“Ripacandida, la piccola Assisi di Basilicata”

379139

di Margherita del Castillo
 
E’ la bolla pontifica di Eugenio III il documento più antico in cui si fa esplicitamente menzione della chiesa di San Donato di Ripacandida, un piccolo paese in provincia di Potenza situato a poco più di 600 metri di altitudine in posizione panoramica dirimpetto al Monte Vulture. L’epistola papale, indirizzata al Vescovo della diocesi di Rapolla, è datata 1152. Due secoli più tardi la chiesa con la sua comunità viene posta sotto la diretta giurisdizione del Papa e solo  all’inizio del Seicento le viene costruito accanto un convento di frati Minori Osservanti, dal 1894 – e ancora oggi –  affidato alle cure delle suore di Gesù Bambino.

E’ questa, per sommi capi, la storia del santuario di quella che è stata soprannominata la piccola Assisi di Basilicata, la cui impronta francescana è senz’altro visibile nel semplice impianto architettonico a navata unica, articolata in tre campate coperte da volte a crociera rialzata, piuttosto che nella facciata disadorna e nel campanile dal paramento murario a conci squadrati a vista.

Il raffronto con la celeberrima basilica umbra di San Francesco è però dovuto al prezioso, per quanto decisamente meno noto, ciclo di affreschi che interessa le pareti interne della chiesa lucana, rivestendo quasi completamente le superfici delle volte, dei pilastri, dei pennacchi e dei lunettoni delle pareti: è la cosiddetta Bibbia di Ripacandida attraverso cui il fedele, fin dal suo ingresso, è  introdotto progressivamente nell’esperienza del Mistero.

Il percorso iconografico inizia con la Resurrezione di Gesù sul primo pilastro che si incontra, una volta entrati, a sinistra, cui corrisponde, in posizione simmetrica, l’immagine del sepolcro vuoto. Nella prima campata si sviluppa, dunque, un ciclo cristologico, che dall’Annunciazione arriva a raccontare gli episodi della Passione di Gesù. Ad esso sono abbinate, ai lati, le immagini escatologiche dell’Inferno, di ispirazione dantesca, del Paradiso e del Giudizio Universale. Nella terza e nella seconda campata gli affreschi raccontano, invece, storie tratte dal Libro della Genesi il cui protagonista è un Dio Padre dalla veste rossa e dalla folta barba bianca.

Un terzo ciclo si sviluppa, infine, sui pilastri su cui sono ritratte figure di santi. L’impostazione dell’intero programma decorativo si deve molto probabilmente ad un solo maestro, il salernitano Nicola da Novi, presente a Ripacandida in due distinti momenti, nella prima metà del XVI secolo. Suoi sono gli episodi biblici e le iconografie dei santi, tra i quali spicca una splendida scena di San Francesco che riceve le stimmate. Al pennello di Antonello Palumbo di Chiaromonte sul Sinni si devono, invece, le scene Neo Testamentarie.

Il santuario è stato riconosciuto dall’Unesco “monumento messaggero di cultura di pace per i profondi valori spirituali che da secoli trasmette”. Inevitabilmente, dunque, anche qui è stata aperta una Porta della Misericordia.
 
fonte: giovannifighera.it