su «Cristianità», la rivista di «Alleanza Cattolica» parla delle aperture del documento al di là di letture «normalistiche»
 
di Andrea Tornielli

(da La Stampa, 01/07/2016)
 
«Non si convocano due sinodi dei vescovi, conducendo discussioni animate e accese per due anni al solo scopo di lasciare tutto esattamente come prima. È il senso profondo dell’espressione “riforma nella continuità” proposta da Papa Benedetto XVI». È la chiave interpretativa di Amoris laetitia, l’esortazione post-sinodale sulla famiglia, proposta dal teologo Pietro Cantoni in un saggio pubblicato sull’ultimo numero di «Cristianità», rivista di «Alleanza Cattolica» non certo sospettabile di progressismo.

Don Cantoni, fratello del fondatore di «Alleanza Cattolica», affronta senza giri di parole i temi contenuti nel capitolo ottavo dell’esortazione. «Scopo del documento è celebrare la bellezza del matrimonio cristiano con il suo ineliminabile carattere d’indissolubilità e di apertura alla vita. All’interno di questo argomento e in stretta dipendenza da questa intenzione vanno letti il capitolo ottavo, “Accompagnare, discernere ed integrare la fragilità”, e in particolare i paragrafi dal n. 300 al n. 312».

«Una lettura che qualcuno potrebbe chiamare “normalistica” del documento – osserva Cantoni – che cioè pretendesse che “non è cambiato nulla”, anche se proposta da persone autorevoli e certamente intenzionate a fare il bene della Chiesa e del Magistero, preservandolo da ipotetiche critiche, non rende completamente ragione del testo. Questo anche a lume del solo buon senso: non si convocano due sinodi dei vescovi, conducendo discussioni animate e accese per due anni al solo scopo di lasciare tutto esattamente come prima. È il senso profondo dell’espressione “riforma nella continuità” proposta da Papa Benedetto XVI il 22 dicembre del 2005 come chiave di lettura del Concilio Ecumenico Vaticano II. Non semplicemente “continuità”, ma “riforma nella continuità”. Riformare vuol dire cambiare. Non cambiare tutto, passando da un tutt’altro a un tutt’altro, perché questa sarebbe una rottura, ma certamente sviluppando». Papa Ratzinger in quel discorso alla curia romana disse: «È proprio in questo insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi che consiste la natura della vera riforma».

La novità introdotta da Amoris laetitia, secondo Cantoni, «consiste innanzitutto nell’individuare come ultima istanza insuperabile e ineliminabile il giudizio che si svolge nel contesto del sacramento della riconciliazione, la confessione». Papa Francesco afferma che non vi è da aspettarsi che la soluzione alla complessità e alla varietà delle situazioni venga da norme generali che vadano bene per tutti i casi: «Se si tiene conto dell’innumerevole varietà di situazioni concrete […] è comprensibile che non ci si dovesse aspettare dal Sinodo o da questa Esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi» (n. 300).
«Si tratta di un dato di fatto di tutti i tempi – fa notare l’autore del saggio – però particolarmente urgente ed evidente nell’epoca di transizione che stiamo vivendo, nel momento in cui una civiltà è morta e si stanno creando le condizioni di una rinascita. Questa “novità” contenuta nell’esortazione non annulla la norma», ma «ne costituisce una deroga, una eccezione a fronte di casi particolari, che peraltro sono in aumento nell’attuale situazione in cui si trovano le famiglie nel mondo occidentale».

Cantoni ricorda: «Vi è una legge non scritta che ha sempre costituito una norma pratica per tutti i confessori, ritenuta così importante da diventare una domanda classica da porre al sacerdote che affronta l’esame previo per ottenere il permesso di confessare. Questa norma si trova pressoché in tutti i manuali di teologia morale di indirizzo neoscolastico. La riporto nella formulazione con cui è accolta in un documento recente di un organismo della Santa Sede: “è da ritenere sempre valido il principio […] secondo il quale è preferibile lasciare i penitenti in buona fede in caso di errore dovuto ad ignoranza soggettivamente invincibile, quando si preveda che il penitente, pur orientato a vivere nell’ambito della vita di fede, non modificherebbe la propria condotta, anzi passerebbe a peccare formalmente”». Il testo da cui è citata è un vademecum per i confessori del Pontificio consiglio per la famiglia, pubblicato durante il pontificato di Papa Wojtyla, nel 1997.

