Il dono di poter nascere due volte

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Un racconto fantastico ci aiuta a riscoprire la nobiltà dell’essere uomini
 
di Silvia Lucchetti
 
“Rivolta alla locanda” di Edoardo Dantonia è il quarto libro della collana UOMOVIVO (Berica editrice). Dopo aver presentato i primi tre: “Osservazioni di una mamma qualunque”, “Le nuove lettere di Berlicche”, “Lettere a una moglie” è la volta di questo nuovo racconto che – come scrive nella prefazione Marco Sermarini – avrà un sapore «molto familiare per chi è amico di Gilbert Keith Chesterton», e per chi ancora non lo conoscesse: niente paura!

La vicenda prende avvio in una “una bettola fatiscente spacciata per locanda”, che ricorda forse un po’ il bar di Boe dei Simpson e un po’ i bar vissuti e sgangherati dei film western.
 

IL SIGNOR GRANT, ALONSO PECHERTON E FRIEDRICH MALTHUS
 

«(…)Un ventilatore pendeva dal soffitto, girando pigramente e accompagnando il volare di alcune mosche. L’arredamento era quasi totalmente di legno, eccezion fatta per il vetro delle bottiglie di vino e altri alcolici. Gli unici esseri viventi presenti oltre alle mosche erano il locandiere, un uomo grassoccio di mezz’età con più menti che capelli, i quali erano sia radi che grigi, e un grembiule logoro legato in vita; un uomo riverso su un tavolino i cui lunghi capelli grigi sovrastavano alcuni boccali di birra vuoti; e un vecchio che definire robusto sarebbe un infimo eufemismo, con un sorriso da ebete stampato in volto, contornato da due guance rosse come ciliegie, al cui centro spuntava un naso che chiunque avrebbe potuto scambiare per una patata: ai lati di questo naso alla Depardieu s’intravedevano due occhietti apparentemente socchiusi, mentre in testa spuntavano pochi capelli, grigi come quelli degli altri due uomini, ma decisamente più disordinati. I tre conducevano le loro rispettive attività, se di attività si può parlare, ignorandosi l’un l’altro. A un tratto un giovane in giacca e cravatta fece il suo ingresso rompendo quella monotonia, i capelli impomatati e lo sguardo severo e sprezzante. Portava una ventiquattrore nera al suo fianco(…)».

 
Il giovane altezzoso è Friedrich Malthus, un esattore delle tasse giunto per informare il Signor Grant che è insolvente da quasi un anno per cui dovrà necessariamente pagare ciò che deve entro due giorni, pena la chiusura della locanda. Pecherton, il robusto cliente, non resiste e di fronte alla richiesta dell’esattorereagisce con la forza, lo aggredisce, lanciandosi in difesa del signor Grant. Rompe vetri e fa volare gli sgabelli in aria da una parte all’altra della locanda, così caccia via Malthus e risveglia l’orgoglio sopito del proprietario.

Da qui prende sorprendentemente il via l’intera avventura chefinirà per restituire slancio alla grigia vita dello spento esattore, grazie alla guida insopportabile, manesca, imponente e preziosa del signor Pecherton. Quest’ultimo lo spingerà “di peso” ad intraprendere un viaggio assurdo e incosciente alla ricerca della bellissima ragazza incontrata in autogrill di cui il giovane si è invaghito. Tra risse, incontri surreali, dialoghi astratti e peripezie d’ogni genere Malthus ritroverà luce, coraggio, bellezza, umanità: la pienezza di se stesso.
 

SORPRENDERSI DI FRONTE ALLE MERAVIGLIE

Quando Pecherton invita Malthus a fermarsi ogni qualvolta si trovi a scorgere qualcosa da ammirare resta presto deluso…
 

«Amico mio, la situazione è grave(…)Vi avevo detto di soffermarvi ogni qual volta aveste visto una cosa degna d’essere ammirata, eppure avete superato con indifferenza almeno una dozzina di meraviglie. Non potete immaginare la sofferenza che m’avete procurato costringendomi a seguitare dietro a voi».
«Meraviglie? Di che meraviglie parla?».
«Ma come di che meraviglie parlo? L’incredibile tenacia con cui la lenta chiocciola s’inerpica su per il muro, nonostante il mastodontico peso del guscio a cui è attaccata. La bellezza di quell’adorabile felino che riposa le membra all’ombra della panchina, incurante del resto del mondo. L’infinita poesia di quel giornale finito a terra, trascinato dal vento: chissà chi l’ha letto qualche istante prima, chissà cosa c’è scritto, chissà dove finirà ora… Forse nella spazzatura, o forse qualcun altro lo coglierà e ne farà una barchetta di carta!».

