Oralità e Magistero

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Oralità e Magistero. Il problema teologico del magistero ordinario, D’Ettoris Editori, Crotone 2016
 
– Presentazione dell’autore, don Pietro Cantoni
 
1. Il “Magistero” è un problema complesso e molto discusso. Il mio tentativo in questo libro è quello di proporre e prospettare un “cambiamento di paradigma” (Cambiamento di paradigma è l’espressione coniata da Thomas S. Kuhn nella sua importante opera La struttura delle rivoluzioni scientifiche [1962] per descrivere un cambiamento nelle assunzioni basilari all’interno di una teoria scientifica dominante. Il concetto di scienza rivoluzionaria è messo in contrasto con la sua idea di scienza normale). Finora il Magistero è stato visto in un’ottica soprattutto “grafica”, cioè come un insieme di documenti scritti. Non si tratta di una prospettiva completamente sbagliata perché – per lo più – i pronunciamenti del Magistero si traducono in documenti scritti: bolle, responsi, lettere motu proprio, lettere encicliche, costituzioni apostoliche, esortazioni apostoliche post-sinodali, ecc. Il fatto però di essere scritti non appartiene all’essenza del loro essere “Magistero”, cioè insegnamento “autentico”, certamente non ne descrivono adeguatamente la loro struttura essenziale, la loro “natura”. Che cosa significa “autentico”? Un insegnamento è autentico quando è impartito con autorità, cioè in modo tale da esigere – di per sé – di essere accolto con obbedienza. Non per l’evidenza di quello che dice, ma per l’evidenza dell’autorità di chi lo trasmette.
 
2. L’origine personale di questo libro è legata ad aspetti autobiografici. Sono però convinto che la teologia, quando è autentica, è sempre legata a qualcosa di autobiografico. Nessuno si occupa di un argomento “per caso” e neppure semplicemente perché gli è imposto. Questo libro nasce dalla mia vita e mi ha accompagnato lungo tutta la mia vita (oggi ho 66 anni suonati…). Entrai nel 1975 nella Fraternità Sacerdotale san Pio X, la comunità fondata da Mons. Marcel Lefebvre. Nel suo seminario feci gli studi e fui molto presto incaricato di insegnarvi. Precedentemente mi ero laureato in filosofia all’università cattolica di Milano. Mi furono assegnate due materie: Storia della Chiesa e il trattato sulla Chiesa, l’Ecclesiologia. Io in quel momento non sapevo veramente nulla sulla Chiesa e non avevo se non qualche vaga nozione appresa al catechismo. Mi misi a studiare come un matto e mi resi ben presto conto che nella posizione della Fraternità c’era qualcosa che non andava. C’era tanto di buono: una vita liturgica molto bella e affascinante, una spiritualità intensa ed una disciplina rigida ma assolutamente senza esagerazioni. Direi molto umana. Che cosa c’era che non andava? Scrissi una lunga lettera a Mons. Lefebvre, di cui cito il passaggio più importante (riportato nel mio libro): in questa comunità «Si obbedisce all’autorità non in quanto rappresentante di Dio, mandata da Dio, ma in quanto necessaria all’ottenimento di determinati fini. L’autorità ha uno scopo soltanto pratico. L’ultima istanza non è l’autorità estrinseca ma Dio, cioè il proprio giudizio. Al posto del “sola Scriptura” c’è semplicemente il “sola Traditio”. Queste due regole sono materialmente differenti ma formalmente identiche nella ragione di autorità morte e non viventi». Mi resi conto che si trattava di un protestantesimo nascosto: alla “sola Scrittura” si sostituiva un “sola Traditio”. La “sacra Tradizione” diventava il criterio con cui tutto giudicare. Una “sacra Tradizione” costituita da un insieme di documenti: al libro della Sacra Scrittura si affiancavano altri libri. Il “Denzinger”, la famosa antologia dei documenti più importanti del Magistero, le encicliche dei Papi del passato, gli scritti di qualche Padre della Chiesa. Ci si dimenticava che l’autorità non può consistere solo in documenti (sarebbe un’autorità di carta, morta) ma deve essere vivente, fatta di persone che – mediante la successione apostolica – si ricollegano a Gesù Cristo. In questa mia riflessione mi fu di grande aiuto la lettura del teologo Joseph Ratzinger, una lettura che non mi ha più abbandonato. Due citazioni soltanto: «“Successione apostolica” è secondo la sua essenza la presenza viva della parola nella forma personale del testimone. L’ininterrotta continuità dei testimoni scaturisce dall’essenza della parola come auctoritas [autorità] e viva vox [viva voce]». «La successione è la forma [Gestalt] della tradizione, la tradizione è il contenuto [Gehalt] della successione».
 
