L’Eden nella laguna veneta che avvicina ai miracoli

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di Marina Corradi
 
San Francesco del Deserto (Venezia) – «Mentre attraversava con un altro frate la laguna di Venezia, trovò una grandissima moltitudine di uccelli che se ne stavano sui rami a cantare. Come li vide disse al compagno: ‘I fratelli uccelli stanno lodando il loro creatore, perciò andiamo in mezzo a loro a recitare insieme le Lodi del Signore’. Andarono in mezzo a loro e gli uccelli non si mossero. Poi, siccome per il gran garrire non potevano udirsi l’un l’altro nel recitare le Ore, il santo si rivolse agli uccelli e disse: ‘Fratelli uccelli, smettete di cantare, fino a quando avremo finito di recitare le Lodi prescritte’. Quelli tacquero immediatamente e se ne stettero zitti, fino al momento in cui, recitate a bell’agio le ore e terminate le Lodi, il santo diede licenza di cantare. Appena l’uomo di Dio ebbe accordato il permesso, ripresero a cantare, secondo il loro costume». È il miracolo degli uccelli di San Francesco, secondo la Vita Maggiore di San Bonaventura: e accadde qui, in questa piccolissima isola tra Burano e Venezia. Francesco tornava dalla Terrasanta e era approdato a Torcello. Correva l’anno 1220.

Ottocento anni dopo, come arrivi, dal caos di Venezia, nella pace e nel silenzio dell’isola, quell’antico miracolo ti pare, qui, possibile, e anzi se in qualche luogo è accaduto non può essere stato, ti dici, che qui. In questo piccolo straordinario giardino, sette ettari di parco e duecento cipressi sospesi sulla laguna; a ovest, al tramonto, si staglia all’orizzonte il campanile di San Marco, a est il profilo di Burano, a nord, lontane, le cime delle Dolomiti. Gli uccelli cantano ancora: tortore, beccacce, colombi, rondini che fuggono da sotto ai tetti al rumore dei tuoi passi. All’alba la laguna intorno è liscia e immobile come uno specchio, e mentre si leva il sole un altro uccello, il cavaliere d’Italia, alza il suo richiamo, come un interrogativo. Se c’è un luogo in cui lodare Dio viene istintivo, pensi, è San Francesco del deserto. Da quando, nel 1233, l’isola venne donata ai Francescani dal nobile veneziano Jacopo Michiel, la presenza francescana non la ha più abbandonata, se non negli anni delle pestilenze in laguna – di qui il nome popolare di ‘deserto’– e, nell’Ottocento, nei cinquanta anni di occupazione austriaca seguiti alle dismissioni napoleoniche degli Ordini religiosi. Il grande convento è ancora fondato attorno alla piccola chiesa in cui si apre la cella dove San Francesco pregò: minuscola stanza di pietra nuda, che emana sul visitatore un forte fascino. Viene da accarezzare queste pietre, che hanno sfiorato il santo.

Oggi nel convento vivono cinque frati dell’Ordine dei Francescani Minori. Il loro saio bruno nel corso della giornata compare qui e là fra i chiostri, la cappella, l’orto, il giardino scrupolosamente curato. Il Padre guardiano è Roberto Cracco, 51 anni, da Vicenza, un frate robusto e sempre sorridente che accoglie il visitatore al molo di Burano e lo conduce sull’isola con la piccola barca a motore del convento. Gli altri fratelli si chiamano Felice, Silvio, Rosario e Cristoforo, il più anziano, che ha 84 anni. Già a pranzo, nell’antico refettorio di legno scuro, trovi attorno ai tavoli una comunità semplice e lieta, in cui si discorre come in una famiglia mentre si mangiano le verdure fresche dell’orto, curato da padre Felice. Su quest’isola si può arrivare da semplici turisti, in orari determinati, oppure da pellegrini, in ritiri spirituali di qualche giorno. Ma la distinzione non è in realtà così netta, secondo il Padre guardiano: «Non bisogna mai credere che il semplice turista sia distratto e lontano. A volte, dopo la visita, qualcuno si ferma in chiesa o ti fa una confidenza, e capisci come sia rimasto profondamente toccato da questo luogo». Colpirebbe chiunque, del resto, l’isola, per la sua bellezza. Ma anche per la singolare pace che emana dagli antichi chiostri pieni di fiori, dalle piccole celle bianche in cui l’ospite viene accolto, dal parco affacciato sulla laguna. Una bellezza e una pace quasi difficilmente sostenibili, che spingono inesorabilmente a delle domande, anzi, alla domanda più vera. La giornata marcia quieta e regolare, scandita dal ritmo costante delle Ore. Alle 11 e 30 l’Ufficio delle Letture, alle 18 e 30 i Vespri. «Ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra», recita un cantico al tramonto. I cinque frati in piedi nella cappella e, in fondo, seduto zitto e educato, un cagnolino, il piccolo cane del convento, che non manca a una funzione.