«Molto spesso la persona può conoscere l’esistenza della norma, ma essere nella condizione di non capirla, di non coglierne il valore intrinseco», si legge nel saggio pubblicato su «Cristianità». Inoltre, «un giudizio non si può risolvere solo mediante il confronto “astratto” con delle norme scritte, ma nel rapporto concreto e vivente con un giudice in carne e ossa che autorevolmente le interpreta e le applica». Dunque il sacerdote «nel sacramento deve prendere per mano il soggetto là dove si trova e condurlo pazientemente a una crescita nella comprensione del valore e, soprattutto, nell’apertura alla potenza trasformante della grazia, cioè della misericordia divina».

Don Cantoni entra quindi nel merito più specifico dei casi riguardanti i divorziati risposati. «Il caso concreto di un divorziato risposato presenta delle variabili molto significative. Vi può essere il caso di chi è stato ingiustamente abbandonato, di chi si è sposato senza una sufficiente maturità o senza una fede viva e che ora si trova legato civilmente con un’altra persona, con cui ha avuto dei figli. Tornare alla situazione precedente gli è impossibile perché il suo sposo o la sua sposa si è unito a un’altra persona con cui ha avuto altri figli. Tutti sappiamo che casi come questi sono molto reali e assai diffusi. Ora questa persona è stata protagonista di un riavvicinamento alla fede. In molti casi si tratta di un’autentica conversione. Che fare?».

Giovanni Paolo II, in Familiaris consortio, «ha aperto un’altra via possibile: quella di consigliare ai coniugi che si trovano in questa situazione irregolare la pratica della castità, cioè di “vivere come fratello e sorella”. Una via difficile, ma certamente possibile e molto bella. Papa Francesco però ricorda molto realisticamente gli inconvenienti che a essa possono essere connessi. In primo luogo deve essere vissuta di comune accordo e presenta comunque il rischio di minare la stabilità e unicità del rapporto».

Francesco a questo punto «apre una nuova via: quella di astenersi dal considerare come obbligo tassativo la separazione dalla persona con cui si condivide una seconda unione, perché potrebbe coincidere in concreto con il tentativo di risolvere un male con un altro male. Se qualcuno, per esempio, si è anche macchiato della colpa grave di aver distrutto un matrimonio canonicamente valido e ha contratto una nuova unione irregolare da cui sono nati dei figli, può ritrovare il perdono di Dio e la sua grazia pur rimanendo, per il bene dei figli, all’interno di questa stessa unione».

Così don Cantoni sintetizza il contenuto del capitolo ottavo: «A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato — che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno — si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa» (n. 305). Ciò non potrà non avere conseguenze anche sul piano dell’ammissione all’eucaristia, che peraltro — insegna l’Amoris laetitia — non sarà mai automatica, quasi si trattasse di un diritto, ma il risultato di un prudente discernimento del caso particolare da parte dei pastori».

Qual è questa «situazione oggettiva di peccato» non «oggettivamente colpevole» o comunque «non colpevole in modo pieno»? «Ricordiamoci – continua Cantoni – l’esempio concreto che stiamo esaminando: una persona legata a un matrimonio canonicamente valido che ha contratto una nuova unione nella quale ha avuto dei figli. Poniamo il caso che la rottura precedente sia colpevole: da questo peccato può essere perdonato. Ora rimane nell’unione irregolare per il bene dei figli. Questo fatto non è soggettivamente peccaminoso, lo rimane solo oggettivamente. Benché la questione sia dibattuta fra teologi e canonisti, si può sostenere — era la posizione del grande teologo Melchior Cano (1509-1560) — che un matrimonio puramente civile contratto fra battezzati, se da una parte non coincide in modo assoluto con il sacramento, dall’altra non è un semplice concubinato. Consigliare a un divorziato risposato, che ha già sulla coscienza la rottura di una unione, di frantumare anche la nuova unione irregolare o di viverla “come fratello e sorella”, non si rivela sempre un buon consiglio. Per rimediare a un male talora se ne farebbe un altro».