3. Mi sono così piegato a studiare più a fondo il rapporto tra la parola viva e la parola scritta incontrando ben presto un gruppo di studiosi che hanno legato la loro vita all’approfondimento di questo dato di fatto naturale ed ovvio, che però – come spesso succede alle cose più ovvie e “scontate” – finiscono per essere presupposte e quindi… dimenticate. Mi riferisco a Milman Parry (1902-1935), Marcel Jousse (1886-1961), Eric Alfred Havelock (1903-1988) e – soprattutto – Walter Jackson Ong (1912-2003). È soprattutto a padre Ong (era un gesuita) che devo tanto di quello che ho scritto. Qual è questo dato di fatto ovvio e scontato? La parola non nasce per essere scritta ma per essere “prolata”, cioè per essere detta. La parola detta è originaria. Essa porta inevitabilmente con sé un carattere di vivacità e adattabilità all’ambiente, alla situazione e alle persone a cui si rivolge che la distingue radicalmente dal documento scritto. Se ne era ben accorto il grande Platone (328-347 A.C.) che si era trovato a vivere in un’epoca di transizione, cioè nel momento in cui la società stava passando dal dominio incontrastato dell’oralità all’affermarsi progressivo della scrittura. Platone accoglie la scrittura come strumento di comunicazione prezioso (i suoi dialoghi sono uno dei documenti più belli e preziosi della letteratura greca), ma mette in luce con grande acume i rischi che l’affidamento alla scrittura comporta nel dialogo Fedro. Il testo scritto infatti può finire nelle mani di chiunque, anche di chi non è preparato a leggerlo e lo può fraintendere. Può essere usato a sproposito ed è assolutamente incapace di difendersi. Non si adatta al lettore e all’uditorio.
 
4. Qui prende una particolare importanza il termine “Tradizione vivente”. Non si tratta di un termine nuovo, inventato nell’officina teologica di qualche teologo moderno o contemporaneo, ma di un termine molto antico. La prima volta che lo incontriamo è nel contesto della polemica avviata dai giansenisti in occasione della condanna portata da papa Innocenzo X di cinque proposizioni contenute nell’opera Augustinus del vescovo Cornelius Otto Jansen (1585-1638), italianizzato in Giansenio (bolla Cum occasione del 1653). Il metodo teologico dei giansenismo consisteva appunto nel contrapporre al magistero del Papa l’insegnamento scritto di un grande padre della Chiesa, sant’Agostino di Ippona, cioè quella che loro consideravano la “Tradizione”. A questo metodo un ignoto gesuita contrapponeva una concezione diversa di Tradizione, quella che lui designa con le parole “Tradition vivante”. I pastori della Chiesa hanno il diritto e il dovere di andare al di là della lettera di qualche documento del passato per coglierne in esso la sostanza in modo vivo e persuasivo. Il termine, ma soprattutto la dottrina ad esso soggiacente, fu raccolto da Fénelon. Da Fénelon lo eredita un grande teologo tedesco: Johann Adam Möhler. Da Möhler lo raccoglie con entusiasmo il padre Perrone, il teologo personale del beato Pio IX e attraverso Perrone diventa uno dei punti caratterizzanti la Scuola Romana. Il suo esponente principale Johannes Baptist Franzelin ci lascia così, nel suo fondamentale Tractatus de divina Traditione et Scriptura (1882), questa affermazione: « Il libro […] autentico scritto dallo stesso Gesù erano gli Apostoli; scritto non con inchiostro ma mediante lo Spirito Santo, ai quali, dotati di autorità e potere per la grazia dello Spirito Santo, sottomise tutti gli altri fedeli perché fossero istruiti, governati e santificati. La prima origine dunque, e il primo grado della dottrina e disciplina cristiana susseguenti con perpetua successione è lo stesso Dio fatto uomo, mediante la parola della predicazione e il magistero personale vivente ».
 
5. Il termine “Tradizione vivente” ha però un’origine ancora più antica. Della sua origine nell’epoca giansenista se ne era già accorto Yves Congar, ma qui forse aggiungo qualche cosetta a quanto già scritto da questo grande teologo. Lo troviamo infatti in Thomas Netter (1375-1430) e Albert Pigge (1490-1542) cioè alle primissime origini della teologia controversistica.
 