 
UN PICCOLO CROCIFISSO DI LEGNO

Prima di intraprendere il fantastico e provvidenziale viaggio alla ricerca della bella giovane dell’autogrill, i due protagonisti girano per le vie del paese incontrando diversi personaggi. Ciò che avviene nell’emporio è fondamentale:

Pecherton chiede un’ampolla di Achillea e una di mirra, necessarie a parer suo per intraprendere il viaggio con il suo nuovo amico ignaro di ciò che sta per accadere. Dopo che il proprietario gli consegna il prodotto, il gigante buono trae dalla sua tasca un piccolo crocifisso di legno e lo consegna al negoziante che grato si prodiga subito per appenderlo al muro. Malthus invecestorce il naso, mostrando tutto il suo fastidio.
 

«Disapprovo fortemente (…)Siamo in uno Stato laico, se fosse per me impedirei di appendere simboli del genere in luoghi di accesso pubblico».

 
Il giovane esattore incalza, e argomenta la sua tesi tirando in ballo il rispetto delle altre religioni, la laicità dello stato – che gli ricorda Pecherton non significa ateismo – fino a che quest’ultimo non arriva a dargli apparentemente ragione, ed esclama che, a questo punto ogni crocifisso deve essere abbattuto.

Detto fatto! Il gigante inizia a distruggere tutto ciò che assomiglia anche vagamente ad una croce per il solo fatto che due elementi vengono a sovrapporsi perpendicolarmente l’uno all’altro. Fino a che…
 

«(…)Pecherton alzò lo sguardo al soffitto, rendendosi conto che le loro teste erano sovrastate da due grossi incroci di travi di legno. La sua espressione si fece a un tempo determinata e rabbiosa. Con un salto che non ci si sarebbe mai aspettato da un uomo di quella mole si appese a una trave, facendo scricchiolare tutto il soffitto. Malthus comprese che rimanevano due vie da percorrere: fuggire lasciando i due cristiani al loro destino, o intervenire e impedire al folle omone di compiere una strage. Infine prese coraggio e, prima che Pecherton potesse combinare il disastro, lo trasse al suolo con uno strattone, provocando un gran rimbombo in tutto il locale e forse anche al di fuori».

 
A questo punto Pecherton, continuando la sua farsa, così lo apostrofa:
 

“«Non capisco, non eravate voi a difendere la laicità dello Stato?», chiese Pecherton, issandosi a sedere.
«Lei è fuori di senno! Non ho detto di distruggere ogni croce dalla faccia della terra!».
«E perché no? Perché togliere da una parete un piccolo incrocio di legnetti e lasciare intatto un ben più imponente ed opprimente incrocio di travi?».
«Perché che due travi s’incontrino è una questione meramente fisica: sono stati costruiti per sostenere un soffitto. Un crocifisso è un simbolo religioso».
«Come per ogni simbolo, vi si dà il significato che si vuole dare. Io non mi adiro coi satanisti che rovesciano la croce, poiché per loro è uno sfregio nei confronti di Cristo, per me è un onore nei confronti di Simon Pietro. La verità mi pare dunque evidente, signor Malthus: voi odiate il Cristianesimo. Non siete semplicemente ateo, cioè senza Dio: siete contro Dio. O, meglio, siete contro il Cristianesimo. E siete contro il Cristianesimo perché esso è portatore di verità, e la verità è spesso odiosa»”.

 
Pecherton costringerà Malthus a mettersi in gioco, a buttarsi, a ricredersi. Gli spiattellerà in faccia la verità, imponendogliela quasi e dimostrandogli con le parole e i fatti l’inconsistenza delle sue convinzioni e la codardia di taluni suoi atteggiamenti.

Il giovane esattore, grazie alla profonda amicizia di questo gigante buono riscoprirà in sé la nobiltà dell’essere uomo e il coraggio di battersi per la giustizia e la verità. Questo libro apparentemente leggero e che addirittura sembra rivolgersi a un pubblico tutt’al più di ragazzi, rappresenta invece una metafora del moderno uomo occidentale, schiacciato dal peso dei condizionamenti economici, incapace di osservare le semplici ma straordinarie bellezze che ha intorno, tristemente svuotato della passione per la vita e disumanizzato. Dentro di sé ha però il seme del riscatto, la cui fioritura necessita di un Altro che gratuitamente riesce a restituirgli la luce per intraprendere il suo cammino di rinascita.
 
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(fonte: Aleteia)