Madre Teresa: aprire il cuore a Dio

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(dal Corriere della Sera, 14.08.16)
 
Pubblichiamo qui due estratti dal volume «Madre Teresa. Il miracolo delle piccole cose», che contiene testimonianze pubbliche e citazioni dagli scritti della religiosa
 
Chi sperimenta l’amore non sarà mai disperato

Abbiamo aperto una casa a New York per i malati di Aids e queste persone sono gli indesiderati di oggi. Ma quale enorme cambiamento si è verificato nella loro vita grazie a quelle poche suore, perché si prendono cura di loro, perché hanno dato loro una casa, una casa d’amore, un dono d’amore; il fatto di essere desiderati, di essere qualcuno per qualcuno, ha cambiato la loro esistenza così radicalmente che muoiono della morte più bella. Nessuno di loro è morto angosciato. L’altro giorno una suora mi ha detto che uno di questi ragazzi (sono tutti giovani) (…) era in fin di vita e non riusciva a morire, così gli ha domandato: «Che cosa c’è? Stai lottando con la morte, che cosa ti succede?». E lui ha risposto: «Sorella, non posso morire finché non chiedo perdono a mio padre». Così la suora è andata a cercare dove viveva il padre e l’ha portato da lui. Ed (è accaduto) qualcosa di assolutamente straordinario. Un Vangelo vivente, il padre che abbraccia il figlio: «Figlio mio, mio diletto». Il figlio che supplica il padre: «Perdonami, perdonami». E i due che si stringono con amore e tenerezza. Dopo due ore il ragazzo è morto. Vedete cosa può fare l’amore. L’amore del padre, l’amore del figlio. Così questa è (una ragione) per aprire il nostro cuore a Dio, perché tutti, ciascuno di noi, siamo stati quell’uomo sulla strada, quella persona laggiù, questa, quest’altra. Tutti siamo stati creati per cose più grandi, per amare ed essere amati. E se nel mondo di oggi (vediamo) così tanta sofferenza, così tanti omicidi, così tanto dolore, è (perché le persone) hanno perso la gioia di amare Dio nei loro cuori. E poiché questo amore è svanito, non riescono a condividerlo con gli altri.
 
Mai dimenticare l’agonia di chi soffre per la fame

L’altro giorno ho raccolto una bambina a Calcutta. Dai suoi occhi scuri ho capito che aveva fame. Le ho dato un po’ di pane e lo stava mangiando una briciola alla volta. «Mangia il pane, hai fame» ho detto. Le ho chiesto perché mangiasse così lentamente. «Ho paura di mangiare in fretta. Quando finirò questo pane, avrò presto di nuovo fame» ha risposto. «Mangia pure più rapidamente, te ne darò ancora», ho promesso. Quella bambina piccola conosce già il dolore della fame. «Ho paura». Vedete — noi non lo conosciamo. Come potete vedere, non sappiamo cosa sia la fame. Non sappiamo cosa significhi provare dolore per colpa della fame. Ho visto bambini piccoli morire per (la mancanza di) una tazza di latte. Ho visto madri soffrire terribilmente perché i figli morivano di fame tra le loro braccia. Non dimenticate! Non vi chiedo soldi. Voglio che diate con il vostro sacrificio. Voglio che sacrifichiate qualcosa che vi piace, qualcosa che vorreste avere per voi stessi. (…) Un giorno venne alla nostra casa una donna poverissima. «Madre», disse, «vorrei aiutarvi, ma sono molto povera. Ogni giorno vado di casa in casa a lavare i panni degli altri. Devo sfamare i miei figli, ma voglio fare qualcosa. Per favore, lasciami venire ogni sabato a lavare i vestiti dei tuoi bambini per mezz’ora». Fu come se quella donna mi avesse dato più di mille rupie, perché mi donò completamente il suo cuore.
 

fonte: Corriere della Sera