Un caso completamente diverso, osserva l’autore del saggio, «è quello di chi abbandona il proprio legittimo coniuge per unirsi a un’altra persona mentre il coniuge abbandonato, magari con figli, sarebbe anche disposto molto caritatevolmente ed eroicamente a perdonarlo e riaccoglierlo». Qui «il consiglio giusto è quello di ritornare alla precedente unione. Il rifiuto della comunione deve essere visto come una sanzione più che legittima, direi doverosa, per sottolineare la gravità del comportamento tenuto e spingere chi se ne è reso responsabile alla conversione».

Il Papa propone con sufficiente chiarezza questi percorsi come «possibili», non come obbligatori, in virtù della sua autorità magisteriale. «Il suo magistero si esercita però – fa notare don Cantoni – nel ritenerli come “possibili”, per cui chi ritenesse di non percorrerli e di consigliare di non percorrerli deve guardarsi dall’affermare che essi sono impossibili. Per farlo dovrebbe invocare un’impossibilità di fede, una “eresia”, che certamente non c’è». Infatti, che «il sacramento del matrimonio sia indissolubile è una verità di fede, che in concreto non possano esistere situazioni in cui una nuova unione non possa essere tollerata non lo è».

Con Amoris laetitia Francesco apre una nuova possibilità «con una prassi diversa da quella seguita dagli ortodossi. La decisione, infatti, è presa all’interno del giudizio tenuto in confessionale, dopo un adeguato percorso penitenziale per accertare che gli sposi, o almeno uno dei due, hanno la sincera intenzione di seguire quanto la Chiesa prescrive, sono pentiti del male commesso, ormai non più rimediabile, e intendono proseguire sulle vie indicate dalla legge di Cristo. Non viene dunque né celebrato né benedetto un nuovo matrimonio penitenziale ma viene ritenuto sufficiente il matrimonio civile in cui già vivono. Il Concilio di Trento, definendo l’indissolubilità estrinseca con esclusione della prassi dei greci, ha di fatto definito una solubilità estrinseca. La prassi decisa è quella dell’indissolubilità, ma non così assoluta da non poter ammettere eccezioni qualora in futuro così decidesse la Chiesa».

La novità, peraltro, nota l’autore del saggio, «è affermata in modo volutamente dimesso… Il Papa non intende solo “suggerire” ma positivamente insegnare. Rinuncia però a condannare chi intende rimanere su posizioni fissiste, se non richiamando in modo forte il dovere della misericordia». In fondo, «l’atteggiamento del Papa verso chi vive in situazioni “irregolari” è di carattere sostanzialmente missionario. Alcuni lo hanno criticato per la sua distinzione fra missione e proselitismo, dimenticando che queste categorie sono entrate nel linguaggio della Chiesa Cattolica almeno dai tempi del beato Paolo VI. Il proselitismo è il modo aggressivo, quando non umanamente maleducato, con cui il missionario si rivolge al missionato partendo dal denigrare l’esperienza che quest’ultimo sta vivendo. La missione, invece, procede con mitezza e guida alla verità partendo dai valori positivi che, pur nella sua esperienza imperfetta, il missionato già vive».

Come avvicinare le persone che si trovano in situazioni matrimoniali «irregolari», che sono a loro volta maggioritarie almeno nei Paesi occidentali, proponendo loro la verità sul matrimonio cristiano? «Un atteggiamento “proselitistico” – scrive don Cantoni – consisterebbe nell’aggredirle apostrofando la loro condizione, utilizzando esclusivamente termini come adulterio, concubinaggio o fornicazione. Un atteggiamento genuinamente missionario, invece, non nasconde la verità né fa sconti sulla dottrina, ma guida gradualmente a scoprirla partendo dagli elementi imperfetti ma positivi che talora è possibile riscontrare anche nelle situazioni “irregolari”: per esempio, la cura amorevole dei figli nati dalla nuova unione, il rispetto e la fedeltà reciproca, e così via. Beninteso, non si tratterà assolutamente di prendere spunto da questi parziali elementi positivi per concludere che la situazione di queste coppie è oggettivamente e in sé qualcosa di positivo, il che sarebbe contrario alla verità. Ma l’atteggiamento missionario — che il Papa raccomanda con un’indicazione certamente di natura pastorale, però autorevole e parte del magistero — parte da questi elementi positivi, anziché disprezzarli, e cerca di servirsene come piccoli mattoni su cui costruire un itinerario verso la scoperta della verità».