6. Il sottotitolo del mio libro è “il problema teologico del magistero ordinario”. Perché questa enfatizzazione dell’aggettivo “ordinario” applicato al Magistero? Perché il termine stesso “Magistero” nasce praticamente in contemporanea con il termine “ordinario”. Quando pensiamo al Magistero e alla sua garanzia di verità immediatamente il nostro pensiero va alla definizione “ex cathedra”. Questo però è un fraintendimento colossale. Se il legame tra il Magistero e la verità si rinchiudesse negli stretti confini della definizione solenne si ridurrebbe a ben poca cosa. Sarebbe in fondo in fondo qualcosa di veramente ridicolo. Il Magistero solenne e definitorio si riduce, a partire dal 1870 anno in cui il concilio ecumenico Vaticano I definisce l’infallibilità del magistero del Papa fino ai nostri giorni ad un solo caso: la definizione dell’Assunzione al cielo in anima e corpo della Beata Vergine Maria da parte del venerabile papa Pio XII nel 1950. Se il Magistero dovesse essere ascoltato ed obbedito con certezza solo ogni 150 anni servirebbe veramente a ben poco, per non dire a nulla. Il Magistero importante, quello che conta, quello che incide veramente nella vita della Chiesa è soprattutto il Magistero ordinario. Il Magistero delle encicliche, a cui dedico un ampio capitolo del mio libro. Il magistero che si è espresso nel concilio Vaticano II. Questo Magistero è infallibile? Il termine “infallibile” come tutti i termini teologici è analogico, cioè si dice in molti modi. Infallibile in senso pieno ed originario è Dio solo. Infallibile in modo “proposizionale”, cioè in modo tale da garantire che quella data proposizione, quel determinato giudizio è assolutamente vero e deve cioè essere considerato un dogma della nostra fede è solo la definizione solennemente portata da un concilio ecumenico o anche da un Papa “da solo”. L’insegnamento continuo ed “ordinario” del Papa e dei vescovi in comunione con lui, sia sparsi per il mondo che riuniti in concilio è garantito dall’assistenza divina in modo tale che sia “inerrante”. Cioè il suo insegnamento nel suo insieme non sia mai né eretico né tale da indurre di suo all’eresia. Il suo modo di porsi è multiforme e in questo modo multiforme deve essere letto. A lui possono essere applicate diverse note teologiche. Quello che non gli può essere attribuito è una censura teologica. Censurare teologicamente l’insegnamento del collegio apostolico vorrebbe dire censurare la Chiesa, che è invece “colonna e fondamento della verità”. Ultimamente sono stati riesumati – per contrapporsi al magistero della Chiesa – alcuni casi di papi del passato (Liberio, Vigilio e – soprattutto – Onorio I) nei confronti dei quali si è avanzato in passato il sospetto di eresia. Si tratta di casi già ben noti ai padri del concilio Vaticano I, a proposito dei quali si catalizzano e si sommano una molteplicità di incertezze storiche, soprattutto in relazione al diverso significato che la qualifica di “eretico” ha preso nel corso della storia. Anche il caso analogo del decreto Haec sancta Synodus del concilio di Costanza (1414-1418) presenta le medesime incertezze. Ci sono storici cattolici molto affermati che dubitano addirittura dell’ecumenicità dello stesso concilio di Costanza (non esiste un canone dei concili ecumenici come esiste un canone dei libri ispirati della Sacra Scrittura). Se trovate su Internet affermazioni sicure e documentate su papi e concili eretici sappiate che sono solo affermazioni ideologiche in cui quello che è incerto diventa magicamente certo se serve all’ideologia che si ha in testa. I dati che non vi corrispondono vengono semplicemente ignorati…
 
7. Recentemente si è discusso tanto (e si continua a discutere) sull’autorità del concilio Vaticano II che non ha portato definizioni dogmatiche solenni, ma si è presentato – per così dire – come una grande “enciclica”. Gli avversari palesi e nascosti del Concilio hanno fatto leva sulla sua scarsa efficacia positiva sulle anime. Per questo problema mi permetto di rimandare ad un altro mio libro:Riforma nella continuità. Riflessioni sul Vaticano II e sull’anti-conciliarismo, Sugarco, Milano 2011. Molti alla fine del concilio si aspettavano una grande conversione, una passo avanti decisivo di tutta la Chiesa. Molti vescovi avevano ingrandito i seminari per poter contenere tutte le vocazioni che si prevedevano. I risultati sono stati ben diversi. Don Divo Barsotti ci aiuta a considerare le cose con quella profondità che caratterizza sempre i suoi scritti: « […] il magistero, se ha assicurata l’infallibilità, non ha assicurata l’efficacia dell’insegnamento. Per essere efficace e comunicare la vita è necessario che coloro che insegnano non comunichino solo la verità, ma debbono comunicare anche la vita. Il dottore della Chiesa deve essere santo. […]. […] oggi alla Chiesa sono necessari i santi: solo per essi viene comunicata, con la dottrina, la vita. L’infallibilità del magistero può essere senza efficacia, l’efficacia non è promessa. La parola del magistero potrebbe creare delle crisi. Nessuno nega che un Concilio legittimo sia assistito dallo Spirito Santo, per l’insegnamento della verità, ma non è detto che un Concilio per sé assicuri la vita. Comunica la vita solo chi la possiede. Così è necessario che non vi sia divorzio fra la dottrina e la santità » (Meditazione sul libro del Siracide, Queriniana, Brescia 1984, pp. 61-62). Per convincercene basta pensare al Vangelo, che si situa al cuore di tutto il Magistero. Sono duemila anni che viene annunciato. È vero, assolutamente vero, indubitabilmente vero. Ma diventa efficace solo se chi lo annuncia lo vive.
 

(fonte: opusmariae.it)