La presenza degli animali, come un marchio lasciato da quell’antico miracolo, si avverte nell’isola. Non solo nel battere d’ali e nei canti, diurni e notturni, degli uccelli della laguna, ma in quello dei galli del pollaio del convento, che da ben prima dell’alba annunciano trionfanti il levarsi del sole. A sera, invece, vicino alla darsena, scivola la piccola ombra di un gatto che va a caccia; e su tutto lo stormire delle palme e dei cipressi, e un profumo acre e dolce di erbe e bacche. Raramente come in questa piccola isola sei messo di fronte alla evidenza che il Creato è un dono. A cena ancora si mangia insieme, si racconta, si sorride, e allieta la tavola un buon vino rosso genuino, vino che viene da un’isola della laguna, e sa di uva e di mare insieme. La notte poi si allarga densa sull’acqua quasi immobile, dopo che si è spento l’incendio del tramonto sopra al profilo di Venezia. Canti di uccelli, ancora, nel buio misteriosi, sommessi cigolii di barche che si urtano nella darsena. Echi di aerei che atterrano all’aeroporto Marco Polo. Poi, solo silenzio nei corridoi antichi, nelle celle spartane.

Al primo chiarore del giorno suonano vive le campane del Mattutino. La ordinata preghiera si alterna in due cori. La Messa, poi: «Dammi umiltà profonda, e scienza che non confonda», cantano i Francescani – e la colazione, col profumo del caffè che colma il refettorio. Dopo, inizia la giornata di lavoro: c’è chi, come frate Silvio, si mette alla guida del trattore, e chi come frate Felice inizia a annaffiare il suo regno, uno splendido, rigoglioso orto in cui sembra non mancare una sola varietà di verdura. La giornata scorre quieta e operosa, segnata dalla preghiera. Nei fine settimana, per i pellegrini padre Felice tiene la Lectio Divina. Una spiritualità semplice, francescana, imbastisce la trama dei giorni di chi vive qui e di chi qui viene a cercare un momento di pace. «Sono alcune migliaia in un anno i visitatori, e quattrocento i pellegrini – dice frate Roberto – Alcuni di questi ultimi ritornano ogni anno. Gente di ogni estrazione: professori, professionisti, madri di famiglia. Arrivano dal Veneto ma anche dall’estero, la sola cosa che chiediamo è che capiscano l’italiano. Ci portano le loro domande e le loro difficoltà, soprattutto problemi di relazione, di rapporti faticosi pure con le persone che si amano. Ci portano le loro preghiere, e le scrivono sui foglietti che lasciamo su un banco in chiesa: e anche qui la famiglia, gli affetti sono al centro. Ci sono i bambini che scrivono: fai che il mio papà e la mia mamma non litighino. Noi leggiamo, e preghiamo».

Che cosa testimoniate ai visitatori con la vostra presenza in quest’isola? Il Padre guardiano esita un attimo, poi: «Semplicemente Cristo vivo. Null’altro». La vita dunque scorre limpida nel piccolo ‘deserto’ della Laguna. Al mattino frate Roberto approda con la sua barchetta a Burano, va a prendere la posta, il giornale e il pane, e tutti lo conoscono e lo salutano. Poi rientra nell’eremo, dove una antica meridiana ammonisce: «Fili conserva tempus» – ma qui è evidente che nessuno sta con le mani in mano. Nella cappella di Francesco trovi la Vita Maggiore di San Bonaventura spalancata sulla pagina che narra del «serafino con sei ali tanto luminose quanto infuocate», che discese «dalla sublimità dei cieli» davanti al santo. E in questo orizzonte silenzioso, nello specchio chiaro delle acque della laguna, ogni miracolo appare quasi più vicino, più carnalmente possibile. Come se la vita vera in realtà fosse l’altra, quella di cui ci parlano i santi. E te ne torni nel rumore di Venezia, pensando di essere passata dentro a un angolo di Eden.
 

L’APPRODO DALLA TERRASANTA

La piccola isola di San Francesco del Deserto si trova a sud dell’isola di Burano, nella laguna di Venezia. Nel 1220, di ritorno dalla Terrasanta, vi approdò San Francesco, che qui vide un luogo di preghiera e meditazione. Dopo la sua morte, nel 1233 l’isola venne donata ai Francescani dal patrizio veneziano Jacopo Michiel, per fondarvi un convento. Nel XV secolo l’isola venne abbandonata perché le condizioni ambientali per l’insalubrità della laguna la resero inospitale (da qui il nome ‘deserto’). Nell’Ottocento la zona fu adibita a polveriera dagli Austriaci fino a che, nel 1858, il terreno venne donato alla Diocesi di Venezia, che consentì ai frati di rifondarvi il convento.
Per contattare i Frati Minori: telefono 041.5286863, email sfdeserto@libero.it.
 

(fonte: Avvenire, 14.09.16)