In ascolto della vita

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“Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano qui i bambini? Rispondimi, per favore”.

Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov

 
La gratitudine è una regola prima della grammatica sociale. Quando viene rispettata e praticata c’è più gioia di vivere, i legami si stringono, gli uffici e le fabbriche si umanizzano, diventiamo tutti più belli. Ma nel cuore umano non c’è soltanto il desiderio profondo di essere ringraziati, visti, riconosciuti per quello che siamo e per quanto facciamo.

Vi abita anche un altro bisogno profondissimo: quello di ringraziare. Soffriamo molto quando non riceviamo riconoscenza; ma soffriamo diversamente, e non meno, se e quando non abbiamo nessuno cui dire grazie. In questo la gratitudine assomiglia alla stima: non desideriamo soltanto essere stimati dagli altri, vogliamo anche poter stimare le persone con le quali viviamo. L’esistenza umana fiorisce quando nel corso degli anni aumentano sia la domanda sia l’offerta di gratitudine (e di stima), fino ad arrivare all’ultimo giorno quando, chiuderemo gli occhi pronunciando l’ultimo “grazie” – e sarà il più vero, il più bello.

«Il Signore prosciugherà il golfo del mare d’Egitto e stenderà la mano contro il Fiume. Con la potenza del suo soffio lo dividerà in sette bracci, così che si possa attraversare con i sandali. Si formerà una strada per il resto del suo popolo che sarà superstite dall’Assiria, come ce ne fu una per Israele quando uscì dalla terra d’Egitto» (Isaia 11,15-16). Questo verso che conclude il ciclo della “pace messianica” di Isaia, ci rivela qualcosa di molto importante del rapporto tra memoria, promessa e futuro, tipico dell’intero umanesimo biblico.

Dopo l’Immanuel e dopo averci annunciato una promessa di pace cosmica più grande della prima (capitoli 7-11), Isaia termina questo grande ciclo con una memoria. Ci fa tornare all’evento fondativo d’Israele: all’Egitto, all’attraversamento del mare, alla fine della schiavitù, all’inizio della libertà, a Mosè. Quella prima grande liberazione collettiva diventa il punto di osservazione del presente e del futuro del suo popolo e dell’umanità. Torna indietro per credere ancora nel futuro. L’uscita dall’Egitto non è qualcosa che appartiene al passato.

È caparra di futuro: se la liberazione è avvenuta una volta, allora può avvenire ancora. Allora avverrà: “ci sarà ancora” perché “c’è già stata”.

La prima parola del Decalogo è una memoria: «Io sono YHWH, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù» (Esodo 20,2). Shema’ Israel: ascolta, quindi ricorda. «Mio padre era un arameo errante» (Dt 26,5). Nella bibbia l’ascoltare è un ricordare. È un’attività, è esercizio collettivo della memoria. È un ascolto della voce dello spirito e un ascolto della voce dei profeti, che hanno per vocazione il compito di legare memoria e promessa.

Lo stesso compito che hanno i carismi, che sono la continuazione della profezia biblica. È questa la visione della storia nella Bibbia. Noi l’abbiamo tradita, quando abbiamo deciso che solo il presente è reale e vero, che il passato è morto per sempre, e il futuro è una scommessa affidata alle previsioni degli analisti finanziari o agli oroscopi. La Bibbia è invece un continuo formidabile esercizio di una memoria viva capace di futuro.

I profeti ci riportano nel passato per sorprenderci con l’incontro con una promessa di futuro. E così la memoria diventa immediatamente uno sguardo in avanti. È l’anti-nostalgia, perché non ricorda un passato che non c’è più. Il passato è invece desiderio, è speranza.
Da questa prospettiva, le persone e le comunità sono come le piante. Viviamo di radici e della luce del cielo, di memoria e di promessa. Le radici hanno bisogno di acqua, di sali, di sostanze chimiche. Da essi la linfa grezza arriva alle foglie verdi, che la elaborano e poi la restituiscono nutrendo l’intera pianta con le sue radici. Un albero non cresce in altezza e in estensione se non crescono e non si sviluppano anche le sue radici, se non vengono alimentate dal loro nutrimento tipico e diverso da quello della chioma.

Anche le radici della nostra storia personale e collettiva hanno bisogno di fatti e di parole specifiche e diverse. Ad esse non serve la luce, ma la linfa raffinata dalle foglie. Se esponiamo le radici al sole per osservarle meglio – come qualche scienziato un po’ sprovveduto ogni tanto fa – capiamo poco e male della vita delle radici. Le radici si capiscono nel loro ambiente buio, perché vedono a modo loro, senza occhi. Non si nutrono, le radici, della nostra identità individuale e comunitaria reinterpretando oggi il passato, ma illuminando il presente di futuro vero.
Isaia (cap. 11) ci ha già detto che il primo nutrimento della radice è annunciare una promessa ancora più grande della prima: lupi insieme agli agnelli, bambini amici delle vipere. Tutto ciò è vero sempre, ma lo è in modo assoluto e decisivo per le comunità create dalla fede in una promessa. Queste “piante” sono molto delicate, e soltanto abili giardinieri riescono a non farle morire e a curarle. Non c’è nulla di meglio di una grande promessa non-vana di futuro per alimentare la memoria.

