“Cura Brochero, la pelìcula”: il film sul primo Santo argentino

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 Presentata dall’Ambasciata d’Argentina, l’opera diretta da Lorena Chuscoff racconta l’esempio di vita cristiana del sacerdote canonizzato da Francesco domenica
 
Raccontare l’altissimo modello di vita cristiana di Josè Gabriel Brochero, sacerdote argentino vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento, e dimostrare come il suo esempio positivo possa cambiare in meglio le nostre vite anche oggi. Questo l’obiettivo del film argentino Cura Brochero, la pelìcula, presentato a Roma presso Casa Argentina, centro culturale collegato all’Ambasciata d’Argentina. Un’opera che assume un significato ancora maggiore alla luce della canonizzazione di Brochero, avvenuta domenica scorsa: il primo santo argentino proclamato dal primo Pontefice argentino. Quando i segni della provvidenza sono così evidenti…

Il film, diretto da Lorena Chuscoff, con sceneggiatura della stessa Chuscoff e di Pablo Gomez, è una produzione indipendente della Maranatha Asociaciòn Civil, che ha riunito uomini dello spettacolo e volontari dell’associazionismo sociale cattolico, tutti profondamente legati alla figura del sacerdote originario di Cordoba, conosciuto anche come il Cura (curato in lingua spagnola) Brochero e il Cura Gaucho (mandriano o cowboy in spagnolo). Non è una semplice biografia sul grande schermo, ma una storia incentrata sulla realizzazione di un lungometraggio su Brochero, beatificato nel settembre 2013. È quindi un film nel film.

Le scene ci mostrano il Cura Gaucho ancora adolescente che riesce a entrare in seminario grazie all’amore e agli sforzi economici del padre contadino, disposto a tutto pur di assecondare la vocazione del figlio. Una volta ordinato sacerdote, Brochero diventa collaboratore del vescovo di Cordoba che, nel 1869, lo invia come curato nella parrocchia di San Alberto, una chiesa sperduta nelle steppe (pampas) argentine, popolate da mandriani (gauchos), allevatori e contadini. Una zona isolata a causa delle vie di comunicazione molto impervie e dove la presenza dello Stato si sente poco.

Brochero, giunto nella zona dopo tre giorni di viaggio da Cordoba sul dorso di un mulo, accoglie con entusiasmo il difficile incarico di cura delle anime ed evangelizzazione, conquistandosi subito la fiducia, la stima e l’affetto dei parrocchiani. Si dedica con passione e determinazione alla diffusione della parola di Dio e, allo stesso tempo, si dimostra attento ai problemi di vita quotidiana della regione, cercando di combattere al meglio l’assenza di servizi pubblici e sociali. È continuamente in contatto con le autorità per incentivare la realizzazione di scuole, strade e uffici postali.

Cerca il dialogo con tutti: esclusi, emarginati e perfino con il capo di una banda di criminali gauchos, che Brochero incontra dopo essersi avventurato da solo per giorni nella pampa. Non si tira indietro neanche quando si tratta di portare conforto a chi soffre di malattie terribili e contagiose come lebbra e colera.

La pellicola dà ampio risalto alla costruzione di Villa Transito, una casa per la cura delle anime, a cui viene poi collegata una scuola per favorire l’istruzione femminile. A dimostrazione della grande attenzione fornita da Brochero al ruolo delle donne nella società. Tutte opere rese possibili dalle donazioni dei fedeli, dal loro aiuto e dal grande senso di comunità cristiana che il santo riuscì a creare intorno a sé.

Particolarmente interessante è la figura di Luciano, attore scelto per interpretare il ruolo del Cura Gaucho. Inizialmente molto più interessato al compenso che alla figura di Brochero, è un uomo tormentato, disilluso, senza fede e con un’evidente dipendenza da alcool. Fattori che emergono prepotentemente nel corso delle riprese, insieme al difficile rapporto con il figlio, frutto di un matrimonio andato in frantumi. Ma l’amicizia del regista, con la sua insistenza nel cercare di far capire all’attore la profondità del messaggio cristiano del personaggio da lui interpretato, spingeranno Luciano a dare finalmente una svolta positiva alla sua vita, lasciandosi alle spalle l’alcool e la depressione. Un importante messaggio di speranza per far capire che il cristianesimo non è un’illusione ingenua fatta di parole vuote.

Presenti alla proiezione, la regista Chuscoff e lo sceneggiatore Gomez hanno dichiarato che “questo film non è nato con l’obbiettivo di fare soldi o conquistare prestigiosi premi cinematografici” ma per “essere da stimolo all’evangelizzazione cattolica e celebrare un personaggio così importante come Josè Gabriel Brochero”, un santo che ancora oggi ha molto da insegnarci.
 

(fonte: Zenit, 20.10.16)