Quel Magnificat in Notre Dame che convertì Claudel

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di Giovanni Fighera
 
Nato nel 1868 a Villeneuve-sur-Fère, Paul Claudel si forma in un momento storico e in una terra come quella francese che nella seconda metà dell’Ottocento è fortemente impregnata di cultura positivistica. La diffusione di questo nuovo approccio gnoseologico e culturale avviene negli anni in cui lo scienziato Charles Darwin (1809-1892) pubblica L’origine della specie (1859) e il filosofo Herbert Spencer (1820-1893) contribuisce alla nascita della psicologia moderna con l’ Introduzione alla psicologia sperimentale (1865).

Il fisiologo francese Claude Bernard (1813-1878) influisce non poco sull’avvento della medicina sperimentale, così come il filosofo August Comte (1798-1857) diventa padre della sociologia moderna. Di nuovo, come nell’epoca illuministica, l’uomo si convince di avere rivoluzionato il mondo della cultura. Con una perfetta consonanza rispetto agli illuministi, impregnati di materialismo e di una fiducia illimitata nella scienza che porterà a eliminare tutto l’ignoto e il mistero, i positivisti aprono la strada di una nuova religione, quella del Progresso e dell’Umanità.

In gioventù Claudel conosce e frequenta i grandi poeti francesi a lui contemporanei, Mallarmé, Verlaine e Rimbaud. La conversione avviene quando non ha ancora trent’anni, nel 1886, durante la messa di Natale celebrata a Notre Dame de Paris, ascoltando il Magnificat, anche se l’episodio è esito di un periodo di crisi e di travaglio. Anche la conversione di Manzoni era avvenuta in chiesa, secondo l’aneddotica, in occasione del matrimonio di Napoleone a Parigi, anche se sappiamo bene dalle lettere il cammino che nei due anni precedenti lo scrittore aveva condotto dal matrimonio con Enrichetta Blondel all’incontro con i padri spirituali Degola e Tosi. Claudel racconta lui stesso quanto è accaduto il giorno di Natale. Recatosi ad assistere alla cerimonia non per fede, ma nella speranza di trovare spunti e ispirazione per la scrittura, poco soddisfatto della Messa solenne, Claudel ritorna per i vespri. Il coro sta cantando il Magnificat.

A questo punto accade un fatto straordinario. Sentiamo direttamente il racconto di Claudel: «Io ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: “Come sono felici le persone che credono!”. Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l’emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell’Adeste, fideles».

Claudel ritorna a casa e prende in mano la Bibbia e inizia a leggerla, percependo la dolcezza e, nel contempo, la forza delle parole tanto che continuavano a «risuonare nel suo cuore». Claudel scrive riguardo a quei momenti: «Conoscevo la storia di Gesù solo per mezzo di Renan, fidandomi di questo impostore, mentre ignoravo persino che Egli si era detto “Figlio di Dio”. Ogni parola, ogni linea smentiva, con maestosa semplicità, le impudenti affermazioni dell’apostata [Renan] e mi spalancavano gli occhi. È vero – lo confesso con il Centurione romano – che Gesù era il Figlio di Dio. Era a me, Paul, che egli si rivolgeva e mi prometteva il suo amore. Ma, nello stesso tempo, se non lo seguivo, mi lasciava la dannazione come unica alternativa. Ah, non avevo bisogno che mi si spiegasse che cosa era l’Inferno: vi avevo trascorso la mia stagione. Quelle poche ore mi erano bastate per farmi capire che l’Inferno è dovunque non c’è Cristo. Che me ne importava del resto del mondo, davanti a quest’Essere nuovo e prodigioso che mi si era svelato?».

Claudel aveva letto La vita di Gesù di Ernest Renan (1823-1892), primo dei sette volumi della Storia del cristianesimo: Gesù vi era ritratto come uomo realmente storico, privo, però, di qualsiasi attributo di divinità. La conversione di Claudel è radicale e incide profondamente sulla ricca produzione letteraria successiva. Figura eclettica, esperto di differenti ambiti del sapere, lo scrittore diventa un diplomatico, si sposa con Regina Perrin e muore nel 1955. Non è, dunque, un caso che Claudel sceglie il Medioevo per l’opera teatrale  L’annuncio a Maria, il testo a lui più caro, concepita nel 1892, ma terminata solo nel 1912. L’uomo medioevale concepisce ciò che accade in rapporto con la dimensione ultraterrena, con il Mistero, con l’Infinito, in una prospettiva escatologica. Se pecca, ha coscienza, così, di aver peccato. La coscienza del peccato può esistere solo in una civiltà che coglie e percepisce la presenza del Mistero.

L’uomo medioevale non è meno peccatore dell’uomo delle altre epoche, ma ha più chiara la consapevolezza di esserlo e di aspettare la propria salvezza da un Altro. Quest’Altro è quel Dio che si è incarnato e a cui noi siamo guidati attraverso la compagnia della Chiesa, che risollecita e mantiene sempre sveglia la nostra domanda religiosa. Il termine “mendicanza” ben descrive l’atteggiamento di umile richiesta di aiuto nella consapevolezza della pochezza della capacità umana e della necessità che sia Dio a soccorrerci e salvarci. Per questo l’uomo cresce in un percorso guidato, in una compagnia.

Il pellegrinaggio ben rappresenta l’immagine dell’homo viator, cioè del viandante che si affida ad una guida e a un maestro, mentre il termine “avventura” descrive appropriatamente la dimensione di scoperta del mistero nella realtà. La vita dell’uomo è irta di avventure, di imprevisti, di irruzione sorprendente del soprannaturale e del Mistero nella realtà.

L’Annuncio a Maria è ambientato vicino al monastero di Montevergine proprio verso la fine del Medioevo. Ivi, il sacrificio della croce è rappresentato con grande forza attraverso la vivacità dei protagonisti che sembra quasi disturbare la coscienza, il perbenismo, il moralismo e il razionalismo che pervadono l’uomo benpensante di oggi. Noi tendiamo spesso, infatti, a misurare anche l’amore immaginandoci la forma che esso debba assumere.
 

fonte: La ragione del cuore