Quando la pianta soffre e inizia ad appassire, la crisi può dipendere dalla poca o troppa luce, ma può dipendere anche dal terreno arido e impoverito che non nutre più le radici. Se manca acqua non serve spostare il vaso dal salotto al balcone assolato, perché ne accelereremmo soltanto la morte. Quando le comunità e i movimenti carismatici e ideali iniziano ad appassire, la malattia dipende qualche volta dalla luce, altre volte dal terreno. Si appassisce spesso per poca luce, per mancanza di qualcuno (profeti) capace di raccontare storie di futuro grandi almeno come le prime dei padri, di irrorare con luce nuova le nuove generazioni e riscaldare il cuore raffreddato delle prime.

Si appassisce, però, anche per troppa luce, quando per ridare entusiasmo al popolo si costruiscono false promesse usando le luci dei neon quando il sole tramonta, alimentandosi di doping mistici e visionari, perdendo contatto con i poveri e con le semplici parole della vita e della terra. Questa luce artificiale secca le foglie e presto anche le radici. Ma l’appassimento può dipendere anche da un nutrimento scarso o sbagliato della radice, da un mancante o cattivo esercizio della memoria, dell’identità. Per poca acqua, quando la memoria e l’identità sono dimenticate e non coltivate; o per troppa acqua, quando la storia e l’identità diventano la prima e unica preoccupazione, e così la pianta intera muore per affogamento delle radici.

Le grandi crisi arrivano per la perdita di radici o di sole (o di entrambi). Restiamo vivi e cresciamo finché siamo capaci di tenere assieme radici e luce, una bella storia dell’origine con una storia ancora più bella del destino.
Possiamo allora comprendere qualcosa che tocca il cuore della profezia di Isaia. Si dice che il libro di Isaia sia il libro della fede. Dopo aver incontrato questi primi capitoli, la prima parola che ci raggiunge come stella del mattino è speranza. Lo sviluppo di questo rotolo ci sta aprendo anche la logica della speranza biblica. Una speranza che oggi noi non capiamo più, perché abbiamo perso contatto con lo spirito biblico e con il suo rapporto sapienziale con il tempo.

La speranza biblica è sempre una speranza storica, non rimandata a uneskaton dopo la storia. Non dobbiamo pensare che la pace universale del capitolo 11 di Isaia sia riferita al nostro paradiso: il suo unico paradiso possibile è quello che riusciamo a costruire sulla terra, che è l’unico luogo dove YHWH vive e opera. Il suo eskaton è la vocazione, il compimento, la pienezza (pleroma) della storia umana e della terra: è il suo ultimo giorno, non il giorno dopo.

Questa speranza si svolge allora attraverso le generazioni, passa da padre in figlio. Come la fede. L’uomo biblico può credere perché i suoi padri hanno creduto. La sua fede è fede in YWHW ed è fede nella fede dei padri. È tradizione. I nostri padri fondano la fede, ma la nostra speranza fonda l’avveramento della promessa nel giorno dei figli.

Noi siamo nell’esilio, ma sappiamo – speriamo, crediamo – che i nostri figli avranno di nuovo una terra. La speranza può essere soltanto il nome del figlio: «un-resto-tornerà, Seariasùb» (Isaia, 7). Per la speranza biblica occorre un popolo, occorrono la fede dei padri e delle madri, e occorre sperare per i figli e per le figlie. Quando non c’è questa altezza e questa profondità, finiamo per barattare la speranza con l’ottimismo o con le tecniche di “pensiero positivo” vendute dalle business school.
È dentro questo orizzonte di speranza-fede che si può comprendere anche il senso biblico della lode, della riconoscenza, del ringraziamento, che Isaia pone a corona della prima parte del suo libro. Ci ha parlato della vigna, raccontato della sua vocazione e del suo fallimento, ci ha donato la profezia dell’Immanuel e della giovane donna, ci ha promesso una nuova creazione di pace. L’ultimo redattore del suo rotolo ha voluto sigillare queste prime profezie con una lode, con una gratitudine. Mentre nell’esilio crediamo che un-resto-tornerà, mentre speriamo per i nostri figli, possiamo già lodare e ringraziare.

Chi ha un figlio lo sa. Il ritorno non c’è ancora, ma crediamo-speriamo che ci sarà “in quel giorno”. Allora la gratitudine-lode ci può essere già. Possiamo, dobbiamo ringraziare già oggi in vista di quel giorno. E non è preghiera di supplica, può essere solo preghiera di gratitudine. Perché la lode più bella e vera è quella che si alza nell’esilio per ringraziare per una liberazione che non è per noi perché è più grande di noi: «In quel giorno tu dirai: “Ti lodo, Signore (…) Ecco, Dio è la mia salvezza; io avrò fiducia, non avrò timore, perché mia forza e mio canto è il Signore; egli è stato la mia salvezza”. Attingerete con gioia acqua alle sorgenti della salvezza» (12,1-3).
 
Luigino Bruni

fonte: Avvenire, 20.08.16