La storia del vino: Noè, Bacco, il monachesimo

di Susanna Manzin

(dal blog Pane & Focolare)
 
Il Castello Trauttmansdorff a Merano, noto soprattutto per avere ospitato la Principessa Sissi, ha uno splendido parco dove è allestito uno dei giardini botanici più grandi d’Europa. Passeggiando tra piante esotiche, laghetti di ninfee, arbusti profumati, paesaggi forestali e persino una piantagione di thè, i visitatori possono godere della bellezza e della varietà delle ricostruzioni di ambienti naturali del nostro continente e di terre lontane. Un settore è dedicato anche ai vigneti, con le varietà Gewürztraminer, Schiava e Lagrein, tipiche dell’Alto Adige, e altri vitigni autoctoni molto  antichi. Tra le viti si erge un monumento che porta un nome solenne che evoca sacralità: Il Tabernacolo. Conserva, ben protetto, un vinacciolo di 7.000 anni fa, dono del museo nazionale di Tbilisi, in Georgia.

Secondo gli archeologi, i botanici e i genetisti che hanno analizzato alcuni vinaccioli fossili, le origini della viticoltura e della vinificazione risalgono proprio all’area che corrisponde oggi alla Georgia e all’Armenia. E’ curioso che la scoperta coincida con quanto racconta la Bibbia, che attribuisce a Noè l’invenzione del vino: il Patriarca, secondo il racconto del Libro della Genesi, si è fermato con la sua Arca sul Monte Ararat, situato proprio in quei territori. (In questo mosaico del Duomo di Monreale ecco Noè che produce il vino).

Da quell’area geografica la vite e il vino si sono diffusi in tutto il Medio Oriente, l’Egitto, la Grecia e il resto del Mediterraneo. In Egitto, nella tomba del re Tutankamon (1339 a.C.) sono state trovate delle anfore di vino, con riportata la zona di provenienza, l’annata e il produttore: già a quei tempi esisteva un disciplinare!

Per i Greci, il vino è addirittura una divinità: Dioniso, Dio della convivialità, quello che i Romani chiamano Bacco. Raffigurato sempre con il capo cinto di pampini, una coppa in mano, dedito a banchetti e festeggiamenti, gli si tributa omaggio negli sfrenati riti dionisiaci.

La nostra penisola anticamente veniva chiamata Enotria, dalla parola greca  oinotron che significa  palo da vigna: l’Italia si dimostra infatti particolarmente adatta alla  coltivazione della vite e alla vinificazione. I Sabini, gli Etruschi e poi i Romani sono abili produttori; l’espansione del potere di Roma significa anche espansione della vigna, laddove il clima lo permette.

La crisi dell’Impero Romano purtroppo avrà tristi conseguenze anche nella produzione agricola; la vinificazione e il commercio del vino si trovano in grave difficoltà. Le invasioni barbariche infliggono un duro colpo anche al vino: le orde di popoli del Nord, bevitori di birra, distruggono le vigne. Il vino rischia di scomparire, ma in quel periodo comincia a diffondersi una religione il cui rito centrale consiste in  una celebrazione sacramentale per la quale è necessario avere pane e vino.

Spetta ai monaci benedettini il merito di avere salvato la produzione del vino: la Regola prevede che i monaci devono essere autosufficienti, devono procurarsi da sé tutto il necessario per la vita della loro comunità. Questa indicazione spiega perché i monaci ricomincino subito a piantare le vigne, distrutte dai barbari, ed a produrre vino. E ne devono anche produrre una grande quantità, perché fino al XII secolo la Comunione si faceva sempre sotto le due specie. La quantità peraltro non è mai a scapito della qualità: bisogna essere perfetti, come il Padre Nostro che è nei Cieli, e dunque anche nella vinificazione bisogna raggiungere l’eccellenza. Tutto ciò che riguarda la liturgia e i sacramenti deve essere di grande pregio perché destinato all’uso più nobile.

Il Sacramento istituito durante l’Ultima Cena porterà il pane e il vino ad una diffusione e un destino universali. Dovunque arriverà il cristianesimo, arriverà la vite e verrà prodotto il vino. Tanti esperimenti felici dei monaci cistercensi hanno portato all’eccellenza dei vini di Borgogna; ai monaci di Grottaferrata dobbiamo il Frascati, ai Cistercensi il Gattinara. I Gesuiti, proprietari di terreni lungo il Vesuvio, sono stati a lungo i produttori esclusivi del Lacryma Christi.

Aveva proprio ragione lo scrittore inglese Hilaire Belloc: «Laddove splende il sole cattolico,c’è sempre allegria e buon vino rosso».